diario da Port au Prince. polpacci


Vabbè, è un po’ presto per fare un bilancio. Sono arrivato da poche ore e non ho ancora visto molto. Ma il poco che ho visto mi sconforta. Il mio secondo arrivo a Port Au Prince è diverso dal primo. Innanzi tutto arrivo in aereo. L’altra volta avevamo raggiunto questa perla dei caraibi in macchina col sempre valido Juan, da Santo Domingo. Ora no. Ora si arriva comodamente da Miami, in comodi voli American Airlines, circondati da comodi ciccioni americani pasciuti e inguainati in magliette gialle, azzurre, rosse, con i simboli di congregazioni religiose, con cappelletti tutti uguali, con shorts che scoprono pallidi polpacci grassottelli, con scarpe da ginnastica comode, con badge in vista.

La prima domanda è: ma che cazzo ci fanno tutti questi gringos in volo verso Haiti?

Il mio aereo da Miami, che immaginavo deserto verso una destinazione piena di colera, è invece stracolmo di gringos. Molti di una certa età. Tutti visibilmente entusiasti ed emozionati, con l’atteggiamento spensierato di colui che va a farsi una bella vacanza. O di colui che va a diffondere la parola di dio e a fare del bene. Non capisco quale delle due cose stanno facendo questi qui, ma forse è l’effetto dell’hamburger che mi sono appena mangiato.

Insomma decine di americani biondissimi che si precipitano da remote cittadine del Texas, del Kansas, del Kentucky verso la ridente isola caraibica.

Un haitiano che mi fa fare una telefonata uscito dall’aeroporto mi dice che sì, effettivamente ce ne sono tanti di gringos, arrivano tutti i giorni, da mesi, vengono con le loro missioni religiose, vengono a dare una mano.

Una mano a fare che? Che tipo di mano danno centinaia di americani che fino a un’ora fa manco sapevano dove fosse Haiti, che non sono mai usciti dal loro ranch e che hanno palesemente delle scarpe inadatte alle latrine a cielo aperto di Port Au Prince? Vengono a salvare anime. Vengono a fare propaganda. Vengono a vendere il loro prodotto ai poveracci. Vengono a vendere dio. Ed è un buon momento, perché si sa che dio vende di più quando c’è il disastro, quando non si sa proprio che cazzo fare.

Le strade intanto, dopo quasi un anno dal terremoto, sono ricoperte di detriti, come se fosse stato ieri. ancora devo farmi un’idea più precisa. Ancora devo uscire. Intanto mi assalgono immagini di americani che portano i loro aiuti a questi poracci. Che dio ce ne scampi e liberi.

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