diario da Port au Prince. l’arrivo.


Ed eccoci qui nell’epicentro della tragedia planetaria. La verità è che di Haiti non glie ne frega proprio un cazzo a nessuno. Proprio, la gente al mondo pensa che sia un’isola. Invece poi vedi ed è un pezzo di un’isola. Manco è intera. Quella intera, dove poi ci sta Haiti dentro, si chiama Hispaniola. Un pezzo sfigato di un’isola. Un posto povero come pochi, pieno di negri terremotati, uraganati, massacrati più o meno sempre, che manco è l’Africa!! Che sull’Africa sono tutti d’accordo nel cordoglio, negli sguardi contriti, dici Africa e tutti pensano alla faccia un po’ dispiaciuta, all’espressione da salotto, preparata da anni. Dici Haiti e tutti pensano alla Polinesia. Quella è Tahiti. C’ha pure l’acca da un’altra parte. Allora gli fai, no Haiti è quella dei negri però latinoamericani che parlano quel francese strano. Quella che per prima si è resa indipendente, un paese di schiavi. Ah. E ‘ndo rimane?

Ora il terremoto. Sbragate migliaia di vite. In un secondo. Schiacciati sotto le macerie. Invasi i mezzi di comunicazione mondiali da immagini commoventi, strappacòre. Cordoglio a breve termine. Per l’Africa è diverso. Quello è a lungo termine. Rimane. Light, ma rimane. Questo vedi quanto ce metti a scortattelo. Chi se ricorda mo, sull’unghia, do rimane l’Indonesia? Ecco. Appunto. In più questi so pure negri.

Ora. L’armata Brancaleone catapultata nelle strade. Ho bisogno di raccontare le strade perché è qui che succedono le cose. L’azione, catturata dalle immagini dei miei compari, si manifesta e si spiega da sé nella strada. Io qui non parlo solo dei miei occhi. Qui abbiamo moltiplicato i nostri occhi, i nostri nasi, perché uno dei sensi più stimolati è l’olfatto da queste parti in questi giorni. Io ho il compito di raccontare con le parole quello che i nostri quattro corpi hanno registrato in questa settimana.

Alla partenza da Santo Domingo eravamo eccitati. Ma che sarà mai sta famosa Haiti? Ma che se dovemo aspettà? Ma come se dovemo comportà di fronte alle tragedie epocali? Se ponno fa le battute? Non saremo troppo cazzoni per essere testimoni di un evento del genere? Questa è robba che scotta. È robba dell’umanità.

Juan ce guardava appoggiato col braccio sullo sportello aperto della sua Honda bianca. Non sapeva. Salendo a bordo la macchina si abbassava quasi a toccare terra. “A regà, ma secondo voi non è bassina? Me sa che co sta cosa nun arivamo manco ar casello. E ancora non è salito Juan, guarda che panza, pare che s’è magnato er fijo!” E su queste parole del Principe, che rappresentavano i sentimenti dei quattro moschettieri, ci preparavamo non solo a guardare in faccia la STORIA (tutta maiuscola), ma addirittura a raccontarla. Vabbè, un pezzetto, però comunque sempre STORIA. Se solo la STORIA sapesse…

Il primo giro panoramico, il pomeriggio del primo giorno, ci fa stare tutti zitti. La Cité du Soleil. Di passaggio. Un assaggio. Il disastro  è nelle loro vite. Sentivo qualcuno che ha detto “vabbè quelli già erano poracci, che je fa il terremoto?”. Il terremoto je fa. Se te c’hai un palazzo, milioni, 10 macchine e ti crolla tutto ti cambia la vita. Se te non c’hai un cazzo e te crolla tutto te bevi er piscio. Ed è proprio quello che usano fare qui.

Tutto intorno gente che cerca di raccattare pezzi di qualcosa per coprirsi, per vestirsi, per mangiare. E magari tua madre che prima della scossa ti mandava a comprare il riso ora è un mucchio di carne informe, gonfia che puzza che fa schifo. E non solo la tua. Pure quella del tuo vicino, la tua ragazza, il ferramenta, il pappone, la mignotta, il gatto, il rapinatore, l’ebanista, lo scultore. E tutto er condominio loro. E i parenti. E te siccome sei sfigato che sei rimasto vivo manco magni e te bevi l’acqua della fogna. Peccato che la fogna non ci sta. Infatti in questo paradiso tropicale si so dimenticati di fare le fogne. Le stavano a fa eh. Poi però all’ultimo zac! Scordati. Quindi quando tu caghi l’acqua va in certi canali di scolo un po’ così. Si mischia alla monnezza di passaggio. E visto che la città è in discesa, quando piove l’acqua se porta tutto a valle. A fa quello che gli esperti chiamano “er Mischione”. Vicino al quale è stata scattata la foto che sta qua sopra.

Allora ce le immaginiamo le signore haitiane, tesoro, mi raccomando, a mamma, lavati bene le mani quando torni a casa da fuori, che c’è la sporcizia. A mà, le mani me le lavo nel mischione, che cazzo dici?? L’acqua questa è. E poi, quale casa, mà? Ma tanto a noi ce dura un mese la tragedia. Je mannamo l’aiutiumanitari, spediamo lessemmesse da du euri, si attiva l’unità di crisi del MAE e passa la paura.

Questo passa nella mente al vostro reporter preferito e ai suoi compari silenziosi. Si sente il clic delle macchine fotografiche che devono testimoniare l’orrore.

Intorno baraccopoli improvvisate. Teloni. Noi in giro. E giunge la sera ed il buio. Si entra nel girone dantesco. Non so bene quale.  Ma uno brutto. La macchina viaggia a velocità smodata con Jean Philippe che suona come un pazzo. Qua non è che non fai le infrazioni con la macchina. Qua fai le peggio cose con la macchina e mentre le fai suoni il clacson a palla. Sfrecciamo nella notte. Luci senza senso squarciano il buio. Non lo squarciano. lo ovattano. E nella penombra anime in pena vaganti sole insieme. Ombre che camminano. Ombre che occupano la strada. Ci mettono dei sassi a delimitare le carreggiate, o ci mettono i loro corpi sdraiati. Perché dopo sta schicchera de terremoto cor cazzo che dormimo dentro casa. Ah, quale casa?

Ombre che si mettono in gruppo e cantano canzoni a dio e a gesù, che se nun j’è fregato un cazzo de salvarli dal terremoto non si capisce perché mo li dovrebbe aiutare dopo. Arrangiatevi, stronzi!

Si canta insieme inni a gesù per paura degli spiriti. Per sconfiggere la paura. Per sentire calore. Per non sentirsi soli. Ancora più abbandonati. E sta per iniziare un circo, ragazzi, che vi lascerà ancora più soli, anche se dice di aiutarvi.

E noi si continua a sfrecciare. Ora davvero basiti per quest’atmosfera irreale, opaca ma che parla e si fa capire. Ci vorrebbe una foto di Cuttica per capire in un solo istante. E a me invece servono lunghe frasi.

Nel buio intravediamo palazzi crollati schiacciati sformati esplosi in quello che sembra un ghigno sgraziati case di disgraziati.

E noi sfrecciamo.

L’arrivo nella casa della nostra ospite. Una pastasciutta. Dormire sul cemento in giardino su un materasso fatto di asciugamanini che l’Ikea ha mandato come aiuto umanitario. Rossi. Blu. Con scritto Ikea. Grazie Ikea. Ora ti dormo sopra. Sopra la terra che ha tremato. Pronto a quello che deve arrivare.

Il sonno duro alla fine arriva.

10 Risposte

  1. Fede ne voglio ancora.
    …E non sono l’unica.

  2. continua ai tuoi occhi credo.

  3. Fede, vai avanti per favore.
    Ti penso.

  4. Siamo all’arrivo. A me fa impressione perchè sembra che “l’autore”, Fedemast,non sia mai partito dall’Italia e invece ci sta a Port-au Prince con tutte le scarpe il cervello e il cuore. Rimaniamo seri: cosa ci importa di che di cosa e di chi, qui noi italiani brava gente, alle prese con gli accordi elettorali?

    Infanzia negata? Si, viene da Skopje la notizia che ” un bimbo di 9 anni è diventato il più giovane ingegnere di Microsoft System. Marko, macedone, ha superato tutti gli esami richiesti in Slovenia, dove sta trattando per un progetto di lezioni in formato Full HD che prevede una produzione in inglese ad uso degli studenti interessati in tutto il mondo”. Sono certa che questa notizia volerà sul mondo web, è già volata.A margine una risposta-richiesta di Medici Senza Frontiere.

    Io continuo a fare ” questo” Ponte.Ho messo RadicalShock nel titolo, così chi si schifa, salta: Quelli che benpensano…

    così ho scritto stamattina per inviare quanto hai scritto…e ti abbraccio

  5. continua Federico! non bisogna smettere di raccontare. Sarebbe più facile, tu dici, con le foto. Ma alla foto uno butta un occhio, si schifa e non la guarda più. Le parole, invece, entrano dentro: mentre le leggi, il cervello elabora, e continua a “ragionarci” anche quando hai finito di leggere e sei sceso a fare shopping di cose inutili (e ‘sti cazzi che ad Haiti manco c’hanno l’acqua, mica è colpa mia!) .. il cervello, la capoccia, continua a ragionarsi ed a chiedersi il perchè.. c’è MOLTO BISOGNO di qualcuno che racconti e che scriva..

  6. frate’,noi non ci dimentichiamo.me posso scordà la tessera sanitaria nel distributore de sigarette(che poi che senso ha prende le sigarette su cui c’è scritto “il fumo provoca il cancro”,inserendo la tessera che me serve pe le medicine?),eniuéi,me posso scorda’ questo,ma haiti no.sto preparando con tua sorella una spedizione.
    ci sta venendo bene.e poi via,verso la polinesia.

    p.s. stai facendo una cosa grande.punto.

  7. […] diario da Port au Prince. l’arrivo. […]

  8. […] https://radicalshock.wordpress.com/2010/01/21/diario-da-port-au-prince-larrivo/ […]

  9. Riporto questo commento “singolare” da Arcoiris dove è stato pubblicato l’articolo anche…leggi un po’ Fede e poi dimmi se non devi continuare…

    2010-01-24 11:02:25
    Mi è capitato di ascoltare Cristiano Malgioglio esprimere il suo rammarico, perchè anche lui “conosce Thaiti”, ci andò a trovare Marlon Brando. E Vittorio Sgarbi, presente in studio, di solito così sollecito a sanzionare anche i più lievi errori di chi per lui è nemico politico, stava buono come un agnellino. Schifo.
    — carmen

  10. grazie per la vostra informazione! finalmente parole chiare!

    Ho bisogno del vostro aiuto!:
    dovrei ritornare ad Haiti, prima del terremoto ho prenotato un volo in partenza il 14 febbraio da Genova, via Miami….(arrivo a Port au Prince il 15) mi sapete dire, almeno voi, se gli aerei dell’American Airlines per Port au Prince viaggiano con una certa regolarita’?
    grazie
    Luisa

    PS: la prima volta che sono andata ad Haiti anche a me hanno detto: “haa.. Tahiti, te ne vai negli atolli”, allora io “vado ad HAITI, non a Tahiti”, allora l’altro “haa… beata te, vai ai caraibi!” beh, almeno sapeva + o – dove sta il posto!

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