Radical Shock. Una storia sinistra. [su Carmillaonline.com]


Alla Causa! (e all’Effetto)
Alle donne della mia vita

Commensalismo
Relazione simbiotica tra due specie in cui una delle due risulta beneficiata, senza danneggiare né beneficiare l’altra.
Mutualità
Relazione simbiotica tra due specie nella quale entrambe vengono beneficiate.
Parassitismo
Relazione simbiotica tra due specie in cui una risulta beneficiata e l’altra danneggiata.
Simbiosi
Rapporto di associazione permanente tra due organismi di specie diverse, in cui almeno uno dei due ottiene un beneficio (mutualità), un danno (parassitismo) o rimane indifferente (commensalismo).
(Enciclopedia Britannica per ragazzi)

«Nutro una morbosa attrazione nei confronti delle donne disperate; mi lascio commuovere dalle loro disgrazie e finisco per schierarmi dalla loro parte.»
«Dalla parte delle donne?»
«No. Delle loro disgrazie…»

(Jaime Avilés)

«Occorre essere attenti per essere padroni di se stessi»
(Consorzio Suonatori Indipendenti)

Capitolo Uno. Oroscopo.

La mia finestra si apre sul cimitero del Verano.
Sotto di me il traffico si è svegliato rabbioso dall’alba.
C’è puzza di asfalto bagnato. E afa.
Si prospetta una giornata di sudore appiccicaticcio addosso.
Un posacenere stracolmo di mozziconi e la bottiglia vuota di chinotto mi ricordano la mia nottata.
Otto puntate di fila di Lost. Occhi rossi, senso di colpa strisciante. Mi viene da vomitare, come ogni mattina.
Prendete tempo per realizzare i progetti importanti e intanto cercate di convincere non solo con la razionalità ma anche con il buon senso e la percettività. Dinamici ed eclettici, saprete conquistare l’amore e la fortuna nell’attimo fugace del presente. DECISI.
Le stelle sono favorevoli.
Secondo Pina Catulli, astrologa del mio settimanale femminile di riferimento, ci sono ottimi segnali che tutto vada per il verso giusto. E io le credo.
Le devo credere perché da qualche settimana l’oroscopo delle riviste più rassicuranti è diventato il mio unico e incrollabile appiglio per non venire risucchiato dallo sconforto.
Ho bisogno di sentirmi dire che “è tempo di inizi”, esigo che quando i miei amici mi parlano usino termini estremi come “dinamico”, “percettività” o che facciano riferimento a situazioni idilliache come “rapporti densi di significato”. Sento il bisogno di credere che “l’amore coniuga mente e cuore” e pensare a “nuove love-story, in un crescendo ROSSINIANO”!!

Sono il figlio degli anni ’80. Ieri mio padre mi ha telefonato:
«Senti, comunque ti volevo dire due cose. La prima è che tua sorella ti cerca perché ha bisogno che la aiuti a montare la nuova libreria di Ikea…
Oh, poi ti ricordi quando da bambino volevi qualcosa e te la compravamo e ti abbiamo convinto che tutto è a alla tua portata e che nessun obiettivo ti è precluso? Che potevi realizzare qualsiasi sogno, che sei una persona speciale? Beh, non era vero un cazzo! Buona vita!»

Oggi ho quasi 30 anni. Sono un precario della vita. Sono precario da quando ho memoria. L’idea di un contratto a tempo indeterminato mi fa venire la psoriasi e le crisi di panico.
Da quando la mia ultima donna ha deciso di non voler più avere a che fare con me perché non mi stimava più, ho cominciato a pensare che forse per tutto questo tempo mi sono un po’ sopravvalutato.
Ma non con l’atteggiamento della vittima, di quello che si dice «beh allora non valgo un cazzo» ma poi sotto sotto pensa «in realtà sono un genio incompreso e amo sentirmi dire che sono fantastico».
No. È che proprio mi sopravvaluto.
La mia socializzazione primaria, nei ruggenti anni ’80 mi ha fatto sviluppare delle aspettative su me stesso che l’andazzo degli anni ’90 avrebbe dovuto già smorzare.
Invece cieco e sordo ai segnali che le stelle inviavano a me e a quelli come me ho deciso, arrogante, di rilanciare e sognare. Di considerarmi un eletto destinato a lasciare il segno.
Io sono il migliore.
E tutta questa presunzione mi ha accompagnato nella mia crescita malsana.
Mi immagino a volte, quando lascio vagare la mia mente dopo ore di alcol e serie televisive, prima di addormentarmi, il mio destino personificato in un nano sadico che alimenta le mie illusioni. Poi si nasconde dietro gli angoli della vita con una mazza in mano e mi vede arrivare e se la ride.
E pensa, sganasciandosi «Oddio che risate appena gira l’angolo e me lo inculo! Chissà che faccia che farà.»
E regolarmente giro gli angoli e il nano mi incula e ride. Ma io imperterrito continuo a illudermi che legnate e fallimenti siano solo delle prove che la vita mi ha messo davanti per farmi crescere ancora più luminoso e vincente, quando non sono altro che ripetute conferme di un destino feroce e incattivito.
E il nano poi piano piano si trasforma, rivela la sua vera faccia: è un sessantenne. La generazione dei nostri genitori ci ha inculato e continua a incularci.
Ha scavato la fossa dove ora noi, in un mare di merda, sguazziamo.
Ci hanno abituato a un mondo che per noi era eterno e che invece è durato meno di due decenni. Un mondo dove tutto era possibile, dove tutti avevano la possibilità di essere speciali, dove saremmo stati tutti dei numeri uno!
E oggi ci dicono che è colpa nostra. È colpa nostra non esserci ribellati quando avevamo 6 anni.
Avrei dovuto fare lo sciopero dei giocattoli.
Avrei dovuto dire ai miei genitori di smetterla, che mi stavano costruendo con lima e scalpello il grosso tronco che oggi ho nel culo.
E io inizio a preoccuparmi di queste cose ora. Con un ritardo drammatico!
Ho sempre mentito a me e agli altri. Non sono un eletto. E la mia vita non è affatto luminosa.
Mi consolo perché me ne sono accorto relativamente presto, mentre tutti gli altri ancora sperano di realizzare il loro sogno di bambini degli anni ’80. Io ora so. E vivo meglio.
Ho trovato i miei punti fermi nelle immagini rassicuranti del paradosso. Negli oroscopi. Dei tiepidi consigli assennati color pastello. Non li disprezzo più. Chi li scrive anche se non sembra, sta facendo del bene. Illude mandrie di uomini e donne senza speranza. Alimenta illusioni basate sul nulla, ma mantiene viva una speranza ovattata.
La verità è che la gran parte di noi è condannata alla mediocrità ma è stata socializzata al successo.
Mi preoccupo ma in fondo non faccio nulla. Striscio nella vita perché così facendo è difficile cadere.
Dice: «Strisci così non cadi.»
«Eh però cazzo passo la vita a strisciare!»

Entra nella mia stanza Antonella, la mia coinquilina. Metto in pausa la puntata di Dexter. Mi giro una sigaretta mentre lei si siede sul letto.
Io nella mia poltrona nera da direttore di banca attendo le sue parole. Ha qualcosa da dirmi ed è sicuramente qualcosa di interessante. Antonella riesce a sorprendermi sempre.
È una delle poche persone che mi fa sentire sempre un passo indietro a lei. La adoro.
«Da una recente ricerca americana è emerso che le donne che hanno visto molte volte film come Pretty Woman, Ghost, Notting Hill, Dirty Dancing e via dicendo, in genere hanno rapporti sentimentali più disastrosi.» Ha la voce acuta, da saputella. Ma la sua espressione è così gioviale che riesce solo a risultare più simpatica. E più convincente.
Antonella continua: «Praticamente hanno in testa un ideale di uomo e di coppia che non esiste e continuano a distruggere i rapporti che hanno perché non sono mai uguali al loro paradigma.»
«Anto, tu sei un genio!»
Sorride soddisfatta e mi guarda dall’alto del suo metro e sessanta scarso. Sembra un manga. Ha due treccine legate da nastrini colorati.
«Sì, in effetti l’ho sempre sospettato, ma non avevo gli elementi per provarlo.»
«Che sei un genio?»
«No, la teoria sui film americani…»
Antonella è una socio-antropologa. Non fa mai affermazioni azzardate senza avere almeno uno straccio di prova per poter ancorare la sua argomentazione. È una macchina!
«Cioè mi stai dando ragione sulla mia teoria basata sul nulla, sulle donne e quello che si aspettano da noi uomini?? E per di più con un SOLIDISSIMO STUDIO AMERICANO!?»
«Sì. Perciò goditi questo momento. Girami una sigaretta e versami un bicchiere di chinotto. Please.»
Eseguo soddisfatto.

***

Mi chiama Fausto.
«Senti Samuele, stasera siamo imbucati a una festa a San Paolo, ti va?»
«No grazie, davvero, preferisco starmene a casa, vedere qualche puntata di OZ o di Lost… magari un’altra volta.»
«Sei un fallito, sono mesi che stai chiuso in casa tutte le sere a bere e a vederti le serie televisive. Mi fai schifo. Passo a prenderti tra venti minuti. Vestiti che lo so che stai in pigiama».
Fausto mi passa a prendere 18 minuti dopo con la sua solita espressione divertita sul viso. So che sto facendo una cazzata. So che quello di cui ho bisogno in realtà è spararmi sei ore di serie televisive senza sosta, fino a quando, stremato, sento i primi autobus passare sotto la finestra di casa, il segnale per franare sul letto perennemente sfatto. Ma come tante volte cedo alla mia stronzaggine e vado con lui.
Già dalla festa avrei dovuto capire tante cose. Il cast di una fiction televisiva di successo che si riunisce su una terrazza romana a cantare.
Noi: imbucati.
Personaggi della televisione noti, con le loro vite radical chic.
Noi: due poracci.
Ma non mi sento fuori luogo.
Ho sempre provato attrazione e disgusto per i radical chic romani. Rampolli di una ricca borghesia illuminata, che ha colonizzato tutti gli spazi della cultura, dell’informazione, dell’intrattenimento “di qualità”.
Ci sono cresciuto in mezzo fin da piccolo, senza mai esserne davvero parte. Ho imparato a conoscerli, a sapermi comportare, salvo poi sentire il bisogno di prenderli in giro e rendere visibile la loro follia cattiva e ipocrita.
«Ciao, io sono Margherita. Tu?»
«Ciao, sono Samuele. Piacere. Che bella festa.» Margherita è roscia. Ha un bel sorriso. «Tu che fai?»
«Io sono aiuto regista.»
«Pensa… che lavoro interessante.»
Poi mi viene presentato un maschio trentacinquenne. Probabilmente lui appartiene alla casta degli “autori”. Si vede dallo sguardo di sufficienza e dalla presunzione che emana.

«E insomma che fai nella vita?»
«Beh, è difficile da dire… in questo periodo lavoro con i rifiuti e con i rom. Che poi pure loro li trattano tutti come rifiuti… Studio l’economia popolare legata al riuso…»
«Davvero?? Che interessante!!» Sguardo vuoto, chiede pietà. Non vuole veramente sapere di che si tratta.
Osservo lo sguardo stupito, imbarazzato e incuriosito del mio interlocutore mentre gli descrivo il mio improbabile lavoro del momento. È una sensazione impagabile. Per pochi secondi sento un brivido sulla nuca, e trovo un senso alle delusioni e ai lavori paradossali che mi ritrovo a fare.
«Beh, è un lavoro come tanti, ne avrai fatti anche tu di assurdi. No?»
Sguardo fuori campo. «Va beh, cantiamo?»

In questo periodo sto lavorando per un’associazione che si occupa di rifiuti: umani (i rom) e non (l’immondizia vera e propria). Facciamo studi di economia popolare legata al riuso, i cui principali attori in Italia sono gli zingari. Poi c’è un laboratorio che produce oggetti di design e abbigliamento fatti con gli scarti. Non ho un contratto, e negli ultimi otto mesi di lavoro ho guadagnato 800 euro. Il lavoro è molto bello.
Avere a che fare tutto il giorno con rom e rigattieri è entusiasmante. Vedo il mio mondo da una prospettiva ribaltata. A volte faccio il giro dei secchioni dell’immondizia insieme a Humiza, una rom Khorakanè di Roma nord. Smucinare nella monnezza ti fa capire molto di te. È un po’ come guardarsi allo specchio. Uno specchio che puzza parecchio.
È un libro aperto di cui si deve solo imparare la grammatica.
Gli scarti che produciamo fanno un quadro molto preciso di chi siamo.
Ci sono zone della città in cui i rifiuti sono in ottimo stato, oggetti di marca, rivendibili nei mercatini abusivi dei rom come se fossero nuovi.
In altre zone i rifiuti, soprattutto gli ingombranti, hanno più di 30 anni. Merce che diventerà rarità vintage nei negozi dei rigattieri di via dei Coronari, dopo essere passata dai banchetti dei rom, a quelli del mercato di Porta Portese, fino appunto ai negozi ultrachic del centro.
Nel resto del tempo lavoro quando capita come traduttore o correttore di bozze, ma la mia aspirazione vera è il giornalismo.
Da cinque anni faccio il freelance, un modo elegante e straniero per dire precario.
Nella gran parte dei casi scrivo per giornali, riviste o radio “a titolo gratuito”.
Telefonata tipo con un redattore di un settimanale nazionale.
«Salve, mi chiamo Samuele Callegari sono un giornalistafrilenz, ho un reportage da proporre sui paramilitari colombiani.»
«Ah, ottimo. Di che si tratta?»
«Beh, le confessioni di un giovane paramilitare che torna a casa dalla caserma mentre parla con una donna ex guerrigliera che cerca di convincerlo che il suo lavoro è sbagliato e dovrebbe smettere…»
«Mmm»
«…i due viaggiano insieme su un autobus e si parlano in un clima surreale, poiché lui potrebbe arrestarla in qualsiasi momento e lei ha visto ammazzare la sua famiglia dai paramilitari… ho anche le foto».
«Certo, certo… mi sembra interessante. Senti. Sai che qui le collaborazioni sono a titolo gratuito, vero? Diciamo che ti diamo la possibilità di far leggere il tuo articolo su un giornale nazionale. Che te ne pare? Ti può andare bene? Sai, abbiamo poche risorse, la legge sull’editoria, la crisi…»
«Sa, non vorrei offendere, però io ci ho lavorato parecchio su questo pezzo, sono stato in Colombia a spese mie… vorrei provare a piazzarlo meglio.»
«Come vuoi. Questa è l’offerta migliore che riceverai, comunque. In bocca al lupo.»

Da giorni sto chiuso in casa, come mi rinfaccia Fausto.
Il fatto è che il mio lavoro è ricco di soddisfazioni umane e professionali, ma è anche inadatto alla sopravvivenza. E il giornalismo è chiaro che è un hobby che non posso più permettermi.
E ora sono seduto su un terrazzo circondato da attori, registi, autori della tivvù a cantare.
Da qui sopra si vede benissimo il campo rom dove lavoro tutti i giorni. Magari faccio uno squillo al mio amico zingaro, Zoran (detto Zorro) e gli dico di salire con un paio di amici suoi. Magari no.
È proprio qui sotto, vicino alla metro San Paolo, eppure è lontano anni luce dalle persone di questa festa. E da me in questo momento.
«Hai visto che abbiamo fatto bene a venire? Ti stai divertendo» mi dice Fausto.
«Beh, non c’è male. È pieno di gente famosa e spensierata. Proprio quello che volevo.»
«La fai finita di lamentarti sempre e di fare il cacacazzi? Ti credo che poi le donne non ti reggono. Sei sempre così pesante. Fatte ‘na cantata e non rompere i coglioni!»
«Allora lasciami cantare, che è meglio.»
Lasciami cantare, Fausto. Adoro cantare. Ma oltre a piacermi molto ho un problema: sono costretto a imparare a memoria i testi delle canzoni. DEVO farlo. Non tollero l’idea di non sapere le parole. Proprio mi disturba a un livello epidermico non sapere alla perfezione le parole delle canzoni. Mi sento male. E canto qui, in mezzo a sconosciuti, incappucciato per il freddo del terrazzo. È il dieci aprile ma fa freddo.
A fianco a me è seduta Ginevra Mischianti.
La conosco da sempre, anche se lei non conosce me. La televisione fa questo effetto quando sei un telespettatore.
Volevo fare l’amore con te da quando avevo diciotto anni. Mi sei sempre piaciuta. Ora sei qui che canti con me. E mi guardi. Sorridi. Forse. Comunque nella mia testa mi sorridi e io sorrido a te. So che io e te abbiamo un link.
Stiamo vivendo esattamente quel momento che non si riesce mai a definire. Il momento in cui ti rendi conto che la persona che hai di fronte è nella sceneggiatura della tua vita. Lei ancora non lo sa. Non lo sai tu. È assurdo pensarlo ma in fondo è così. Non si scappa. È una sensazione fisica, come un attacco di gastrite. La gastrite è un po’ la mia unità di misura delle cose belle e brutte della vita.
Il nostro primo dialogo è stupendo. Sono le parole delle canzoni che cantiamo. Insieme. Comunichiamo solo con questo. Nessun altro argomento. Solo unione di intenti nel riprodurre al meglio una canzone. Provo godimento vero.
Voglio non conoscerti.
Voglio continuare a godere con te senza sapere che mi farai male. Senza deluderti.
Solo sorridere e cantare.

4 Risposte

  1. Una prosa secca, non arzigogolata che invita ad aspettare i prossimi capitoli. L’inizio di una storia di un qualsiasi figlio degli anni ’80, con le identiche quotidianetà, ansie, arrendevolezze. Un modo per avvicinarsi alla generazione che ci è figlia. Poi una citazione in incipit dal Consorzio Suonatori Indipendenti è stato invitare l’oca (me) a bere.

    • e se non acchiappo per la gola non si ferma nessuno! buona lettura, fammi sapere se il seguito ti piace
      RS

  2. mi sono sganasciata, è proprio il romanzo che avevo bisogno di leggere da almeno dieci anni! DAJE!!

    • speriamo che ti piaccia anche il seguito. grazie. buona lettura
      RS

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