diario da New York. Occupy Wall Street

E insomma decido che visto che è dietro l’angolo posso pure farci un salto. Mi dico che tanto sto sempre appresso a poracci, senzaddio, diseredati e morti de fame, che me po’ fa pe na volta famme un giro nel cuore dell’impero. Andare a respirare l’aria puzzolente di New York? Pe na volta fare l’italiano medio, quello che va colla cartina nella metro (puzzolente anch’essa) e si ferma imbambolato ad ascoltare un trio di negri che suonano il blues (lo so non si dice negri, soprattutto qua nell’America che è proprio brutto, ma dire afroamericani mi fa tanto ridere, vabbè dai, un trio di afroamericani e non ci pensiamo più). E dunque giungo in questa famosa grande mela che tutti accoglie e che “se non vieni qui per diventare ricco sfondato o avere successo sei nel posto sbagliato”. Un sole quasi estivo accompagna gli slogan degli occupanti. Ora vorrei spendere qualche parola sugli occupanti. Sono diversi e variegati i sentimenti che affollano il mio cuore vedendo Wall Street occupata, sentendo gli slogan, i tamburi, le risate.

All’inizio è astio. È verità. Negli anni come direbbe qualche amico mio, mi sono imborghesito, e quindi la prima zaffata de fricchettume mi investe trasportata dal suono ritmato di bonghi africani suonati (veramente, non è voluto, ma è verità, davvero, senza malizia e senza i soliti cliché) da afroamericani. Mi ritorni in mente, adolescenza spesa al mamiani, dove i bonghi e le manifestazioni erano attività didattiche e dove si aveva l’abitudine di parlare, anche a sproposito, ma anche no, dei destini del mondo. Ecco pare che questi quattro frikkabbestia giunti dai luoghi più remoti della federazione, scoprano solo ora che il re è nudo. Ti parlano con l’enfasi tipica di chi ha appena scoperto il proprio pene e ha deciso finalmente di usarlo. Ti spiegano, a te avventore, che questo sistema non è più sostenibile (ma pensa), che il pianeta ha esaurito le sue risorse (oddio, ma davero me stai a dì?), che Wall Street (qualsiasi cosa ciò voglia dire), ha preso per il collo gli americani, e QUINDI che è ora che il mondo si dia una mossa.

Ora, non voglio sembrare uno snob, ma perché se un americano capisce qualcosa che chiunque altro al mondo sia abituato a pigliarlo in culo da generazioni sa da prima ancora di essere un embrione, allora, in quel preciso istante, questo qualcosa, questa epifania, diventa non solo importante, ma rende coglioni anche gli altri che fino a quel momento all’americano quelle stesse cose glie le avevano ripetute fino allo sfinimento ma lui era troppo impegnato a disintegrare vite e economie? la frase è contorta? troppo lunga?

Bene. Ma porcaccia la miseria, ma da quanti anni è che diciamo tutte queste cose? E perché nessuno di questi giovini americani e belli e simpatici e pieni di vita ha mai alzato il culo, ha puntato il suo aIpad, la sua macchina fotograficacazzutissima, il suo piccì verso queste istanze, invece di stare a grattarsi le palle nell’america libera e bella?

Mi dicono perché non gli era mai arrivata l’acqua al culo e invece mo sì. E quindi mo capisce (capisce?) che fuori il mondo è nammerda, e pure dentro non è che sia così da paura. E vuole spezzare le regole e i gioghi, ma a Zuccotti park si porta la scopa e la paletta perché “non possiamo lasciare sporco”. E magari la tua rivoluzione è proprio questa fratello ammericano. La tua rivoluzione è parlare di cose che riguardano tutti. Scambiare idee. Suonare a squarciagola in una piazza che è pure tua e non solo degli azionisti di JPMorgan. Forse il gesto più rivoluzionario che riesci a pensare è aprirti al mondo. Non credere che esisti solo tu.

O forse c’è poco di rivoluzionario anche in tutto questo e io sono più imborghesito di quanto credessi.

Ci devo pensare. Ora però è tardi. Ci sarà altro da dire. Nel frattempo “Tell me what democracy looks like! This is what democracy looks like!”

diario da Port au Prince. l’arrivo.

Ed eccoci qui nell’epicentro della tragedia planetaria. La verità è che di Haiti non glie ne frega proprio un cazzo a nessuno. Proprio, la gente al mondo pensa che sia un’isola. Invece poi vedi ed è un pezzo di un’isola. Manco è intera. Quella intera, dove poi ci sta Haiti dentro, si chiama Hispaniola. Un pezzo sfigato di un’isola. Un posto povero come pochi, pieno di negri terremotati, uraganati, massacrati più o meno sempre, che manco è l’Africa!! Che sull’Africa sono tutti d’accordo nel cordoglio, negli sguardi contriti, dici Africa e tutti pensano alla faccia un po’ dispiaciuta, all’espressione da salotto, preparata da anni. Dici Haiti e tutti pensano alla Polinesia. Quella è Tahiti. C’ha pure l’acca da un’altra parte. Allora gli fai, no Haiti è quella dei negri però latinoamericani che parlano quel francese strano. Quella che per prima si è resa indipendente, un paese di schiavi. Ah. E ‘ndo rimane?

Ora il terremoto. Sbragate migliaia di vite. In un secondo. Schiacciati sotto le macerie. Invasi i mezzi di comunicazione mondiali da immagini commoventi, strappacòre. Cordoglio a breve termine. Per l’Africa è diverso. Quello è a lungo termine. Rimane. Light, ma rimane. Questo vedi quanto ce metti a scortattelo. Chi se ricorda mo, sull’unghia, do rimane l’Indonesia? Ecco. Appunto. In più questi so pure negri.

Ora. L’armata Brancaleone catapultata nelle strade. Ho bisogno di raccontare le strade perché è qui che succedono le cose. L’azione, catturata dalle immagini dei miei compari, si manifesta e si spiega da sé nella strada. Io qui non parlo solo dei miei occhi. Qui abbiamo moltiplicato i nostri occhi, i nostri nasi, perché uno dei sensi più stimolati è l’olfatto da queste parti in questi giorni. Io ho il compito di raccontare con le parole quello che i nostri quattro corpi hanno registrato in questa settimana.

Alla partenza da Santo Domingo eravamo eccitati. Ma che sarà mai sta famosa Haiti? Ma che se dovemo aspettà? Ma come se dovemo comportà di fronte alle tragedie epocali? Se ponno fa le battute? Non saremo troppo cazzoni per essere testimoni di un evento del genere? Questa è robba che scotta. È robba dell’umanità.

Juan ce guardava appoggiato col braccio sullo sportello aperto della sua Honda bianca. Non sapeva. Salendo a bordo la macchina si abbassava quasi a toccare terra. “A regà, ma secondo voi non è bassina? Me sa che co sta cosa nun arivamo manco ar casello. E ancora non è salito Juan, guarda che panza, pare che s’è magnato er fijo!” E su queste parole del Principe, che rappresentavano i sentimenti dei quattro moschettieri, ci preparavamo non solo a guardare in faccia la STORIA (tutta maiuscola), ma addirittura a raccontarla. Vabbè, un pezzetto, però comunque sempre STORIA. Se solo la STORIA sapesse…

Il primo giro panoramico, il pomeriggio del primo giorno, ci fa stare tutti zitti. La Cité du Soleil. Di passaggio. Un assaggio. Il disastro  è nelle loro vite. Sentivo qualcuno che ha detto “vabbè quelli già erano poracci, che je fa il terremoto?”. Il terremoto je fa. Se te c’hai un palazzo, milioni, 10 macchine e ti crolla tutto ti cambia la vita. Se te non c’hai un cazzo e te crolla tutto te bevi er piscio. Ed è proprio quello che usano fare qui.

Tutto intorno gente che cerca di raccattare pezzi di qualcosa per coprirsi, per vestirsi, per mangiare. E magari tua madre che prima della scossa ti mandava a comprare il riso ora è un mucchio di carne informe, gonfia che puzza che fa schifo. E non solo la tua. Pure quella del tuo vicino, la tua ragazza, il ferramenta, il pappone, la mignotta, il gatto, il rapinatore, l’ebanista, lo scultore. E tutto er condominio loro. E i parenti. E te siccome sei sfigato che sei rimasto vivo manco magni e te bevi l’acqua della fogna. Peccato che la fogna non ci sta. Infatti in questo paradiso tropicale si so dimenticati di fare le fogne. Le stavano a fa eh. Poi però all’ultimo zac! Scordati. Quindi quando tu caghi l’acqua va in certi canali di scolo un po’ così. Si mischia alla monnezza di passaggio. E visto che la città è in discesa, quando piove l’acqua se porta tutto a valle. A fa quello che gli esperti chiamano “er Mischione”. Vicino al quale è stata scattata la foto che sta qua sopra.

Allora ce le immaginiamo le signore haitiane, tesoro, mi raccomando, a mamma, lavati bene le mani quando torni a casa da fuori, che c’è la sporcizia. A mà, le mani me le lavo nel mischione, che cazzo dici?? L’acqua questa è. E poi, quale casa, mà? Ma tanto a noi ce dura un mese la tragedia. Je mannamo l’aiutiumanitari, spediamo lessemmesse da du euri, si attiva l’unità di crisi del MAE e passa la paura.

Questo passa nella mente al vostro reporter preferito e ai suoi compari silenziosi. Si sente il clic delle macchine fotografiche che devono testimoniare l’orrore.

Intorno baraccopoli improvvisate. Teloni. Noi in giro. E giunge la sera ed il buio. Si entra nel girone dantesco. Non so bene quale.  Ma uno brutto. La macchina viaggia a velocità smodata con Jean Philippe che suona come un pazzo. Qua non è che non fai le infrazioni con la macchina. Qua fai le peggio cose con la macchina e mentre le fai suoni il clacson a palla. Sfrecciamo nella notte. Luci senza senso squarciano il buio. Non lo squarciano. lo ovattano. E nella penombra anime in pena vaganti sole insieme. Ombre che camminano. Ombre che occupano la strada. Ci mettono dei sassi a delimitare le carreggiate, o ci mettono i loro corpi sdraiati. Perché dopo sta schicchera de terremoto cor cazzo che dormimo dentro casa. Ah, quale casa?

Ombre che si mettono in gruppo e cantano canzoni a dio e a gesù, che se nun j’è fregato un cazzo de salvarli dal terremoto non si capisce perché mo li dovrebbe aiutare dopo. Arrangiatevi, stronzi!

Si canta insieme inni a gesù per paura degli spiriti. Per sconfiggere la paura. Per sentire calore. Per non sentirsi soli. Ancora più abbandonati. E sta per iniziare un circo, ragazzi, che vi lascerà ancora più soli, anche se dice di aiutarvi.

E noi si continua a sfrecciare. Ora davvero basiti per quest’atmosfera irreale, opaca ma che parla e si fa capire. Ci vorrebbe una foto di Cuttica per capire in un solo istante. E a me invece servono lunghe frasi.

Nel buio intravediamo palazzi crollati schiacciati sformati esplosi in quello che sembra un ghigno sgraziati case di disgraziati.

E noi sfrecciamo.

L’arrivo nella casa della nostra ospite. Una pastasciutta. Dormire sul cemento in giardino su un materasso fatto di asciugamanini che l’Ikea ha mandato come aiuto umanitario. Rossi. Blu. Con scritto Ikea. Grazie Ikea. Ora ti dormo sopra. Sopra la terra che ha tremato. Pronto a quello che deve arrivare.

Il sonno duro alla fine arriva.

diario da Port-au-Prince. Il viaggio.

Lascia perde che la gente ridotta a cadavere sta in mezzo alla strada da giorni. Lascia perde che come te giri trovi palazzi schiacciati come dei sènduicc. Lascia perde pure che le strade brulicano di persone che non si sa che cazzo fanno, do vanno, che non si capisce che cazzo dicono, che manco loro sanno che stanno a fa. Lascia pure perde che gli ospedali che sono rimasti in piedi sono stracolmi di poveracci a pezzi, e di fuori c’è gente che aspetta. Quello che proprio non si riesce a sopportare è l’idea che il peggio comincia mo.

Arrivando dalla strada sterrata che dalla Repubblica Dominicana porta a Port-au-Prince uno arriva piano piano dall’America latina all’Africa. Le facce, le espressioni, la lingua, un creolo bastardo che ha di francese molto poco che comunque non si capisce.

Poi si arriva alla capitale. Si capisce perché ci sono i palazzi. No. Si capisce perché ci sono tutti dei mucchi di robba sfondata che se uno ci guarda bene e ha immaginazione potrebbero essere stati palazzi.

Le strade sono piene di gente che cammina cammina cammina. Loro vanno. cercano di uscire. Cercano di entrare. si spostano. E tutti hanno una faccia a punto interrogativo.

C’è un gruppo di gente ammassata al bordo della strada. non del marciapiede perché mi sa che qua marciapiede non ci sta manco sul vocabolario straniero/creolo, proprio sulla strada dove scorre un rigagnolo di acqua sporca vicino a una specie di tubo che spunta da terra. Lì si prende l’acqua. Da bere.

Tra qualche giorno una dottoressa che viene dal Cile a riconoscere i cadaveri negli hotel mi dirà che la malaria e il colera si trasmettono bevendo acqua infetta con gli umori dei cadaveri lasciati per strada. Ma questo adesso ancora non lo so. E non ho ancora visto il sorriso stanco di questa donna mentre cerca di spiegarmi l’orrore. Per cui per me sono solo persone che si procurano l’acqua in questo primo pomeriggio torrido di Haiti. Sono passati poco meno di tre giorni dal terremoto e non si cammina per la strada.

La nostra formazione, partendo alle 2 di notte accodati al convoglio CNN con una Honda ad assetto ribassato da Santo Domingo 12 ore fa è la seguente: al volante Juan, un taxista dominicano che si fa un sacco di risate fino alla frontiera, pure se gratta pesantemente l’albero motore e la coppa dell’olio ad ogni cazzo di dosso (contati almento 17mila). Dopo la frontiera capisce che ha fatto una cazzata a farsi trascinare qui. Capisce che la macchina la butterà. Se non se lo mangiano prima. Chiede informazioni in spagnolo alle donne sul ciglio della strada (che con ogni probabilità potrebbero ucciderlo a mani nude in tre mosse) rivolgendosi a loro dicendo “hola morena, como ehtá?”. Credo che pensasse che Port au Prince fosse un quartiere popolare di Santo Domingo.

A lato del pilota c’è il fotografo di Centocelle che vive nella Repubblica Dominicana, Emiliano Larizza. Capelli ricci biondastri tenuti in una coda alta. Occhio azzurro e macchina fotografica sempre in mano. Parla uno spagnolo con accento romano, poi all’improvviso parla romano con tutti. E tutti lo capiscono. Ha un cuore gigante e divide con tutti le razioni di crackers e barrette energetiche. A vederlo così non diresti che tra una settimana gli pubblicano un intero reportage sul Guardian. Soprannome: “er Principe”

sedile posteriore. Alla sinistra il Maestro Fabietto Cuttica. Uno dei membri anziani della spedizione. Fotografo raffinato noto nell’ambiente della malavita colombiana. Vive a Bogotà. è un fotografo Contrasto, riccetto, brizzolato, occhialetti e battuta sempre pronta. Grazie al fatto che è uno di quelli che piace alle donne ma anche alle loro madri, il suo soprannome di battaglia sarà: “Cutie”

Nel mezzo, buttato, accartocciato, lamentoso, alla continua ricerca di un cellulare (tanto che alcuni giorni dopo verrà accusato ingiustamente di volerne rubare uno dalle mani di una donna rimasta sotto le macerie, informazione poi smentita completamente), il mio fratello colombiano, l’ex rasta, quello che si è trasferito in Colombia per l’unica ragione che vale veramente la pena, la fauna femminile senza pari. Il fotoreporter d’assalto Simone Bruno. Nome di battaglia, a causa della storia del cellulare e di altre situazioni estreme: “lo Sciacallo” (o semplicemente “Shacky”)

Infine sul lato destro della macchina risiedo io. Il vostro reporter preferito. Che ancora non capisce cosa sta facendo qui, quando 24 ore prima era intento a trovare un buon posto per mangiare con una donna nella rutilante vita cosmopolita di Città del Messico. Nome di battaglia che mi porto appresso da avventure precedenti: “el Zopilote” (che vuol dire avvoltoio). Ma qui, dato che ho scritto un romanzo di grande successo, che ancora non è stato pubblicato mi chiamano: “er Famoso” (anche per una torbida storia di sesso di cui si racconterà nelle mie biografie)

Dunque l’ingresso in città non è affatto trionfale. Rimaniamo bloccati tra le tragedie altrui per un’ora. Prima di capire che dobbiamo cercare al più presto una base operativa.

Intorno a noi c’è la morte. Ma noi cominceremo a vederla nei prossimi giorni. Per ora cerchiamo un riparo. O magari un pavimento su cui dormire.

La giornata sarà ancora lunga. Ma qui la luna avanza e i ricordi faticano ad affiorare. Seguirà nei prossimi giorni il racconto.

diario da Città del Messico. l’anno della Tigre

anno della tigre

Buon duemilaieci. Buon anno. Benvenuti a tutti nell’anno della Tigre.

Di nuovo a casa. Dopo settimane a mangiarmi il fegato a Roma. Dopo settimane di freddo, di tosse e di moccio. Dopo settimane di pastasciutta di mamma. Dopo capodanno a Tulum. Ma questo succedeva nell’anno del Bufalo.

Per chi è uscito indenne, o riducendo i danni al minimo, o semplicemente vivo, dall’ingombrante anno del Bufalo, allora eccoci tutti nello sbrilluccicante anno della Tigre.

Nell’anno della Tigre invece si torna di nuovo nel Distrito Federal. Apro il giornale e leggo che a Los Mochis, Sinaloa, sono stati trovati dei resti umani, nello specifico una testa e un torace, dentro una hielera, un frigorifero, con appiccicato un cartello, un post it, che diceva “A Vicente Carrillo Chuy y J González, Geovany y Tito Lizárraga, a “Chapo” Isidro y a los policías que están con ellos… feliz año”.

Ecco, una bella maniera per cominciare l’anno, lasciare pezzi umani in un frigorifero, giusto per non dimenticarci di dove siamo. Evviva l’anno della Tigre!

Nell’anno della Tigre ci si aspettano grandi cose. In questo paese, che è il Messico, dove ci vivo dentro, l’anno della Tigre è anche quello della tanto attesa e famosa rivoluzione. Dice che qua devono fare una rivoluzione ogni 100 anni e mo è scattato proprio l’anno cento. E dunque mi preparo ad accogliere sta rivoluzione con il giusto spirito.

Mentre aspetto seduto che arrivi la rivoluzione leggo che l’anno della Tigre ci ha portato già un regalo: a Rosarno, nella Calabria che tanto amiamo, ci sono dei immigraticlandestinidelinquentinegrisottosviluppati, che protestano. Vengono menati. Essi si ribellano, come osano? essi sono dei negri e non devono ribellarsi mai alla mano del padrone (calabrese in questo caso) che li mena con saggezza e italianità manifesta.

E dunque leggo LA CALABRIA BRUCIA, e benché sappia che in realtà si stanno finalmente realizzando le conseguenze di anni di incitamento alla violenza razziale da parte di un po’ tutti, e quindi che non c’è nulla di divertente nel vedere le foto di copertoni e mobili bruciati in mezzo all’avenida principál di Rosarno, nonostante questo provo un brividino di piacere nell’immagine repentina che passa dietro la mia retina o dietro il mio cervelletto o dove cazzo passa, di una Calabria che finalmente brucia. Che finalmente viene purificata, si trasforma in cenere che potremo tutti spargerci sul capo.

La Calabria brucia. La Calabria brulica. La Calabria burqua. Nell’anno della Tigre.

Ho scoperto che Vittorio è nato nell’anno della Tigre. Non so in quale. Sicuramente non in questo. Esso spera che ciò lo metterà al riparo dalle mie angherie, e da quelle, molto più severe, che deciderà di affibbiargli la vita. La sua inutile vita.

Benvenuti nell’anno della Tigre. Mi ricorda molto i versi di una vecchia canzone dei Prophilax, storico gruppo porno rock romano. La canzone era il Giorno della Ceppa. E mi sembra che sia rappresentativa dei tempi che stiamo vivendo. E anche un po’ dell’anno della Tigre. diceva così. (i più sensibili alle volgarità possono fermarsi qui nella lettura del post. di seguito solo porcate cazzi e culi. p.s. Ceppa vuol dire tecnicamente glande. Cazzo, per estensione)

Caro culo te saluto,
oggi è il Giorno della Ceppa.
Ed è inutile che scappi
tanto prima o poi te becca.

Il Giorno della Ceppa
ormai è arrivato
non ti resta che pregare
perché il culo è ormai spacciato!

BUON ANNO DELLA TIGRE. E BUON GIORNO DELLA CEPPA

Diario dalla periferia dell’impero. Lacrime e sangue.

Uno cerca di farsi i cazzi suoi. Davvero. Stare a Roma per passare un po’ di giorni nell’amatamadrepatria. Invece poi quel nano è così invasivo.

Ti si ficca in casa pure se non vuoi. Un uomo ha sfasciato in faccia a Berlusconi una statuetta del duomodimilano. Lo sappiamo tutti. E quanti di noi hanno gioito? Siamo tutti dei violenti antidemocratici, perché la violenza va stigmatizzata. Stigmatizzata. È un gesto da censurare. Inaccettabile. Vergognoso per un paese civile. Aberrante. tutte parole pronunciate maiuscole, se ci fate caso. Tutti come un sol’uomo si ergono. “ammucchiati in discesa, a difesa della loro celebrazione”.

La verità è che questa storia della stigmatizzazione della violenza ha un po’ rotto il cazzo. Mentre metà della popolazione di questo paese si rallegra che un pazzo abbia fatto quello che tutti avremmo voluto di fare, i mezzi di comunicazione democratici ci inondano di precetti morali. Gli stessi, a partire dal Berlusconi, che quotidianamente in questo paese violentano, stuprano, sparano, ammazzano, in senso letterale e in senso lato, che schiacciano, fanno soprusi, corrompono, sono corrotti, adesso ci insegnano che la violenza di un uomo che a viso scoperto dà una sveglia, da uomo a uomo, a un pezzo di merda che di questo paese ha fatto carne di porco, è una vigliaccata, va stigmatizzata.

Dice certo in un paese democratico i conflitti non si risolvono a cazzotti e a duomate in faccia. Intanto… ma quale cazzo di paese democratico? E poi il messaggio è oltremodo educativo. Stai in campana, psiconano del cazzo. Non puoi fare sempre come ti pare, perché grazie a dio il mondo è pieno di matti, e se la maggioranza degli italiani sono capre, basta un solo matto.

Parafrasando la meravigliosa Plastilina, ti sei portato a casa centinaia di troie, che avrebbero potuto far brillare tutta la villa di arcore, nascondendosi quintalate di tritolo fra le natiche. Devi stare attento alle cazzate che fai, misterprèsident!

Detto questo, brindiamo. Senza alcun dubbio questo piccolo sfogo del Tartaglia servirà a loro a reprimere ancora di più, gli servirà a continuare a incularci a sangue. Sarà controproducente, inutile, servirà a rendere lo stronzo un martire.

In ogni caso, che bella scena la sua faccia di plastica, per una volta, piena di quello che dovrebbe portare più spesso: lacrime e sangue.

Diario dalla periferia dell’impero. Il colore viola.

Il cinquedicembre tutti in piazza a fare il noberlusconidèi. Tutti viola, dai andiamo, siamo il popolo dei bloggher, siamo il popolo degli internauti, siamo il popolo di féisbuc, siamo il popolo dei viola, presto andiamo tutti a fare la manifestazione per protestare e far sentire la nostra voce e mandare a casa questo branco di corrottimafiosiassassinidisonesti.

In piazza miliardi di persone in una roma fredda. I partiti presenti un po’ defilati. Da una parte. Mi si nota di più se vengo e mi metto da una parte o se non vengo proprio? Allora ci vediamo lì. No non vengo ciao.

Vedi quelli che hai sempre visto alle manifestazioni da quando avevi quattordici anni e ti mettevi la kefiah nei primi novanta.

Hanno scelto il viola perché l’artri colori erano tutti già presi. Io contento perché a me pe ‘na vita m’hanno detto che ero frocio perché me piace er viola e mo sei obbligato a vestirti di viola che fa tanto sinistra, però sinistra nuova. Quella degli internauti.

Allora vai de sciarpetta viola che mi ha regalato ignara la mia amica Juncia salutandomi in Messico e dicendomi torna presto a casa. E io, vedrai che torno che l’Italia è nammerda.

Dunque facce note. Espressioni note. Solo con più anni addosso. E meno voce per gridare “Berlusconipezzodimmerda!”

E poi i punkabbestia con la birra moretti il cane e le micce d’erba accese perennemente anche sotto la pioggia. E i fricchettoni odiosi e sorridenti della murga, che francamente è da quando è nata che ha rotto il cazzo. E i compagni del sud logorroici, prolissi e noiosissimi, e Vecchioni che canta De Gregori.

Però la novità assoluta sono sti famosi internauti. Sono gli stronzetti che hanno organizzato la manifestazione. Sono gli snobbetti che quando noi ci pigliavamo le sveglie, i fumogeni, le manganellate, le denunce, le pallottole, gli insulti, quando noi andavamo a dire a tutti che era tutto sbagliato, che bisognava prendere le piazze, che bisognava ripensare all’idea di sviluppo, di economia, di partecipazione politica, ci dicevano che eravamo dei facinorosi. Erano quelli che andavano a dire, con le loro camicie coi colletti a tre bottoni e i loro accenti milanesi, calabresi, saputelli, che noi eravamo degli estremisti, e come sai gli estremi si toccano.

Che noi no non andiamo a manifestare perché noi le nostre opinioni le esprimiamo con il voto. Che interessarsi del delirio mediatico di massa di questo psiconano del cazzo era robba da communisti. Erano quelli che a vent’anni ti dicevano che la riforma dell’università era giusta, che bisognava lavorare, che in fondo gli anni ottanta sono stati divertentissimiecoloratissimi.

Insomma tutti questi stronzi, che hanno fatto pippa e remato contro e detto che la polizia difende l’ordine pubblico e che carlo giuliani era un violento blècblòc erano in piazza a manifestare vestiti col mio colore preferito a gridare berlusconivàttene a entusiasmarsi per le stronze canzoni di Vecchioni e a definirsi il popolo più bello e colorato e divertente e la migliore manifestazione popolare degli ultimi centocinquantanni.

Ora. Io mi costringo. Ci provo a dire che meglio tardi che mai. Ci provo a pensare che alla buon’ora. Ci provo a vedere quei sessantenni moderati come dei nuovi compagni di viaggio. A cercare di non pensare alla loro vita moderata e fintatonta che ci ha tagliato le palle, il futuro, il presente, le speranze e ha consentito il dilagare di questa banda di figli di puttana e di questa rovina della politica.

Ci provo davvero forte.

Però alla fine mi rimane un’acidità di stomaco. Mi viene su un rigurgito. Tipico della sinistra radicale. Che ha sempre qualcosa da ridire, che non le va mai bene niente. Che è sempre un po’ autolesionista.

Io sta manifestazione non la sento mia. Arriva molto tardi. Troppo tardi. Troppo gioiosa. Troppo dimentica di tutta la fatica che abbiamo fatto per venire comunque spazzati via.

Berlusconi ha stravinto da molto prima di adesso. Che forse cadrà. Di nuovo grazie alla mafia. Non grazie a voi e al vostro viola. Bellissimo viola.

non è Noi, cari Compagni. Ah già, voi non siete i compagni perché compagno è antico. Voi cosa siete? Dove siete ora? A pagare le rate della vostra rovina, illusi di avere fatto la storia?

Amareggiato preferirei passare delle ore ad accarezzare le corna di Vittorio. Non mi sei mai mancato tanto.

Diario da Città del Messico. Una breve parentesi.

Uno si alza e legge Repubblica. Alle volte. Così, per vedere un po’ che si dice. A pagina 40 una doppia dal titolo “Bollito: i nuovi tecno trucchi del vero slow food”, una imprescindibile disamina sul bollito in tutte le sue forme e varianti. Segue a pagina 42 una doppia decisamente di più alto profilo: “Piumini” le tendenze dell’inverno.
Questo accadeva ieri. Oggi invece si può apprezzare in prima pagina l’accorata lettera de Pier Luigi Celli, che manifesta il suo dolore e la sua amarezza verso il futuro dei giovani italiani, e consiglia suo figlio di andarsene dall’Italia, però a malincuore.

Pier Luigi Celli, ha proprio ragione, cazzo. Uno come lui, che è direttore generale della Luiss, lo è stato della Rai, consigli d’amministrazione vari, Eni, Enel, Unicredit, Wind, se uno così dice al figlio che se ne deve sfanculare, perché l’Italia è un paese dove il merito e i sani valori non sono premiati, bisogna crederci.

All’inizio ho reagito in maniera scomposta a questa lettera. E al fatto che un giornale come Repubblica avesse la faccia tosta di pubblicarla in prima pagina. Perché, mi dicevo, è offensivo, è ridicolo, è grottesco che uno così, che ha contribuito e contribuisce allo schifo di questo paese di merda, dove grazie a dio non vivo più, venga anche a dare lezioni e a piagnucolare, in faccia ai milioni di stronzi che non sono direttori della Luiss (dai calabresi che la frequentano anche conosciuta come Liuiss, perché pensano che sia inglese, come Lewis) e che non possono garantire al figlio di andare a studiare ad Harvard.

Poi però ho sinceramente apprezzato la preoccupazione di un padre, che vede un giovane figlio costretto a confrontarsi con un paese mafioso e marcio grazie anche a quelli come lui e preferisce farlo essere vincente all’estero. Prima sfascio tutto, cago sul tavolo, stupro, divento re, ammazzo e nascondo, e poi invece di pulire, dico a mio figlio, fai na cosa, vattene all’estero che qua è na monnezza, lasciamola agli stronzi. Perché la lettera è estremamente cinica. Non dice mi dispiace. Non è diretta ai figli degli italiani. No. è diretta proprio solo a suo figlio. E denigra gli altri. Dice, figlio, ti dico pubblicamente che qua è una merda grazie a papà tuo e ai colleghi e amici de papà tuo. Per cui TU alza il culo e vai a studiare alle università fighette americane, mica come la merda che dirigo io, che costa un pacco di soldi e ti assicura solo di socializzare coi calabresi.

È una lettera onesta. Realista.

Quindi tra un “percorso dei risotti” e uno “speciale scarpe” le pagine di Repubblica offrono esempi di grande giornalismo e analisi sociale. Sono proprio felice di essere incappato in questa lettera che mi ha chiarito, una volta di più e se ce ne dovesse ancora essere bisogno, i motivi del mio espatrio. Magari Mattia Celli, il giovane virgulto, verrà da ste parti, dije de venì qua, Pier Luigi, che lo accudisco io il tuo pupo.

Il toro già si liscia le corna.

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