Da qui non si esce

- Forse dovremmo ripensarci.

- Non dire sciocchezze. E poi cosa vuoi ripensare arrivato a questo punto?

- Non so. Mi stanno venendo tanti dubbi.

- Ossignore. Ma sono mesi che stiamo lavorando a questa cosa, non potevi tirarli fuori prima questi dubbi? Guarda Miguel, non mi sembra proprio il momento. Sei fuori tempo massimo. E poi cosa vorresti fare? Continuare a vivere dentro questo incubo? Continuare a illuderti che sia vita la nostra? Le prove sono dappertutto. Questo posto è l’inferno. Dobbiamo andare via. Lo sai.

 

Miguel osserva la Linea con dalla penombra, con determinazione e un improvviso senso di panico. Ha ragione Raúl. Non è proprio il momento di fare la mammoletta.

In lontananza le luci che illuminano la Linea sono bianche e fisse. Spaccano a metà il freddo gelido del deserto.

Tutti pensano che nel deserto faccia sempre caldo. Oddio non è che non ci fa caldo qui, però certe notti di gennaio, col vento che arriva da ovest, dal mare, che taglia l’aria e porta un gelo smisurato, antico, ecco in notti così il deserto si trasforma in un inferno.

Chi l’aveva detta questa cosa che l’inferno non è infuocato ma è un’eternità di freddo inimmaginabile? Miguel non lo ricorda più in che programma l’aveva sentito. Ma adesso lo capisce sotto alla felpa e al cappuccio, sotto a quel cappelletto da baseball che non copre un cazzo. Dentro a quei jeans troppo larghi che gli lasciano risalire su per le gambe dei rivoli di ghiaccio fuso su fino all’inguine e gli fanno raggrinzire l’uccello. “Pare una lumaca, hai visto?” e giù a ridere come matti con Raúl, dopo un bagno di ore nell’acqua brodosa di San Blas, “ti si fa l’uccello raggrinzito come una lumaca”. Adesso uguale. Però è anche la paura. La voglia di tornare indietro.

- Ok, dai lo facciamo. Ora lo facciamo. È stato un momento, così.

- Lo spero bene hermano, che qua se no si fa giorno. Ci becca la migra e sono cazzi nostri.

La migra. L’incubo di ogni migrante. Quelli che ti beccano e ti paralizzano col teaser. Quelli che ti riempiono di mazzate. L’ha già assaggiati Miguel i manganelli della migra. Gli sputi, gli insulti. “Mangiatacos del cazzo. Te la facciamo passare noi la voglia di fare il furbo” gli hanno gridato mentre qualcuno lo riempiva di mazzate. “Siete dei fottuti scarafaggi siete. Ma adesso te la do io una bella raddrizzata. Dov’è adesso la tua vergine di Guadalupe?” questo gli diceva la migra mentre qualcuno gli ammanettava mani e piedi con catene.

Il silenzio avvolge la Linea illuminata di bianco. Non si vede nessuno e le piccole siepi del deserto hanno smesso per un momento di frusciare.

Raúl a pochi metri è concentrato e teso. Miguel nasconde un panico che non riesce proprio a togliersi di dosso. Forse sarebbe meglio rinunciare ma è troppo tardi. È l’occasione della vita. Al di là di quella barriera c’è un mondo diverso. C’è un mondo di opportunità, di felicità, di balocchi. Al di là di quel muro si può tornare a vivere.

Il rischio è molto grande, è vero, e Miguel fino a poco fa era disposto a correrlo con più coraggio di Raúl, ma chissà cosa gli gira in quel cervello matto. Da piccolo una volta una maestra aveva detto ai suoi genitori che aveva un cervello, com’è che era il suo cervello? “Immaturo. Vostro figlio ha un cervello immaturo. Di sicuro non farà molta strada nella vita” aveva detto quella troia della maestra.

E lui invece di strada ne aveva già fatta tanta. A suo modo. Certo però che ogni tanto quel suo cervello gli faceva strani scherzi. Come adesso per esempio.

Raúl si muove leeeeeeentameeeeeente come un bradipo che si arrampica sull’albero. Quello sì che se lo ricorda dove l’ha visto. Il bradipo. Dentro uno speciale su discòvericiannel. O forse su nètgio. Ora proprio non gli viene in mente esattamente dove, perché questa cosa di dover saltare sul muro e buttarsi a pesce dall’altra parte comincia a sembrargli una gran cazzata.

Gli sembra la più grossa cazzata della storia. Probabilmente peggio di quando aveva rubato quei soldi dalla giacca di suo padre, a quattordici anni, per andare a farsi un tatuaggio come i suoi amici tamarri del barrio. Quella Santa Muerte tatuata sull’avambraccio sinistro. Enorme. Faceva paura. I suoi amici del barrio erano così soddisfatti di lui. Non era una mammoletta come pensavano. Strano che suo padre l’avesse preso a cinghiate per ore. Sulle gambe le cinghiate gli avevano fatto uscire le piaghe. Forse perché si era accorto che gli aveva rubato i soldi. Sulla schiena le cinghiate gli avevano fatto uscire il sangue. O forse non gli era piaciuto il tatuaggio. Sulla faccia le cinghiate gli avevano fatto una specie di sorriso sinistro che tuttora giustificava quel soprannome buffo. “El Joker” gli dicevano. Miguel “El Joker” Ramírez. Forse aveva solo bevuto un po’ troppo quel vecchio stronzo di suo padre e aveva voglia di scaricare un po’ la tensione ecco tutto.

Adesso però quella cazzata lì di tanti anni fa sembra una sciocchezza senza importanza. Perché qui si paga con la tortura, e poi dopo la tortura con la vita. Se ti va bene ti ammazzano in fretta. Se no è roba anche di qualche settimana. Qualche settimana di inferno. Quell’inferno di sangue e dolore che prelude al gelo eterno.

 

Raúl è pronto. Gli fa il segnale concordato. Non c’è più tempo per discutere.

Raúl è un’ombra nella notte, un ninja, un fulmine.

Miguel arranca qualche secondo di troppo. Poi si alza e inizia a correre. Il muro gli corre incontro nella sua luce di latte. Miguel non sente più il freddo. Il cappuccio scopre la testa di capelli neri, facendo volare il cappellino dei Padres di San Diego.

Raúl è scomparso dal campo visivo. La notte di ghiaccio è un ricordo. Il presente è correre. Il presente è solo un muro che si fa enorme. Il presente è terra secca sotto i piedi.

Afferrare l’acciaio ghiacciato. Le mani si appiccicano sul metallo per il freddo intenso. Solo due secondi. Sembrano anni. Miguel inizia a scalare il muro. Dall’altro lato la gioia. Dall’altro lato il giardino dell’Eden. Sente da qualche parte ansimare Raúl. Null’altro. Sente il suo cuore impazzire. Sente le dita acchiappare l’acciaio rosso del muro. Pochi metri pochi metri pochi metri. Sembra non finire mai. Lamiere che si usavano in guerra, come piste di atterraggio per gli elicotteri in Iraq, per gli aerei in Afghanistan. Riusate per costruire questo muro. Che separa il nord dal sud. Che lo separa dalla sua nuova vita.

Pochi centimetri pochi centimetri pochi centimetri. Si vede già l’altro lato. Si vede già il mondo nuovo.

 

Il morso lacera la carne. Il morso è una tenaglia. Il morso è una scarica elettrica.

Miguel grida ma non sente la sua voce gridare. Non sente i cani latrare intorno a lui. Miguel vede solo la luce di latte che illumina il muro illuminare il suo viso. Benevola. La luce sorridente.

Miguel cade sulla schiena. Lo schianto al suolo lo tramortisce ma non gli fa perdere i sensi. Tutto diventa distante. I cani che lo annusano, i volti della migra, i fucili spianati, il ghigno delle facce avvolte nei giacconi neri. Parole senza senso lo circondano. Da qui non si esce. E sulla faccia stampato quel sorriso da Joker.

 

Raúl non è con lui. Raúl è riuscito a passare. Raúl è saltato a pesce dall’altro lato. Non si è guardato indietro. Non era previsto.

Raúl ha raggiunto la meta. È riuscito a scappare. A uscire da quel mondo violento, impossibile, da quel controllo assoluto, da quella dittatura mascherata.

Raúl è riuscito a lasciarsi alle spalle quell’orrore. San Diego è ormai alle sue spalle. Gli Stati Uniti sono solo un ricordo. Di fronte a Raúl la calma, la possibilità di una vita. Davanti a Raúl l’amata Tijuana.

Narcolimpiadi 2012

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NARCOLIMPIADI 2012

La delegazione di atleti messicani andrá a fare shopping a Londra. Mentre ciò accade i veri vincitori in Messico si porteranno a casa l’oro, l’argento e il bronzo nelle discipline in cui sono dei veri esperti.

 

LANCIO DELLA TESTA

Una delle prove più popolari delle Narcolimpiadi. Ci sono due modalità: con o senza narcomessaggio.

SCHERMA

Questa disciplina decisamente è proprio demodé. Gli atleti narcolimpici sapranno darle il tocco necessario per attualizzarla e renderla più efficace.

SOLLEVAMENTO 

Una delle gare più importanti, in cui gli atleti fanno mostra di tutto il loro potere, arrivando a “levantar”, sollevare, decine di persone alla volta.

NUOTO DECAPITATO

Pratica popolare in qualsiasi fiume o canale del paese, quest’anno debutta alle Narcolimpiadi come una disciplina in forma.

ESERCIZIO A MANI LIBERE

Vistosa e spettacolare disciplina ginnica. L’unico problema si presenta al momento della premiazione e della collocazione delle medaglie.

Compravendita in Messico

Il ritorno del PRI in Messico: una telenovela scritta col sangue

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E allora tutti a contare. Nel senso dei numeri, ma anche di contare qualcosa.

Credo che sia questo il dato più interessante di un’elezione messicana la cui sceneggiatura squallida e noiosa era lì sul tavolo da mesi. Forse da anni.

Un candidato costruito pezzo per pezzo, volto da telenovela, voce da telenovela (che in modo inquietante somiglia spaventosamente a quella di Silvio Berlusconi), sorriso da telenovela, vita da telenovela con tanto di moglie attrice di telenovelas. Enrique Peña Nieto era l’uomo perfetto. Oggettivamente un po’ “lento”, mostruosamente ignorante e disposto a qualsiasi cosa. Belloccio, con un ciuffo che lo ha reso famoso dal primo minuto (davvero invidiabile il ciuffo).

Pompato da anni dalla catena televisiva di lingua spagnola più grande del mondo, Televisa (quella delle telenovelas), e messo alla prova al governo dell’Estado de México, lo Stato che circonda Città del Messico, conservatore, sovraffollato, coi suoi 16 milioni di abitanti. Lui ha dato prova di essere il candidato giusto. Ha seguito le direttive del partito, il PRI, quello che per 71 anni ha governato il paese con il suo nome ossimorico (Partido Revolucionario Institucional) e una struttura corporativa di corruzione, clientelismo, e repressione del dissenso.

C’è stata una pausa di 12 anni, dal 2000 a oggi, in cui gli ultracattolici del PAN hanno pensato di far credere a tutti che loro rappresentassero un’alternanza democratica. Gli ultimi sei anni hanno dimostrato che i panisti sono capaci anche loro di essere corrotti, legati al narco, repressori, corporativi e antidemocratici. E la prova che il presidente Felipe Calderón ha saputo dare di questo sono i più di 60mila morti ammazzati e quasi 20mila desaparecidos, bilancio di un sexenio di guerra, in un paese militarizzato e lontano anni luce dal concetto stesso di democrazia.

Sentendo il Consejero Presidente dell’Istituto Federale Elettorale (IFE), Leonardo Valdés, al termine della giornata elettorale del primo luglio, sostenere candidamente che “Il Messico ha avuto una giornata elettorale esemplare, partecipativa, pacifica e realmente eccezionale. Oggi viviamo la democrazia con assoluta normalità e tranquillità” mi sono venuti alla mente per qualche secondo i fiordi norvegesi, o le calme acque di un lago canadese. Il Messico come la Svezia, maturo e forte dei valori democratici che finalmente sono normali e condivisi. Il rispetto degli altri, la convivenza civile e la lotta per il bene comune.

Ce so’ cascato. Davvero. Mi ha preso alla sprovvista. Poi mi sono ricordato invece cosa era successo in questi giorni in Messico.

È successo che venerdì, nel pacifico e democratico Stato di Tamaulipas, uno dei tanti controllati dagli Zetas, un’autobomba è esplosa a Nuevo Laredo presso il palazzo di governo, e sono state lanciate due granate a Ciudad Victoria, una su una caserma di polizia, l’altra a una stazione degli autobus. Siccome non ci sono state vittime, il martedì successivo l’autobomba l’hanno fatta esplodere sotto la Secretaría de Seguridad Pública, e finalmente sono morte due persone: due poliziotti. Questo per antipasto.

Con in mente sempre i fiordi, ricordo le migliaia di denunce per aggressione in tutto il Messico. Persone aggredite, malmenate e “portate via” da agenti senza nome, perché facevano foto in giro, documentavano. E che diamine documentavano questi balordi? La compravendita dei voti. Milioni di voti comprati da parte del PRI. In tutti i modi, alla luce del sole, a tappeto.

C’è chi compra voti con sacchi di cemento, con derrate alimentari, con banconote da 500 pesos (pari a euro 30).

La tecnica più diffusa, a parte il cash, è quella della tessera del supermercato. Milioni di tessere del supermercato caricate con 500 o 700 pesos, da spendere a voto avvenuto (e documentato) nei supermercati del gruppo Soriana di tutto il paese. C’è poi chi, come alcuni estremamente indigenti, si è accontentato di un ombrello o di una tazza griffati, con il faccione di Enrique Peña Nieto.

Quelli che documentavano queste cose sono stati pestati, arrestati, intimiditi, minacciati, e alcuni fatti sparire. Sempre in un contesto pacifico e democratico.

Allora si dirà, beh dai da che mondo è mondo si sono comprati i voti. Pure da noi in Italia se ti ricordi bene, dirà sempre qualcuno, già nel ’52 il buon vecchio fascista di Achille Lauro comprava i voti per diventare sindaco di Napoli regalando la scarpa sinistra prima del voto e la scarpa destra solo a voto avvenuto.

È vero, e infatti nemmeno in Italia ci stanno i famosi fiordi. E le analogie tra politica Priista e democristiana sono fin troppe.

Dopo le dichiarazioni dell’IFE, che avrebbe dovuto fare da arbitro nel processo elettorale, mentre è stato uno degli attori determinanti nella riuscita del diabolico piano del PRI, si è affacciato a reti unificate un altro campione di democrazia, il presidente Felipe Calderón.

Costui, con un sorriso di vera gioia ha annunciato immediatamente la vittoria di Peña Nieto, facendo affidamento alle sole proiezioni di voto, passando di fatto il testimone, divenuto per lui un pesante fardello, dato che sarà ricordato (se sarà ricordato) come il presidente dei 70mila morti.

Lo show mediatico istituzionale è cominciato. Tutti a applaudire i mezzi di comunicazione internazionali e le istituzioni a cui non pare vero di avere un nuovo miniBerlusconi in America latina.

Dietro Peña Nieto tutti sanno che si nasconde Carlos Salinas de Gortari, conosciuto anche come El Chupacabras. È quello che quando era presidente per deviare l’attenzione dalle porcate che stava facendo si inventò che c’era un mostro, il chupacabras appunto, mezzo vampiro, che succhiava il sangue alle capre ammazzandole. Genio del male. È lui il vero artefice e burattinaio, è quello che ha spinto per firmare il Trattato di Libero commercio del 1994, che ha portato il Messico nel disastro finanziario, quello che ha “creato”, attraverso il suo sodalizio decennale, la monumentale ricchezza dell’uomo più ricco del mondo, Carlos Slim, e che è stato eletto con i milioni del narcotraffico, rubando anche lui un’elezione nel 1988 a Cuauhtemoc Cárdenas.

E adesso tutti a contare dicevo. È quello che pretende Andrés Manuel López Obrador, il candidato della coalizione di sinistra. Anzi “di sinistra”, perché dirlo senza virgolette sarebbe dare informazioni fuorvianti.

Si deve contare, voto per voto, seggio per seggio, come prevede la Costituzione. Ed è a quella che López Obrador si appella per portare avanti una protesta pacifica, di legalità. Ma fuori sa di avere l’appoggio di milioni di messicani incazzati neri, e un movimento, #YoSoy132, che non dipende da lui e che è molto agguerrito e attivo. E che ripudia Peña Nieto.

Quelli del #YoSoy132 avevano iniziato due mesi fa come un movimento di protesta universitaria. Un gruppo di ragazzi ricchi dell’università gesuita Iberoamericana, e sono diventati un movimento civico ampio, che comprende studenti, lavoratori, contadini, che ha incorporato il movimento di Atenco. Ah, Atenco, ecco, mancava Atenco. È un posto piccolo, nell’Estado de México. Nel 2006 proprio Peña Nieto, da governatore ha fatto la sua carneficina, la sua prova del fuoco. Il saldo è incoraggiante per un futuro presidente messicano (oddio avrebbe potuto fare di meglio, ma date le sue doti scarse è un buon risultato). Allora il saldo: due morti ammazzati a botte dalla polizia. 47 donne violentate e torturate (sempre dalla polizia). Più di 200 arresti, ovviamente torturati e massacrati di botte in carcere con danni permanenti. Un’operazione che ha coinvolto circa 3500 agenti di polizia contro circa 300 manifestanti.

Con questo popò di curriculum e un ciuffo affabulatore Peña Nieto si appresta a occupare con le sue truppe la presidenza del Messico. Un Messico schiacciato da una violenza senza precedenti, annichilito dal terrore di stato e dal terrore del narco, che spesso si aiutano a vicenda, quando non sono la stessa cosa, e drogato da un duopolio televisivo (Televisa più TVAzteca controllano il 98% della TV messicana)che per anni ha costruito la candidatura di questo ragazzo dell’Opus Dei.

Allora in questo paradiso democratico, ordinato e tranquillo, stiamo a vedere cosa succederà nelle prossime settimane, aspettando il peggio, che pensavamo di avere già visto. Tra un’autobomba e un mucchio di corpi decapitati, tra un rapimento e una margarita. E se come dicono tutti questo paese vive già una democrazia normale, per quale cazzo di motivo è pieno di soldati dappertutto che ti puntano i fucili in faccia? Perché non puoi viaggiare da un posto all’altro in macchina senza rischiare la vita? Perché se fai il giornalista è peggio stare qui che sotto le bombe in Iraq? Perché se cammini per le strade di Veracruz è più facile trovare una testa umana mozzata per strada che una moneta da 10 pesos?

Perché se tua madre non sa nulla di te per qualche ora è più facile che ti abbiano portato via, ammazzato, sotterrato in una fossa clandestina, e fatto sparire per sempre, piuttosto che ti sia dimenticato il cellulare in ufficio? Perché se sei una donna e vivi a Ciudad Juárez, o in qualsiasi posto nell’Estado de México hai più probabilità di essere stuprata, torturata e poi uccisa a botte piuttosto che vedere 5 macchine rosse nella stessa giornata?

Forse è perché in Messico, in verità, i fiordi, proprio non ci sono.

Loop n. 18

(looponline.info)

Lo show elettorale messicano

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Lo show post elettorale è cominciato. In un Messico che si risveglia dopo una giornata elettorale estenuante, con un presunto presidente eletto.

Tutti i più grandi media messicani e alcuni internazionali concordano sul risultato e confermano le previsioni che dopo mesi di bombardamento mediatico sono considerate realtà: Enrique Peña Nieto presidente.

Il conteggio non è ancora terminato, anzi, ci vorranno alcuni giorni, il candidato della coalizione di sinistra, Andrés Manuel López Obrador (AMLO), domenica sera si è espresso in un discorso breve, in cui sostiene di avere a sua disposizione altri dati rispetto a quelli sbandierati fin troppo da tutti gli altri contendenti, e che attenderà il conteggio dell’ultimo voto.

Il presidente uscente, Felipe Calderón, del Partido de Acción Nacional (PAN, partito di destra ultracattolico) nel suo discorso a reti unificate ha data per conclusa l’elezione, passando lo scettro al successore del PRI. Per molti analisti con un po’ troppa gioia.

La confusione regna sovrana. Peña Nieto e Calderón si affannano a sostenere che l’elezione si è svolta in un clima “pacifico”, “tranquillo” e “democratico”. Almeno su questo i fatti li smentiscono. Soltanto domenica sono stati assassinati tre coordinatori del PRD, il partito di AMLO, in tre stati diversi, Nuevo León, Guerrero e Guanajuato. A Nuevo Laredo, nello stato di Tamaulipas, considerato un feudo del cartel degli Zetas, è esplosa un’autobomba venerdì di fronte al palazzo di governo, e sempre venerdì nello stesso Stato, a Ciudad Victoria, sono state lanciate delle granate contro una caserma della polizia e contro una stazione degli autobus.

In tutto il paese sono stati documentate da parte di migliaia di osservatori, che in molti casi hanno filmato le violazioni, intimidazioni da parte di persone armate, centinaia furti di urne elettorali. La compravendita massiccia di voti da parte del PRI è avvenuta alla luce del sole in tutto il Messico, con denaro cash, di provenienza dubbia. Alcuni analisti considerano proprio questa una testimonianza della partecipazione del narco nell’elezione di Peña Nieto: l’enorme quantità di denaro speso per impedire che si svolgessero elezioni democratiche.

E a prescindere dal risultato definitivo in Messico si sono portate a termine una quantità di irregolarità e violazioni spaventose, sotto gli occhi silenti dell’istituzione che avrebbe dovuto fare da arbitro, l’Instituto Federal Electoral (IFE), che già nel 2006 si è caratterizzato per quella che da molti oggi definiscono una frode elettorale che ha portato al governo lo stesso Felipe Calderón.

Da anni il duopolio televisivo (Televisa e TV Azteca) ha sostenuto e costruito la candidatura di Enrique Peña Nieto, il candidato “da telenovela”, operando una massiccia intrusione mediatica in un paese in cui l’80% l’opinione pubblica si informa solo attraverso la televisione.

Ma l’ombra del narco è onnipresente ed è difficile pronosticare i futuri scenari. Secondo il professor Sergio Aguayo, accademico del Colegio de México e uno dei più influenti intellettuali messicani, “Con l’elezione di Peña Nieto non si risolverà positivamente il problema del Narco. La relazione tra Stato e criminalità organizzata è una delle sfide più grandi del Paese. Per risolvere questo problema il nuovo presidente dovrebbe affrontare seriamente il tema della corruzione della classe politica, ma come fa, quando il suo partito, il PRI, proprio negli stati in cui il narco la fa da padrone, governa da anni, con governatori legati a doppio filo con i capi più potenti?”

La vittoria di Peña Nieto garantisce anche continuità con la strategia degli Stati Uniti nella “lotta alla droga”, che si esprime da anni nell’iniziativa Mérida, e che presuppone la militarizzazione del Messico, portata a termine da Calderón nei sei anni appena trascorsi, che oltre a non aver diminuito il traffico di droga e di armi (che è invece aumentato), ha prodotto quasi 70mila morti e più di 10mila desaparecidos. Nonostante le gravi irregolarità il presidente Obama ha già chiamato Peña Nieto, congratulandosi con lui e dichiarando che le elezioni si sono svolte in modo trasparente.

Unica nota positiva di questo processo elettorale, marcato da continue violazioni a qualsiasi principio democratico, è il risveglio della società civile. In questo 2012 c’è stato un reclamo democratico più profondo e più radicale da parte di tanti movimenti, a cominciare da quello degli studenti #YoSoy132. Le reti sociali hanno rappresentato un cambiamento strutturale irreversibile ed è incoraggiante vedere l’aumento della partecipazione dei cittadini in tutte le fasi della vita democratica.

Se il ritorno all’autoritarismo, alla violenza e alla corruzione del PRI sono imminenti, il popolo messicano si sta dotando di armi democratiche che promettono di invertire la tendenza. Forse.

Nel frattempo il candidato da telenovela e la sua truppa di Televisa cominciano a prepararsi per tornare al potere.

il Fatto Quotidiano, 3 luglio 2012

 

diario da New York. Occupy Wall Street

E insomma decido che visto che è dietro l’angolo posso pure farci un salto. Mi dico che tanto sto sempre appresso a poracci, senzaddio, diseredati e morti de fame, che me po’ fa pe na volta famme un giro nel cuore dell’impero. Andare a respirare l’aria puzzolente di New York? Pe na volta fare l’italiano medio, quello che va colla cartina nella metro (puzzolente anch’essa) e si ferma imbambolato ad ascoltare un trio di negri che suonano il blues (lo so non si dice negri, soprattutto qua nell’America che è proprio brutto, ma dire afroamericani mi fa tanto ridere, vabbè dai, un trio di afroamericani e non ci pensiamo più). E dunque giungo in questa famosa grande mela che tutti accoglie e che “se non vieni qui per diventare ricco sfondato o avere successo sei nel posto sbagliato”. Un sole quasi estivo accompagna gli slogan degli occupanti. Ora vorrei spendere qualche parola sugli occupanti. Sono diversi e variegati i sentimenti che affollano il mio cuore vedendo Wall Street occupata, sentendo gli slogan, i tamburi, le risate.

All’inizio è astio. È verità. Negli anni come direbbe qualche amico mio, mi sono imborghesito, e quindi la prima zaffata de fricchettume mi investe trasportata dal suono ritmato di bonghi africani suonati (veramente, non è voluto, ma è verità, davvero, senza malizia e senza i soliti cliché) da afroamericani. Mi ritorni in mente, adolescenza spesa al mamiani, dove i bonghi e le manifestazioni erano attività didattiche e dove si aveva l’abitudine di parlare, anche a sproposito, ma anche no, dei destini del mondo. Ecco pare che questi quattro frikkabbestia giunti dai luoghi più remoti della federazione, scoprano solo ora che il re è nudo. Ti parlano con l’enfasi tipica di chi ha appena scoperto il proprio pene e ha deciso finalmente di usarlo. Ti spiegano, a te avventore, che questo sistema non è più sostenibile (ma pensa), che il pianeta ha esaurito le sue risorse (oddio, ma davero me stai a dì?), che Wall Street (qualsiasi cosa ciò voglia dire), ha preso per il collo gli americani, e QUINDI che è ora che il mondo si dia una mossa.

Ora, non voglio sembrare uno snob, ma perché se un americano capisce qualcosa che chiunque altro al mondo sia abituato a pigliarlo in culo da generazioni sa da prima ancora di essere un embrione, allora, in quel preciso istante, questo qualcosa, questa epifania, diventa non solo importante, ma rende coglioni anche gli altri che fino a quel momento all’americano quelle stesse cose glie le avevano ripetute fino allo sfinimento ma lui era troppo impegnato a disintegrare vite e economie? la frase è contorta? troppo lunga?

Bene. Ma porcaccia la miseria, ma da quanti anni è che diciamo tutte queste cose? E perché nessuno di questi giovini americani e belli e simpatici e pieni di vita ha mai alzato il culo, ha puntato il suo aIpad, la sua macchina fotograficacazzutissima, il suo piccì verso queste istanze, invece di stare a grattarsi le palle nell’america libera e bella?

Mi dicono perché non gli era mai arrivata l’acqua al culo e invece mo sì. E quindi mo capisce (capisce?) che fuori il mondo è nammerda, e pure dentro non è che sia così da paura. E vuole spezzare le regole e i gioghi, ma a Zuccotti park si porta la scopa e la paletta perché “non possiamo lasciare sporco”. E magari la tua rivoluzione è proprio questa fratello ammericano. La tua rivoluzione è parlare di cose che riguardano tutti. Scambiare idee. Suonare a squarciagola in una piazza che è pure tua e non solo degli azionisti di JPMorgan. Forse il gesto più rivoluzionario che riesci a pensare è aprirti al mondo. Non credere che esisti solo tu.

O forse c’è poco di rivoluzionario anche in tutto questo e io sono più imborghesito di quanto credessi.

Ci devo pensare. Ora però è tardi. Ci sarà altro da dire. Nel frattempo “Tell me what democracy looks like! This is what democracy looks like!”

diario da Città del Messico. ecco qua i MataZetas

diario da Città del Messico. se non ci sono trans e mignotte

Normalmente non mi metto a fare le pulci alla montagna di puttanate che si scrivono con somma ignoranza su questo povero paese già sufficientemente vessato che è il Messico. In genere è anche perché non è rilevante sottolineare la superficialità e la scarsa professionalità di “colleghi” che da comode scrivanie situate in fumose redazioni inventano e viaggiano con la fantasia, contribuendo a rendere l’informazione italiana una barzelletta che in tutto il mondo causa ilarità.

In questo caso ho deciso di dedicare qualche minuto del mio tempo a un personaggio che già in altre occasioni ha dimostrato inettitudine, scarsa professionalità ma che evidentemente gode di un certo riconoscimento da parte di un giornale italiano quale il Corriere della Sera.

Il personaggio in questione si chiama Guido Olimpio. Lui fa l’inviato speciale per il Corsera negli Stati Uniti. Non ho il piacere di conoscerlo personalmente, benché si occupi sporadicamente di pubblicare perle del giornalismo sul Messico. Già mesi fa, in febbraio, il collega e compagno di sventure Fabrizio Lorusso, sulle pagine del suo blog, descriveva con competenza e metodo le minchiate (sempre con affetto Guido!) che il buon Olimpio, con sede a Washington (è come se per parlare di Turchia si chiedesse il parere di un corrispondente in Uzbekistan) continua a pubblicare sul Messico, di cui evidentemente ha un’idea un po’ confusa.

L’ultima perla è il pezzo che il Corsera pubblica su una mattanza avvenuta il 20 settembre scorso a Boca del Río, Veracruz, sotto il monumento de los voladores de Papantla. Il pezzo si intitola Il trans Brigitte e la strage di Veracruz. Narcotraffico o squadroni della morte? con tanto di foto di trans Brigitte con zinne in primo piano.

Quello che immediatamente accende il rancore nei confronti di questa pagina è che per raccontare un paese devastato e in cui accadono cose senza precedenti nella storia moderna, massacri, esecuzioni extragiudiziali (come quella appunto di 35 morti buttati in pieno giorno a Boca del Río), decapitazioni, sequestri di massa, sparizioni, gente fatta a pezzi e attaccata a narcomantas, femminicidi e varie, l’inviato speciale negli USA del Corsera pensa che se non si parla di travestiti e mignotte non si può raccontare la storia. Se non si incasella la realtà in categorie italiche di transessuali e ballerine e bocchinare non è possibile attirare l’attenzione. La sua superficialità dell’analisi è sconcertante, ma del resto per quale diavolo di ragione uno che vive a Washington D.C. dove nessuna casa può essere più alta della Casa Bianca e dove potrebbe parlarmi delle risoluzioni del Congresso, deve avere una qualche minima consapevolezza di ciò che accade da questo lato della frontiera? Solo perché si trova in questo continente allora è affidabile? allora perché un inviato in Montenegro non parla di quello che accade nelle strade di Oslo?

Caro Guido, davvero non ce l’ho con te. Cioè, se la smettessi di scrivere stronzate potremmo pure diventare amici, ti porterei a fare un giro per questo paese, a farti vedere cos’è vivere in uno stato d’eccezione, a farti capire cosa significa fare il giornalista qui. Guido! ti prego fallo per me, fatti sentire, batti un colpo, prendi un aereo che da Washington costa pure poco, viette a fa un giro, nun dà retta a quello che ti chiedono da Milano, scrivi qualcosa di VERO, di UTILE e di ONESTO e non della puttana Brigitte, che non ha alcuna rilevanza tranne che nelle menti putrefatte dei puttanieri e analfabeti italiani che vivono contabilizzando cosa fa l’uccello di Berlusconi. Per favore Guido, diventiamo amici, così posso spiegarti che quando tu chiedi a un esperto americano cosa succede e poi scrivi “Secondo un esperto americano sarebbero almeno sei le formazioni di vigilantes attive nel paese. Alcune sono pagate da commercianti e sindaci. Altre composte da gruppi di cittadini. Altre ancora fanno da schermo agli assassini dei cartelli. Il governo, in difficoltà, ha reagito inviando diverse centinaia di agenti a Veracruz ed ha escluso che vi sia tolleranza per i giustizieri. Il procuratore locale ha invece minimizzato: “Non e’ successo nulla, tutto va bene”. Ma il mistero di Veracruz non e’ stato ancora risolto.” stai facendo un torto al nostro mestiere. Stai riducendo la complessità, non tieni conto della guerra tra Zetas e altri “cartelli”, di come agisce questo gruppo che ha stravolto le regole del gioco, dell’aria che si respira in certe zone del Messico, come ad esempio Veracruz. Guido! non mi spieghi un cazzo, perché io non sento l’odore di quello che mi racconti, sento che hai alzato il telefono e hai cercato un “esperto” di cui non fai nemmeno il nome, che magari vive nel Maine, e gli hai chiesto di pararti quattro cazzate, questo penso Guido, e davvero so che invece non è così perché te sei uno veramente forte!

Se invece si volesse fare un po’ di luce su quello che accade in questo paese, si potrebbe prestare attenzione alla violenza senza precedenti, al clima irrespirabile che si vive, ai rapporti tra gruppi criminali e istituzioni, messicane, statunitensi, in un traffico di dimensioni mostruose, di droga, di persone, di armi, che coinvolge centinaia di attori. che ha causato quasi 50mila morti in meno di 6 anni e migliaia di desaparecidos.

Guido, grazie per ascoltare questo appello accorato perché so che come professionista serio saprai illuminarci con altre perle su questo Mexico tequila sexo y mariguana mariachi baffo nero pancho villa subcomandante marcos viva mexico cancun la cucaracha!

ora che ho finito lo sfogo posso continuare a lavorare. E a cercare di capire e di spiegare che cazzo succede in questo posto.

 

diario da Città del Messico. di nuovo in sella alla Bestia [parte due]

Dov’eravamo rimasti? Ah, che stavamo cavalcando la Bestia insieme a quel gruppo di centroamericani che hanno deciso di andare a essere felici negli USA. Nel frattempo però dall’ultimo post è successa una cosa che mi piacerebbe proprio raccontare. Una di quelle cose raccapriccianti che ormai il Messico ci ha abituato a sentire e a considerare normali. E giusto per aggiungere un pizzico di hardcore (come se ve ne fosse necessità) alla già cruenta storia che stiamo raccontando.
Insomma il fatto è che l’altro giorno apro il giornale e leggo che sono state fatte fuori nove persone ad Acapulco. E fin qui nulla di nuovo. La gag è che di queste nove persone, in particolare uno ha avuto la sorte dalla sua. Lo hanno preso e lo hanno fatto a pezzi. Con il busto e la testa hanno decorato una narcomanta, cioè quello che da noi si chiama uno striscione. Un’altra narcomanta è stata stesa con le gambe e i piedi, mentre una terza veniva accompagnata da braccia e mani. Ognuna posizionata in una zona diversa della Perla del Pacifico, a deliziare il soggiorno di bagnanti e vacanzieri.
L’effetto voluto, pienamente raggiunto dagli autori dell’opera d’arte, era quello di attirare l’attenzione sui messaggi che portavano su di sé i macabri striscioni, e recitava più o meno così: Governatore dello stato di Guerrero, funzionari e sbirri, fatela finita di pigliare soldi dal Cartel Independiente de Acapulco, perché questa è la piazza del Chapo Guzmán. Qui comanda lui. Ecco come finisce chi non ubbidisce.
Ora. Noi abbiamo una storia di un viaggio, di peripezie, di avventure, da raccontare su queste pagine, e non è bene distrarsi troppo, però ho creduto opportuno accennare a questo evento, per dare una pennellata di com’è l’aria da queste parti, per far respirare quest’arietta di mare, friccicarella, perché concentrati sempre sull’italico ombelico, su nani e buffoni, si perde la visione d’insieme.

Ma torniamo di gran carriera sulla Bestia,  che mica ci aspetta a noi e alle nostre cazzate sulla gente squartata, la Bestia. Qua uno ci si squaja al sole anche per ore, ma se ha da partì e te sei sceso un attimo a comprarti una birra o una coca cola, ti attacchi al cazzo. Come è successo a quello che veniva dall’Honduras, che era simpatico, anche se era migrante, e che faceva alla perfezione il verso del cane, cioè abbaiava, e insomma tutti gli dicevano “il cane” e lui scendeva ogni volta che il treno faceva una pisciata, e la faceva pure lui. Ma in una di queste, è rimasto a terra, e noi a ripartire fischiando e sbuffando, e lui abbaiando da sotto. Da solo.

Dunque accomodati sulla cima, ci si fa beffe del caldo orrido che attanaglia la gola. Respirare aria calda di fòn, per ore. La pelle fracica di sudore appiccicosa di grumi di polvere e zella. E stare attenti ai rami. Ecco. I rami. Uno pensa che è il meno, perché a fronte di una possibile aggressione a mano armata (di pistola, di fucile, di machete) un ramo che sarà mai? Purtroppo i rami sono MILIONI, sono solo rami rami rami rami e ancora rami, che sfrecciano contro la tua faccia, le tue spalle, le tue gambe, in qualunque modo tu ti sia accomodato loro ti raggiungono e ti sferzano, ti bastonano, ti sconocchiano. A volte, se sei molto fortunato, ti buttano giù dal treno. Mentre dormi, schiacciato come meglio puoi sulla lamiera, tra corpi sudati, puzzolenti, ammucchiati e doloranti, ti arriva una bastonata in faccia a 40 all’ora. Ti svegli di soprassalto, e se non stai attento te ne arriva un’altra, già pronta a colpire. Questo dura giorni.

Il tempo lo percepisci in modo confuso da qui su. Le ore passano rapide e lente, calde e umide, bagnate, infinite. Dipende dal treno. Il tuo sentire si fa treno. In base a ciò che fa, decide, sente lui, tu percepisci il mondo. Non hai autonomia. E lo senti quando all’improvviso, senza una ragione che tu possa conoscere che non sia il puro arbitrio, il treno rallenta, in mezzo alla sterminata e florida vegetazione, stridono i freni, il caldo aumenta, le zanzare ti assalgono, e ti fermi. Il ritmo lento del pulsare del motore, lo sbuffo di fumo, il fischio pesante dell’arresto della Bestia. E rimani lì. Sospeso. Fuori dal tempo e dalla ragione. In attesa di ciò che segue. Ed è lì che sale piano piano la paura, che prende vigore, che si fa solida. È in questa attesa senza tempo che il panico si fa strada nella tranquillità posticcia che pensavi di aver costruito nelle ore di viaggio, che si apre una breccia nel tuo petto e ti invade come l’acqua nei campi irrigati.

Può succedere di tutto. Il meglio che può capitare è che dopo qualche minuto o qualche ora, la Bestia ricominci pigramente a camminare. Ma questa è una speranza su cui non puoi contare. Potrebbe essersi fermato per far salire qualcuno, perché un albero è caduto sui binari, perché un altro treno deve passare, o di permettere alla polizia federale di fare un’operazione illegale, di rubare tutti i soldi ai migranti. O peggio potrebbe essere che gli Zetas abbiano fermato il treno e che ora stiano per salire, fucili spianati, per sequestrare i migranti.

È questa incertezza che ti ammazza. E il sole ti squaglia il cervello e ti mischia le idee, la percezione, e ti sbatte nel mondo della paura.

Fin qui arriva questa parte del racconto. Perché è faticoso e doloroso.

[つづく...]

diario da Città del Messico. di nuovo in sella alla Bestia [parte uno]

Leggo le pagine onlain di Repubblica e mi accorgo che a causa di più impellenti imperativi categorici i marinaretti delle Forze Alleate della N.A.T.O. avrebbero potuto salvare un po’ di sfigati migranti a largo delle coste di Lampedusa ma hanno preferito astenersi e lasciarne crepare a mucchi (poi buttati ammare dalle bestie clandestine). La notizia mi genera gastrite. Non è sorpresa la mia, è soltanto quel rancido sentimento di schifo che provo ogni volta che accumulo notizie del genere.

E mi viene voglia di raccontare una storia, che poi capiremo che in fondo è collegata con questa notizia di mare e d’estate.

Nel Messico la situazione è molto più gradevole. Qui i migranti centroamericani (perché si da il caso che il Messico sia un paese del NordAmerica, come in molte occasioni ci ho tenuto a precisare), soprattutto provenienti da Honduras, Salvador, Guatemala e pure un po’ Nicaragua, entrano nel bellissimo e verde Messico per attraversarlo di corsa e arrivare alla frontiera con gli Stati Uniti, scavallare e vivere felici. Un po’ come pensano di fare i migranti che si ammucchiano in Libia, Algeria, Tunisia, Marocco, e cercano di scavallare il pezzetto di Mediterraneo, arrivare in Italia (porta d’Europa) e vivere felici. Come vedete già si inizia a capire che sono proprio dei disperati.

Ok, dunque entrano in Messico da indocumentados, che noi italiani diciamo clandestini, e si ammucchiano su un treno merci, la Bestia. Va detto che la Bestia è una cosa grossa, rumorosa, scomoda e vecchia. Funziona così. Tu ti metti ad aspettarla in un bucodiculo di paesino del sudest messicano (dove gli italiani che ci vanno in vacanza amano dire “ho FATTO il Chiapas, poi ho FATTO lo Yucatan, poi ho FATTO un pezzo di Guatemala e poi ho finito a Tulum”, che per carità, non ho nulla contro le vacanze, piuttosto contro l’uso del verbo fare al posto di dire “sono stato” o “ho visitato” o “sono passato superficialmente per la zona di”). Dopo che hai aspettato a tempo indefinito, sempre da clandestino, se non ti hanno già derubato, allora ti derubano. Però altro che farlo con educazione questi amabili messicani tirano fuori un machete o una pistolotta e portano via al migrante (che per definizione è un poveraccio) tutto quello che ha, scarpe, orologi, spicci, verginità anale (se si tratta di giovani uomini o giovani donne di aspetto medio). Ecco qua che a un certo punto arriva il treno, dicevamo la Bestia.

Fischia che ti rifischia arriva sto catorcio degli anni di Villa e Zapata, che trasporta ferraglia, granaglie, cemento e altre amenità di cui nulla sappiamo e di cui nulla ci interessa. Il migrante ci sale sopra e cerca di trovare una comoda posizione per le decine e decine di ore che dovrà passarci. Oh, si badi bene che il treno non è che ha degli orari definiti, fa delle fermate, o cose così. Il treno non glie ne frega un cazzo che ci sta della gente sdraiata sopra. Lui prende e parte, e tu cerchi di non cascare, perché benché viaggi a una media di 20kmh, se caschi di sotto da quei cinque sei metri, capace che finisci tra i binari e rimani mutilato, come a volte accade, oppure ti frantumi sulle migliaia di roccette che si trovano ai lati dei binari. Insomma, devi fare un po’ di attenzione, perché non è esattamente come andare a farti una settimana a Formentera.

Dunque una volta salito lì sopra, accomodato, sistemato, ecco che devi aspettare qualche minuto o qualche ora sotto il sole che parta il treno. Perché come dicevamo il treno fa come gli pare, non è che arrivi te e lui parte. Devi aspettà. E nel sud del Messico, se qualcuno si è FATTO il sud del Messico, sa che ci fa molto caldo e umido e il sole ti brucia.

Allora tutti pronti per partire, fatta la pipì prima di salire sulla Bestia, preso qualcosa da bere e da mangiare al doppio o al triplo del suo prezzo normale, perché siccome sei migrante clandestino e non hai potere contrattuale ti attacchi al cazzo e se vuoi mangiare paghi quello che ti dico io, ecco che la Bestia si mette in moto e parte per il suo lungo e lento viaggio verso torture, sequestri, mutilazioni, violenze sessuali, ammazzamenti e poi dopo tutto questo verso il sogno americano.

[つづく...] (che se vi ricordate alla fine dei cartoni giapponesi voleva dire “continua”. se non ve lo ricordate ora lo sapete.

p.s. sì, il pezzo finisce a cazzo di cane, perché mi va così. se vi è venuta curiosità proseguiamo tra qualche giorno.

 

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