diario da Città del Messico

schutzstaffel

schutzstaffel

Apro gli occhi sul soffitto bianco rugoso. Notte brava ieri sera: karaoke!

Amo il karaoke. La gente si scatena su una pista tirando fuori il peggio di sé e cantando il peggio della musica mondiale, ovunque ci si trovi. Io sto in Messico, quindi si cantano i capolavori di Luís Miguel, Elvis Crespo, e altri autori di cui è vietato fare il nome su questo blog per la violenta censura che lo governa.

Prima di questo: un concerto su avenida Insurgentes in un locale che si chiama New York. Io e Cachorro a vedere i Plastilina Mosh. Un gruppo di Monterrey, che è la città più ricca del paese, la Milano messicana, comprensiva di stronzaggine milanese. Non ho capito se mi piacciono i Plastilina Mosh. Sicuramente sono un po’ delle scimmie che rifanno troppo il verso a troppa gente, tipo i CafeTacvba. Poi sono di Monterrey. L’ultimo contatto che ho avuto con gente di Monterrey è stato qualche settimana fa.

Sul piccolo velivolo di Aeroméxico che mi avrebbe portato dal DF a Managua mi siedo accanto a un omone con la faccia di cartapesta. Sembra il comandante Adamo di Battlestar Galactica (e se non sapete cos’è Battlestar Galactica, fuori dal mio blog!).

Comincia a attaccare bottone su temi insignificanti. È alto. Indossa vestiti molto costosi, gemelli ai polsini, orologio d’oro. Sarà sulla sessantina e legge il Washington Post.

Sto andando a Managua a parlare col ministro dei trasporti per concordare con lui la possibilità di costruire delle strade in tutto il paese, mi dice.

L’omone è un industriale. Che viaggia in centroamerica contrattato dai governi, per contribuire allo sviluppo di quei paesi. Lui mi parla dei suoi figli, che ha educato con rigore e rettitudine, coi sani valori tradizionali. Mi chiede dell’Honduras. Io rispondo che in democrazia certe cose non si dovrebbero proprio fare, tipo dei colpi di stato militari.

Il regiomontano (che sarebbe come si dice uno che è di Monterrey) mi fissa. Dietro di lui c’è l’oblo con la tendina aperta e un fascio di luce mi acceca. Tu sei molto giovane, mi dice, non sapendo quanto mi stanno sul cazzo quelli che per argomentare le cazzate immonde che stanno per sparare premettono una supposta superiorità dovuta a ragioni anagrafiche. Sei molto giovane e non capisci che non tutti sono pronti per la democrazia.

Ecco. Adesso sorprendimi. E lui lo fa.

Vedi, prosegue il saggio vegliardo miliardario, Adolf Hitler (!!!) diceva una cosa interessante. Magari a te non piace Hitler (ma che ne sai. io lo amo quel figliodiputtana. è il mio mito!) e nemmeno a me, però ha detto delle cose interessanti (probabilmente la maggior parte nel privato della sua cameretta). Diceva che le persone non sono tutte uguali (un modo per dirlo, in effetti), e i migliori sono una minoranza. E la democrazia è il governo della maggioranza, cioè dei peggiori. E quindi la democrazia è una grande ingiustizia perché i migliori, pochi, sono governati dai peggiori, molti.

Lo guardo ammirato senza riuscire a proferire parola. Lui prosegue il suo delirio vaticinando della disciplina nel football americano comparata con l’anarchia nel calcio, ma io ormai ho perso il filo e mi immagino di marciare per le strade di Managua vestito da ufficiale della Schutzstaffel spiegando che purtroppo loro non erano pronti per la democrazia, anzi, il loro prendersela costantemente in culo era un segno della giustizia di dio.

La versione messicana del comandante Adamo mi augura buon viaggio, mi da il suo biglietto da visita e mi offre anche un passaggio sulla sua auto ministeriale. Io declino con garbo e mi tuffo nel caldo orrido di Managua e dei suoi taxi collettivi (perché a Managua se sali su un taxi non è tutto per te. Se il tassinaro riesce a caricarlo di gente diventa tipo un microbus).

Il concerto dei Plastilina Mosh ci rompe il cazzo dopo mezz’ora. Sono autoindulgenti e non hanno nulla di nuovo. Per questo la nostra meta diventa il karaoke, dove scaricare la nostra frustrazione (ognuno c’ha la sua) e dare sfogo ai nostri istinti più bassi. Sempre meglio così che esportando il nazismo in centroamerica.

diario dalla repubblica sandinista del Nicaragua

bienvenidos a Honduras

bienvenidos a Honduras

Dalla frontiera ho scritto poco. È che la connessione già di per sé da ste parti è una ciofeca, come si diceva a Roma negli anni ’80, là su poi era a pedali. Ma ci sono diverse altre cose da dire su quell’eroe di Zelaya.

Una bella gag è la sua assistente, la sera di giovedì, quando siamo arrivati tutti in carovana a Estelí, a 150 km dalla frontiera.

Situazione: schiera di giornalisti, fotografi, cameramen stanchi morti ma pronti a scattare come un sol’uomo alla prossima avvisaglia di rueda de presna. Esce la povera Betty, con la faccia nel culo, come dicono i francesi, sfatta dalla schiera di panzoni che accompagnano grugnendo (letteralmente) il legittimo presidente. Fa la funzionaria dell’ambasciata e fa da segretaria al baffone, e prende i nostri nomi per le domande da fare al presidente.

Alla fine stremata afferma: “e vi prego, qualcuno di voi gli può chiedere cosa ha intenzione di fare domani per favore, che io non l’ho capito? vi dispiace?” Purtroppo nemmeno di fronte alla miseria umana della povera Betty siamo riusciti a mantenere un contegno. Un coro di risate de còre. Un attimo di consapevolezza che stamo tutti a giocà in fondo. Daje co le pacche sulle spalle.

Come giocava quell’altro pischello che hanno trovato crepato la mattina di sabato. Pedro. Misteriosamente ammazzato dalle parti di El Paraiso, a qualche chilometro dalla frontiera, lato Honduras. La bocca spalancata in un ghigno orrendo, gli occhi aperti e sorpresi. Buttato in mezzo all’erba. Anche lui un ragazzino, 22 anni aveva Pedro, mortacci sua. Ma tanto sticazzi. È una guerra o no? E Mel è il comandante baffuto che grida al suo popolo “Armiamoci e partite!”

Dice che però c’ha tanto carisma. A me me pare che l’ha lasciato da qualche parte sto carisma. Invece s’è portato appresso parecchia logorrea populista, oltre alla collezione di sombreri.

Ma comunque veramente basta parlare di questo genio militare. Ora sono di nuovo a Managua, pronto a spiccare il volo verso il Messico.

E qua a Managua, come dice il mio amico fricchettone che gira per il centroamerica “in viaggio” carico di amore per i popoli oppressi, me ne dormo in un hotel coll’aria condizionata.

E rido dei commenti de quelli militanti. I militanti co la bandiera sugli occhi. Di quelle bandiere che te porti da casa. E pure quando vedi l’evidenza ti dici, no cazzo non è vero. te dici, no la rivoluzione sandinista è da paura! Perché te caghi addosso a pensare che, porca troia, te sei sbagliato fino a mo. O semplicemente che avevi bisogno di credere in un’idea, ma in verità era solo un’idea e non era vero un cazzo nella vita dei poracci che quell’idea se la devono accollare tutti i giorni, e che quell’idea la pagano pure per te.

Ma non c’è niente di male in verità. Ho capito questo, che l’idea non muore nel fallimento della realtà. L’idea rimane bella e viva. Se uno crede nei valori sandinisti ci crede pure quando vede i vermi che mangiano questo paese e dicono di essere sandinisti.

Sto a diventà patetico e cattedratico, per cui mi ricaccio nel mio strato basso dove sto più a mio agio.

Accendo la tivvù e c’è una telenovelas messicana. La misura di quanto sto posto è finito la dà il fatto che qua il Messico è considerato tipo l’Italia per gli albanesi negli anni novanta. Cioè un Nica davvero pensa che il Messico è un posto fenomenale guardando alla tivvù messicana le saghe familiari dei vari FlorianoAlberto Saltapicchio Ortega. Poi lo stesso nica magari si lancia a attraversare mezzo centroamerica per finire sparato sul muro alla frontiera con gli Stati Uniti.

E l’Italia, come il Messico, so tutta scena pe l’albanesi. So postacci.

Sono finito nell’Albania degli anni novanta. Me pareva un ambiente familiare.

Pièsse. oggi ho ricevuto il commento più bello da quando ho aperto il blog. Lo riporto perché mi ha riempito il mio stupido cuore di riso e gioia. Dice così: “Ao’ !…
nun resisto, me fai taja’…
uno che scrive come te ( a sto livello de sincerita’ ) nun l’avevo ancora trovato in giro…”

Daje Bubu.

diario dalla frontiera tra repubbliche bananere

Recate

Recarte

Oggi è domenica. Giovedì è partita la carovana del tonto, come la chiama un amico. Ma i tonti siamo noi. Accompagnamo Mel Zelaya a fare il suo show alla frontiera con l’Honduras. Col suo cappellone e il megafono ora si presenta ogni giorno alla stampa internazionale continuando a gridare al mondo che lui è il paladino della democrazia nel mondo. Lui. E grida “quien dijo miedo?? Quien dijo miedo?” che da noi si direbbe chi ha detto paura!? ma lo grida nascondendosi dietro ai camion immobili che aspettano da tre giorni di passare quella frontiera. Si nasconde perché non ha paura di niente, ok ma dice che comunque non si sa mai.
Dice un comandante della polizia Nica in pensione che a Mel gli manca una cosa fondamentale, “i coglioni”! Poteva benissimo passare la frontiera, dice il vecchio sbirro sandinista, se avesse avuto le palle, ma pare che ai catrachos gli manchino le palle. Ma queste sono considerazioni campaniliste tra centroamericani.
Quallo che è vero è che molti supporters di Mel che si sono sparati dodici ore di foresta, inseguiti dai cani dell’esercito, per arrivare qua a gridare “Viva Mel”, adesso lo vedono fare il buffone e a loro sì che cominciano a girare le palle (quindi verrebbe meno la teoria del comandante sandinista sui catrachos, che è come si dice hondureños). Sto tira e molla è per mantenere la gente barzotta, ma si sa che se uno sta barzotto troppo a lungo poi je rode. È esattamente quello che succede qua.
Io comunque continuo a farmi nuovi amici e a mangiare gallo pinto. E stasera torno alla civiltà: a Managua. Per il Messico manca ancora un po’.
Il migliore di questi giorni comunque rimane il colonnello Recarte, quello che ha dato la mano a Mel. Ha una faccia buffa, non sembra il solito figlio di puttana militare. Cioè sicuramente lo è, ma almeno fa ridere.
È quello che quando gli abbiamo chiesto scusi tenentecolonnello, abbiamo saputo che ci sono stati morti tra i sostenitori di Zelaya in Honduras, lui ha risposto pacifico con la faccia da bamboccione, io non ne so niente, si dicono tante cose… dicevano che nel 2000 sarebbe finito il mondo, e invece alla fine siamo ancora tutti qua.
Sul serio credo che la comicità innata e involontaria di questa gente sia da ascriversi all’alimentazione. O al caldo umido. Dovrebbero riuscire a sfruttare questo essere dei buffoni e smetterla di cercare di essere seri. Ma chi te crede? Dai! Ma te pensi che messo a fianco a un danese qualcuno di voi ha la minima speranza di non sembrare un pagliaccio?
Mo vado che Mel ha deciso di fa la conferenza stampa numero unmilionequattrocentomilasessanta. Non me la voglio proprio perdere!

diario dalle repubbliche centroamericane. golpiste e sandiniste.

ritorna Mel

ritorna Mel

Oggi sveglia alle 6 stile Kill Bill. La radio svizzera mi cerca perché hanno scoperto che sono tornato a Managua. Ciao sono Silvia, mi dice la signora radio, che ti pensavi che non ti trovavo? Non scappi sai? Ok ok ci ho provato, va bene. come volete voi. Faccio tutto quello che volete ma lasciate stare i miei figli vi prego!

Ero appena sveglio, stavo sognando di essere un uomolupo con 6 figli vampiri in fasce. Ste cazzo di banane fritte hanno effetti psicotropi sconosciuti.

No, allora guarda facci una copertura e raccontaci come sono gli spari dell’esercito che cercherà di uccidere Zelaya e tutti voi che gli andate appresso. Ok capa. sarà fatto, in nome del franco svizzero e dell’antica amicizia millenaria che lega i nostri popoli.

Poi mi ributto dentro il cuscino, cacciando formiche che mi camminano addosso e zanzare obese del mio sangue. Squilla di nuovo il telefono. Dice, senti ho dato il tuo numero a quelli di Radio Rai. Dice che ti chiamano.

A me? Radio Rai? Ma che non lo sanno che io lavoro solo per media stranieri e quelli italiani li schifo? Forse sono venuti a sapere che sono l’unico giornalista italiano che accompagnerà Zelaya a cavallo col sombrero nel suo ultimo viaggio suicida? E si svegliano ora? Cazzo ci deve essere qualcosa che non va se in italia si parla di questo golpe de estado militar. Noi non siamo mica come quegli sciocchi della ARD, la radio più grande del mondo, tedesca, per la quale faccio delle corrispondenze, che seguono tutto quello che succede in giro. Noi in Italia siamo furbi, scriviamo solo di cose serie. Cristo.

Per esempio oggi leggo su Repubblica che “Il sito Onebag.com è dedicato all’arte di viaggiare con poco peso e senza portarsi dietro cose inutili. Dal vestiario agli apparecchi elettrici”. Speravo anche in un bel reportage sui luoghi del risotto… queste sono le storie che vanno raccontate, altro che le vicende di repubbliche bananere golpiste.

Tra tre ore partiamo con un taxi sfonnato in direzione Estelí con la seguente formazione: Amalia, giornalista nicaraguense, Fabiano, giornalista brasiliano, e il sottoscritto. Ci siamo comprati baffi posticci, sombreros e stivali. Cerchiamo di immedesimarci nel ruolo di scudi umani per proteggere l’incolumità di Mel. Venceremos!

Per completezza dell’informazione 3 minuti dopo che mi ha chiamato la Rai è caduto per terra il mio cellulare e si è nebulizzato in frammenti infiniti. Che vorrà dì? Che m’hanno fatto un buono?

p.s. per pura casualità l’albergo in cui ho dormito stanotte a Managua si chiama Don Quijote. Sono sconcertato.


diario dalla repubblica Sandinista del Nicaragua/repubblica bananera dell’Honduras

piove su managua

piove su managua

Allora uno torna a casa a Città del Messico, dopo tre settimane tra Honduras e Nicaragua, mangiando banane fritte, pollo fritto, riso e fagioli.

Che bello, finalmente posso portare a lavare i quattro stracci che puzzano di cane fracico che c’ho addosso da settimane. Posso mangiare bene. Posso vedere i miei amici.

Poi visto che non valgo un cazzo come giornalista mi chiamano i miei amici brasiliani.

E mi dicono oh senti, che cazzo ci fai in Messico? Dico ce vivo. Dice no, dice domani te torni a Managua a spese nostre perché succede qualcosa. Io dico vabbè allora famo così, che io mi imbuco nella delegazione di giornalisti che accompagnano al vaquero Zelaya in Honduras e ve faccio la copertura. Va bene così? Dice si da paura. Anzi lo dice in brasiliano che però non si capisce bene, ma sicuro vuol dire da paura.

E quindi mo sto di nuovo qua. Me so sparato la conferenza stampa col cappellone presidente e domani se n’annamo tutti a fa sta gita. A fa gli scudi umani. A proteggere il presidente legittimo. Che culo. Però i brasiliani so contenti. E se so contenti loro va tutto alla grande. Poi te lo dice la voce aggraziata di una collega che non ho mai visto in faccia e che mi dà istruzioni e mi traduce i pezzi. Parla con l’accento brasiliano. Fa tanto Desafinado. È un piacere lavorare con te, cara.

Domani si parte a scrocco dai giornalisti dei media poderosi. Mi porto uno spuntino per il viaggio.

Ora piove su Managua. Mejo, come dice l’amico Mannarino. Così rinfresca. Così sta polvere piena di miseria se scola un po’ nel lago. E magari domani la città sembrerà un po’ più bella. Magari. O magari invece no.

diario dalla Repubblica Sandinista del Nicaragua

gigantona FSLN

gigantona FSLN

 Se devi andare in un posto a Managua non ci sono indirizzi. Vai dal tassista e gli dici, dove stava il cinema Colon, tre cuadras verso il lago, mezza abajo, e due al sud. E lui capisce. 

Siccome dal 72, anno del terremoto che ha sbragato la città, non si è ricostruito più niente, non ci sono molti punti di riferimento. Quindi magari il cinema Colon non c’è più da 20 anni. Ma è un punto di riferimento ideale. Se lo inventano. Il lago è per dire nord. Dove sta il lago. abajo e arriba è est e ovest. E davvero questo non so perché.

La gente però arriva nei posti. Questo sì. Ma a casaccio.

Il 19 luglio tanta gente è andata in un posto. A festeggiare 30 anni della rivoluzione sandinista. Emozionante. Decine di migliaia di anime con le bandiere rosse e nere dei sandinisti. Peccato che sul palco c’era il peggio della politica nicaraguense. 

Daniel Ortega è un uomo fosco. Pare che se sia magnato parecchi soldi di questi poracci. Dice che gli arrivano 400 milioni di dollari all’anno dal Venezuela di Chávez. Ma nel paese non ci sono le strade, nel paese si magna solo gallo pinto. Nel paese la gente sta colle pezze al culo di brutto. Dove cazzo li inverte i soldi questo rotto in culo? La moglie dal palco balla. È una pazza che canta e balla. La gente dice che fa le messe nere e parla coi morti. Rosario Murillo detta la Chaio. è evidentemente squilibrata. Nessuno l’ha eletta, eppure detiene grossa parte del potere in Nicaragua. Vedere questi pagliacci che hanno tradito gli ideali della rivoluzione sandinista, mi fa venire da vomitare. Manipolano un popolo che ha saputo ribellarsi, ha saputo creare una rivoluzione innovativa. E ora è ridotto a elemosinare cibo e dignità. 

La piazza si riempie di gigantone, ognuna col suo enano cabezón. 

Io mi squaglio al sole.

La sera prima sono andato al Cueto Club. È un table dance di Managua. Si pagano 10 cordobas per entrare. Tipo 30 centesimi di euro. 

Sedie di plastica bianche. Una pista di muratura con le maioliche del bagno. luci soffuse. Anzi, spente. Questo posto emana uno squallore totale. Ci lavorano 22 ballerine. Panzone. Vederle muoversi e spogliarsi annoiate e incapaci le rende più grottesche di quanto già sarebbero su dei tacchi a zeppa di venti centimetri. La birra è pure tiepida. Mi viene una tristezza senza fine. Su uno schermo c’è una partita di baseball. Sull’altro un film porno. Il baseball non l’ho mai capito. Mi è sempre sfuggito il succo di questo sport. Preferisco guardare gli yankees che le ballerine. Perché leggono nel mio sguardo la tristezza e il disappunto. Non vorrei offenderle. Ma davvero è più sexy l’iguana che ho visto scuoiare oggi al mercado Oriental.

Il mercado Oriental è grande 90 manzanas. 90 isolati. Ci passano una media di centomila persone al giorno. È un delirio brulicante. Lì ti ci vendono le iguane vive. che ti scuoiano lì per lì. Pare che siano molto buone. Gli arabi in questo mercato hanno fatto i soldi. Gli arabi in Nicaragua sono rispettati.

Managua si merita di meglio di quello che ha. Questa gente si merita di meglio di un buffone con una visione della sinistra obsoleta che ruba soldi e racconta cazzate per ore a una piazza che si scioglie sotto il sole. Sul palco c’è Rigoberta Menchú. Lei nella vita fa il premio nobel per la pace. La rispettavo prima di vederla su quella tribuna. Ora no.

Col Nicaragua non ho finito. Per ora lascio la piazza e vado a vedere il lago, cercando di non farmi spanzare da ragazzini di 14 anni che ti rapinano con un coltello a qualsiasi ora del giorno e della notte, per comprarsi la colla che si pippano. Bel destino per il sogno sandinista. Grazie FSLN. Grazie davvero.

diario dalla Repubblica Sandinista del Nicaragua

 

ombra di Sandino

ombra di Sandino

C’è da dire che qui in Nicaragua sono stati un po’ presi per il culo. Domenica ci butteremo tutti in Plaza de la Revolución a festeggiare i 30 anni del triunfo sandinista. Cazzo che emozione! Dopo 30 anni i sandinisti al potere in Nicaragua. Tutto deve essere da paura. I sandinisti so compagni. Hanno riportato questo paese centroamericano a dei livelli di vita decenti. Finalmente!

Certo, peccato che il centro di Managua pare che l’abbiano bombardato due ore fa, invece è il terremoto del ’72 che l’ha raso al suolo. E poi non hanno fatto in tempo a ricostruirlo. Te credo, con tutte le cose strafighe che dovevano fare.

Certo, peccato che non ci sono strade e la città è piena di monnezza perché non hanno costruito infrastrutture, ma chissà quante cose sono state fatte invece.

Certo, la gente dice che si muore di fame e io vedo in giro persone povere, case povere, strade povere e sguardi smarriti. Ma sicuramente tra sandinisti e neoliberali, che sono stati al potere per 16 anni, avranno fatto infrastrutture da paura che a me non è ancora capitato di vedere.

Certo, Daniel Ortega, il presidente sandinista, fa un po’ di affari con Hugo Chávez, ma sicuramente non sarà vero quello che dice padre Fernando Cardenal, uno dei 12 intellettuali che ha inventato la rivoluzione sandinista, quel gesuita che a mille anni lavora ancora insieme ai ragazzini di strada per insegnargli a leggere e scrivere, non sarà vero quello che dice lui, che il FSLN si magna ogni anno 400 milioni e non investe proprio un cazzo nel paese lasciando il popolo nicaraguense a marcire nella miseria.

Saranno voci. Ma sono tutte le voci che sento. È un coro di gente che ha creduto nel sandinismo e mo gli hanno fatto un buono. Dice, e che vor dì? Che se la pijano nder culo.

Ma sicuro io mi sbaglio. Sicuro ci deve essere un’altra spiegazione a questa miseria. E sono io, europeo, superficiale e cazzone che non ho la capacità di vedere.

In compenso incontro persone gentili, disponibili, generose. Allora mi dico che come al solito io non ci capisco un cazzo. Tanto per cambiare.

Ci sono dei laghi e dei vulcani in Nicaragua. C’è una bellissima città coloniale che si chiama Granada. E ci sono molte banane anche qui. Io continuo a andare in giro a intervistare i reduci della rivoluzione sandinista per farmi spiegare perché non capisco un cazzo. 

Fa caldo e mi mangiano le zanzare. E in città c’è ovunque l’ombra di Sandino. Non in senso metaforico. In senso stretto. Tipo gli enormi tori neri che campeggiano in Spagna. Ecco. Qui sono enormi “ombre di Sandino”. Dove ci vediamo? Rispetto all’ombra di Sandino due cuadras verso il lago. 

Forte.

diario dalla Repubblica Sandinista del Nicaragua

Sandino

Sandino

Il viaggio in autobus è lungo sulla Panamericana. Entrando in Nicaragua fa caldo. Piove. E c’è un grosso cartello che dice “Cumplirle al pueblo es cumplirle a Dios”. Meno male va. Allora va tutto per il meglio.

Infatti mi pare ancora più povero dell’Honduras sto paese. Strade sfonnate, vacche pascolando sulla strada migliore del paese (l’unica), la Panamericana. Due DUE corsie in tutto. Cioè una e una. E basta. E vacche. Cavalli. Regazzini che giocano a pallone in mezzo alla panamericana. Insisto su questo punto perché vorrei che si capisse che è come se sul brennero pascolassero le vacche altoatesine e i trentini ci giocassero a pallone o a hockey sopra.

Dice che il Nicaragua è il secondo paese più povero dell’America latina. E solo perché Haiti è imbattibile.

Ok. A Managua mi aspetta Amalia. Una collega periodista nicaraguense con cui abbiamo condiviso esperienze comicogrottesche nella barzelletta di Tegucigalpa.

Managua di notte. Una città senza centro. Non capisco bene com’è. Devo vedere.

Ma mi pare che pure qua di problemi non ne mancano.

Per strada vedo un pupazzo gigante che cammina. È inquietante. A fianco una specie di nano con una testa enorme. Tamburi. Ecco qua. So finito in un altro posto surreale. Si avvicinano. Che faccio?

Ah, quella è la gigantona e il suo enano cabezón!! dice Amalia.

Certo… la gigantona y el enano cabezón… come ho fatto a non riconoscerli? Sono proprio il più stronzo…

Sono un retaggio indigeno. Vanno in giro per le strade suonando il tamburo, parlando in versi e prendendo in giro tutti. C’è sempre la gigantona, che sembra una dama spagnola, un pupazzo alto due metri con dentro un ragazzino che regge l’impalcatura di legno (facendosi un mazzo non da poco), poi c’è quello che suona il tamburo e fa le rime. E poi el enano cabezón. Possono anche essere due i nani.

A me sta cosa dell’enano cabezón mi fa ammazzare da ridere. Non so perché.

Sto regazzino de 6 anni con un capoccione enorme di cartapesta unito al nome ha un effetto comico davvero notevole.

Insomma sono le pasquinate. I buffoni. Contro il potere. So compagni. Forti.

Con Amalia ci prendiamo la prima birra di sera dopo quasi due settimane di toque de queda, coprifuoco. Nella plaza della rotonda, dove svetta un albero di natale fatto di lucette alto 20 metri.

E questo che cazzo è? Un albero di natale acceso il 12 luglio? A Managua?

Eh, la first lady ha pensato che poteva rimanere qui da Natale. In cima ha un grosso numero 30 luminoso. E siccome quest’anno si festeggiano 30 anni della rivoluzione sandinista…

Certo allora lasci per sei mesi un albero di natale in mezzo alla strada. Mi sembra proprio appropriato. Considerato poi che è pieno di alberi di natale qui tra un banano e una pianta di caffè.

Altra cosa che c’è sempre qui nella rotonda sono i mariachi.

Allora circondato da lucine e mariachi assaporo la birra fresca e mi sento di nuovo a casa.

Domani comincerò a capire dove cazzo sono adesso. Ma già mi sento sollevato per non stare più in mezzo al popolo codardo dell’Honduras.

È qualcosa.

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