diario da Città del Messico. di nuovo in sella alla Bestia [parte due]

Dov’eravamo rimasti? Ah, che stavamo cavalcando la Bestia insieme a quel gruppo di centroamericani che hanno deciso di andare a essere felici negli USA. Nel frattempo però dall’ultimo post è successa una cosa che mi piacerebbe proprio raccontare. Una di quelle cose raccapriccianti che ormai il Messico ci ha abituato a sentire e a considerare normali. E giusto per aggiungere un pizzico di hardcore (come se ve ne fosse necessità) alla già cruenta storia che stiamo raccontando.
Insomma il fatto è che l’altro giorno apro il giornale e leggo che sono state fatte fuori nove persone ad Acapulco. E fin qui nulla di nuovo. La gag è che di queste nove persone, in particolare uno ha avuto la sorte dalla sua. Lo hanno preso e lo hanno fatto a pezzi. Con il busto e la testa hanno decorato una narcomanta, cioè quello che da noi si chiama uno striscione. Un’altra narcomanta è stata stesa con le gambe e i piedi, mentre una terza veniva accompagnata da braccia e mani. Ognuna posizionata in una zona diversa della Perla del Pacifico, a deliziare il soggiorno di bagnanti e vacanzieri.
L’effetto voluto, pienamente raggiunto dagli autori dell’opera d’arte, era quello di attirare l’attenzione sui messaggi che portavano su di sé i macabri striscioni, e recitava più o meno così: Governatore dello stato di Guerrero, funzionari e sbirri, fatela finita di pigliare soldi dal Cartel Independiente de Acapulco, perché questa è la piazza del Chapo Guzmán. Qui comanda lui. Ecco come finisce chi non ubbidisce.
Ora. Noi abbiamo una storia di un viaggio, di peripezie, di avventure, da raccontare su queste pagine, e non è bene distrarsi troppo, però ho creduto opportuno accennare a questo evento, per dare una pennellata di com’è l’aria da queste parti, per far respirare quest’arietta di mare, friccicarella, perché concentrati sempre sull’italico ombelico, su nani e buffoni, si perde la visione d’insieme.

Ma torniamo di gran carriera sulla Bestia,  che mica ci aspetta a noi e alle nostre cazzate sulla gente squartata, la Bestia. Qua uno ci si squaja al sole anche per ore, ma se ha da partì e te sei sceso un attimo a comprarti una birra o una coca cola, ti attacchi al cazzo. Come è successo a quello che veniva dall’Honduras, che era simpatico, anche se era migrante, e che faceva alla perfezione il verso del cane, cioè abbaiava, e insomma tutti gli dicevano “il cane” e lui scendeva ogni volta che il treno faceva una pisciata, e la faceva pure lui. Ma in una di queste, è rimasto a terra, e noi a ripartire fischiando e sbuffando, e lui abbaiando da sotto. Da solo.

Dunque accomodati sulla cima, ci si fa beffe del caldo orrido che attanaglia la gola. Respirare aria calda di fòn, per ore. La pelle fracica di sudore appiccicosa di grumi di polvere e zella. E stare attenti ai rami. Ecco. I rami. Uno pensa che è il meno, perché a fronte di una possibile aggressione a mano armata (di pistola, di fucile, di machete) un ramo che sarà mai? Purtroppo i rami sono MILIONI, sono solo rami rami rami rami e ancora rami, che sfrecciano contro la tua faccia, le tue spalle, le tue gambe, in qualunque modo tu ti sia accomodato loro ti raggiungono e ti sferzano, ti bastonano, ti sconocchiano. A volte, se sei molto fortunato, ti buttano giù dal treno. Mentre dormi, schiacciato come meglio puoi sulla lamiera, tra corpi sudati, puzzolenti, ammucchiati e doloranti, ti arriva una bastonata in faccia a 40 all’ora. Ti svegli di soprassalto, e se non stai attento te ne arriva un’altra, già pronta a colpire. Questo dura giorni.

Il tempo lo percepisci in modo confuso da qui su. Le ore passano rapide e lente, calde e umide, bagnate, infinite. Dipende dal treno. Il tuo sentire si fa treno. In base a ciò che fa, decide, sente lui, tu percepisci il mondo. Non hai autonomia. E lo senti quando all’improvviso, senza una ragione che tu possa conoscere che non sia il puro arbitrio, il treno rallenta, in mezzo alla sterminata e florida vegetazione, stridono i freni, il caldo aumenta, le zanzare ti assalgono, e ti fermi. Il ritmo lento del pulsare del motore, lo sbuffo di fumo, il fischio pesante dell’arresto della Bestia. E rimani lì. Sospeso. Fuori dal tempo e dalla ragione. In attesa di ciò che segue. Ed è lì che sale piano piano la paura, che prende vigore, che si fa solida. È in questa attesa senza tempo che il panico si fa strada nella tranquillità posticcia che pensavi di aver costruito nelle ore di viaggio, che si apre una breccia nel tuo petto e ti invade come l’acqua nei campi irrigati.

Può succedere di tutto. Il meglio che può capitare è che dopo qualche minuto o qualche ora, la Bestia ricominci pigramente a camminare. Ma questa è una speranza su cui non puoi contare. Potrebbe essersi fermato per far salire qualcuno, perché un albero è caduto sui binari, perché un altro treno deve passare, o di permettere alla polizia federale di fare un’operazione illegale, di rubare tutti i soldi ai migranti. O peggio potrebbe essere che gli Zetas abbiano fermato il treno e che ora stiano per salire, fucili spianati, per sequestrare i migranti.

È questa incertezza che ti ammazza. E il sole ti squaglia il cervello e ti mischia le idee, la percezione, e ti sbatte nel mondo della paura.

Fin qui arriva questa parte del racconto. Perché è faticoso e doloroso.

[つづく...]

diario da Arriaga. cavalcando la Bestia

Il caldo squaglia la carne e i binari, il sole arrossa la pelle sul cammino che porta al nord. Noi seguiamo i passi dei migranti che con fiducia affrontano il viaggio. Tra un assalto e una violenza, i centroamericani proseguono sulla strada per Arriaga, un paese polveroso e brutto al confine tra Chiapas e Oxaca.

Ad Arriaga a dire la verità non c’è proprio un cazzo di bello. Però ci passa la ferrovia. E come api sul miele lo sciame di migranti si lancia all’inseguimento della bestia. E noi dietro di loro, cercando di rubare momenti di vita di questa avventura che non ci appartiene ma che sentiamo stranamente nostra. Perché è la storia di tutti i migranti. è il viaggio di ogni uomo che cerca di migliorare le proprie condizioni e quelle dei propri figli appresso a un sogno, in questo caso quello americano. E avoja a dirgli che è un’illusione  quella capitalista, che non si sta poi tanto meglio a conti fatti. Facile dirlo quando si è nati a Monte Mario. Questi hanno preso coscienza di sé in mezzo a un fottuto campo di banane nelle campagne di Olancho, in Honduras. E giustamente inseguono il loro sogno americano. E che so più stronzi de noi?

E il reporter e il fotografo si fanno accompagnare da un vecchio lupo di Tapachula, il panzone Juan de Dios, che manco a farlo apposta si chiama come il tassista di Santo Domingo che ci ha portato eroicamente fino a Port au Prince, quel panzone che “pare che s’è magnato er fijo”. Ecco questo qua pare che s’è magnato er fijo e la madre. Però de treni ce capisce.

Quando arriviamo ad Arriaga iniziamo a capire un po’ meglio la follia di questo viaggio. Per arrivare qui i simpatici migranti si sono sparati 250 chilometri da Tapachula, che noi abbiamo percorso a 150 all’ora in macchina. Loro no. Loro devono affrontare i blocchi stradali di migracion. Ce ne sono 3 prima di arrivare in questo paradiso ferroviario. Se prendono un combi, un pulmino, devono pagare di più l’autista che li fa scendere all’altezza del controllo, quindi essi lo aggirano in mezzo al campo, e sperano di ritrovarci il combi ad aspettarli. Ma come in ogni videogioco che si rispetti, in mezzo al campo ci stanno i banditi che li aspettano con un bel machete in mano, o una pistola. O ci sono i Mara Salvatruchas, quei bonari omoni tatuati che ti fanno a pezzi  e mangiano le tue interiora ancora calde. Qui nel campo i Nostri devono correre di molto per sfuggire ai machetazos o ai colpi di pistola o alle pietrate, perché se li pigliano, i cattivi gli rubano tutto, li ammazzano di botte, li stuprano in gruppo o li fanno fuori. Questo se non c’è la polizia ad aspettarli. Se c’è la polizia cambia tutto, perché oltre a tutto questo la polizia li porta pure all’ufficio migratorio e se ne tornano affanculo a casa loro.

Mettiamo che uno riesca a fare tutto questo senza perdere la vita, o un arto. Arriva ad Arriaga e ancora non ha preso il cazzo di treno. Ha percorso appena 300 chilometri in terra messicana.

L’altro modo di arrivare ad Arriaga è seguire a piedi, per 250 chilometri, i binari del treno. Quei binari che fino a qualche anno fa erano percorsi dalla bestia ma che dopo l’uragano sono rimasti lì come una lunga ferita sotto il sole. A squagliarsi.

E ad Arriaga finalmente si prende il treno. Che parte quando vuole lui. Il treno piglia, arriva, carica merci e riparte. Quando gli pare. Senza orari.

Si vede gente ammonticchiata sui binari della ferrovia ad aspettare. Per giorni. A mangiare tortillas, fagioli, tonno, basta.

Noi aspettiamo pure noi, facendoci raccontare le loro storie, immortalando i loro volti. Ogni storia meriterebbe un blog a parte, ogni vita un’0dissea, ancora prima di affrontare questa.

Quello che accomuna tutti è lo sguardo fiducioso, quasi arrogante, di sfida a una vita di merda che non fa altro che schiacciarli a fondo. E loro, diocane, sempre a tirare su la testa dal fango. Svergognati. Spudorati. Si tirano su. e per farlo subiscono qualsiasi tipo di umiliazione, angheria, ingiustizia.

Forse il sogno americano consiste in questo, nel fondo. Forse è la giustificazione, lo stimolo a tirare su la testa per una volta, a intraprendere e sopportare il cammino.

Seduti all’ombra vicino ai binari si attende pazienti la bestia.

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