Radical Shock. Una storia sinistra. Capitolo dieci. Amores perros


Dieci. Amores perros.

L’intensità dei desideri smuove forze possenti spingendole verso obiettivi d’amore e di conquista. Attenzione: bruciando le polveri con avventatezza si creeranno tensionni, mentre usando l’intuizione troverete più facili vie per avvicinarvi al risultato. PASSIONALI.

La visita onirica di Lauréda mi lascia intontito. Perso. La gastrite mi ha svegliato.
Sono le 7:19. È il caso che mi dia una svegliata.
Vittorio mi guarda con quegli occhioni a palla grandi come tortillas. L’ottuso.
Alle due devo incontrare Tintan. Mi porta alla pelea de perros. Non posso permettermi di arrivarci rincoglionito. Quando mi ricapita un’occasione così?
Dalla finestra arriva la solita cumbia. Mi rompe il cazzo. Prendo il computer. Ci attacco la cassa Bose che Silvia nasconde nell’armadio. Silvia è al lavoro.
Faccio partire uno dei più grandi successi della musica rock/pop italiana. Vaffanculo di Marco Masini.
Questo vi meritate per svegliarmi tutti i giorni con la cumbia, maledetti mangiatacos. Vediamo un po’ chi vince oggi?
Mi caccio sotto la doccia sulle note del grande Masini. Mi devo ripigliare.
Loro: zitti.
Samuele 1 – mangiatacos 0.

La mia colazione: huevos rancheros. Uova all’occhio fritte su una tortilla di mais con salsa piccante di pomodoro. Il cagotto ormai mi accompagna da settimane come un amico sincero. Quindi mangio di tutto senza farmi troppi problemi.
Apro La Jornada, il quotidiano su cui scrive Serapio. Ieri un commando di ottanta paramilitari travestiti da poliziotti federali ha fatto irruzione in un carcere di Zacatecas.
Ottanta persone.
Quindici camionette blindate della con le insegne della polizia federale e un elicottero. Armati di AK-47 e fucili da guerra.
Si sono presentati alle quattro di mattina alle guardie dell’ingresso principale dicendo che dovevano fare un controllo urgente. Le guardie hanno aperto i cancelli dando loro il benvenuto.
I paramilitari, appartenenti al gruppo de Los Zetas, tutti ex militari disertori dei corpi speciali, addestrati dagli americani nella School of the Americas (quella di Fort Benning, Georgia, dove hanno studiato tutti i gruppi paramilitari dell’America latina e i vari dittatori sanguinari, a spese del contribuente statunitense), ora in forza al cartello di narcotrafficanti del Golfo, sono entrati. Senza sparare un solo colpo hanno liberato 53 carcerati legati al Cartello del Golfo e li hanno portati via. Ringraziando e offrendo a tutti i secondini la colazione.
Durata dell’operazione: 35 minuti.
Finisco di mangiare le mie uova.
Scendo in strada. Ho voglia di fare una passeggiata al parco. Per mandare giù le uova e la notizia.
Ho di nuovo voglia di menare.
Me la devo proprio portare appresso dappertutto. Questo paese mi fa incazzare. Siete peggio di noi. La differenza coi radical chic italiani è che i messicani sono più ricchi e più stronzi.
Avete preso il peggio dell’Europa, mischiato col peggio di quello che è rimasto dei vostri imperi aztechi o salcazzo e di nuovo mischiato col peggio dei vostri padroni del nord. Un’abbondante dose di cattolicesimo e via. Bel cocktail del cazzo! Complimenti!
Poi però si incazzano se gli dici che sono terzo mondo. Come i greci che si incazzano se gli dici che sono turchi. Il fatto è che siete terzo mondo. E i greci sono turchi.

***

«Allora? A che punto sei?»
«Sto avanzando. Un po’ a tentoni ma avanzo. Te? Che se dice? Come sta Miss Liceo? Ti porta ancora il rum?»
«Miss Liceo è superata frate. Adesso esco con una diciannovenne con delle tette commoventi.»
«Bene. Come sempre puntiamo sulla testa delle donne.»
«Sempre. Tra un po’ arriva. Devo trovare una scusa per cacciarla di casa prima di mezzanotte. Arrivano i mostri all’una e facciamo nottata di texana.»
«Dille che sta tornando la tua ragazza. Funziona sempre.»
«Già usato. Vabbè me inventerò qualcosa. Una bella diarrea magari.»
«Che stile!»
Il faccione di Giorgio campeggia nella finestra della videoconferenza di skype. Ogni tanto salta la linea. Sto rubando la connessione wireless dal negozio di gelati qui sotto.
«Che ore so da te?»
«L’una.»
«Qua ce stanno i miei vicini filippini che è tutto il pomeriggio che friggono. Dall’odore che arriva a zaffate sono sicuro che stiano friggendo una tonnellata di merda. C’è una puzza orrenda, mortacci loro.»
«Ma come cazzo fai a vivere costantemente con quell’odore?»
«Lascia perde va. C’ho la pazienza di Budda. Me so beccato pure una cazziata da una stronza su facebook oggi pe sto motivo. Secondo lei non posso dire “filippini”. Devo dire “i miei vicini” senza specificarne l’etnia.»
«E perché mai?»
«Perché se no è razzista dire che i miei vicini filippini friggono la merda o i copertoni. E invece non è razzista per niente. È ipocrita non dirlo. Ci sarà un legame tra il fatto che sono filippini e il fatto che la loro cucina puzza.»
«Da antropologo ti posso confermare che la scelta di friggere merda è strettamente legata ad una questione etnica in effetti. È una scelta dirimente, legata alla provenienza, quella di friggere copertoni o merda piuttosto che cucinare un buon minestrone.»
«Appunto! È quello che ho detto a lei. Solo che devo sentirmi rispondere che sono razzista e che dipende dai gusti. Dipende dai gusti!!»
«Il relativismo da autobus dei fricchettoni col senso di colpa occidentale. A proposito di filippini. Lo sapevi qual è il massimo della libidine la prima notte di nozze dei neosposi filippini?»
«Friggere merda?»
«No. Sesso ascellare. Lui si fa fare una pippa con l’ascella di lei.»
«Ma che cazzo dici? Non ha alcun senso sta cosa…»
«Me l’ha detto un’amica di Manila. Poi pare che le donne filippine più so pelose e più so bòne. Vedi come i tratti culturali influiscono in maniera dirimente nella vita e nelle abitudini sessuali e culinarie? Vabbè com’è finita sta storia?»
«È finita che stavolta non glie l’ho fatta passare a quella stronza. Ho calato l’asso. Le ho detto sì, esistono i gusti. A molti piace praticare il felching per esempio.
FELCHING: pratica sessuale (il lemma inglese, coniato -a quanto sembra- negli Stati Uniti negli anni ’70- non trova corrispettivo nella lingua italiana), che consiste nel succhiare il liquido seminale fuoriuscente dall’ano o dalla vagina in seguito all’eiaculazione al loro interno. Solitamente si tratta del liquido seminale della stessa persona che succhia. Sono gusti. gusti demmerda!»
«Hahahahahahahahahahahah. Brutta stronza.»
«L’ho stesa.»
«Maledetta.»
«Parlando di cose futili. Ce l’hai il pezzo? Dalla redazione mi stanno tartassando. Se non glie lo mandi entro domani sei fuori fratello. Ho fatto quello che potevo, ma lo sai che non conto un cazzo.»
«Lo so Giorgio. Non hai mai contato un cazzo. Ci sto provando. Spero di mandarti tutto entro domani.» Tutto cosa? Non ho niente in mano. Posso scrivere un bel pezzo sulle porte in faccia, come sempre. «Tu, piuttosto. La tua storia su Scientology?»
«Avanza. Sto facendo delle scoperte interessanti. Credo che verrà bene. Senti Samuele, dimmi la verità. Non hai un cazzo, vero?»
«Ma la smetti? Invece ho quasi fatto. Vabbè mo te saluto che devo uscire. Vado a una pelea de perros.»
«Ci sentiamo fratè.»
«Salutami la diciannovenne e le sue tette imperiose.»

***

Mentre cammino per arrivare al mio appuntamento si ammucchiano emozioni contrastanti.
Non sta succedendo quello che mi aspettavo. Non è sparito proprio niente “per magia”. Invece nei miei piani arrivando qua sarei stato travolto dall’avventura, dagli eventi, sarei riuscito a entrare dalla finestra del mondo che mi aveva sbattuto la porta in faccia in Italia.
Semplicemente non succede. E io ricomincio a odiare.
Queste strade sfondate, i marciapiedi sfondati, i palazzi sfondati. E quel coglione vestito da pagliaccio che cerca di far ridere i passanti.
Un naso rosso. Un cilindro schiacciato in testa. Baffi arricciati. Pizzetto puntuto. Pantaloni troppo corti tenuti su da tiracche nere. Camicia bianca. Scarpe nere e calze rosse. È decisamente un pagliaccio.
E cammina verso di me. Come un pagliaccio. Deve essere attirato dall’espressione ingrugnita che sicuramente ho sulla faccia in questo momento. Guarda è meglio se te ne stai alla larga amico buffone, che oggi proprio non è giornata.
Invece mi punta.
Che cazzo vuoi, idiota di un pagliaccio?
Lui sorride.
Che cazzo sorridi? Non vedi dove cazzo sei? Dovresti piagne.
Senza rendermene conto lo dico.
«Che cazzo sorridi? Non vedi dove cazzo sei? Dovresti piangere.» Vomito la rabbia. Sono una maschera di rabbia.
La sua risposta è un sorriso ancora più ampio.
Il pagliaccio mi fissa dritto negli occhi.
Sorride e mi fissa.
Dice che il Messico ha bisogno di pagliacci.
Dice che il mondo ha bisogno di pagliacci.
Dice, sai, quando ti succede qualcosa di brutto o di difficile hai due opzioni. O piangi o ridi di te. E piangere rende solo le cose più difficili.
Ma di che cazzo vai farneticando? Ma ti vedi come vai in giro?
Questa città è una giungla, dice il pagliaccio, ma se ti vesti come me, se quando succede qualcosa invece di arrabbiarti regali una risata, nessuno ti aggredisce, nessuno ti fa del male. Quando sei un pagliaccio la tua lotta è dal basso.
Nessuno si sente minacciato.
Nessuno si sente in competizione.
Perché tu ti presenti come il perdente.
La gente ride di te. Tu la fai ridere.
E ride perché vedendo te vede qualcuno che è palesemente uno sconfitto. E le sventure degli altri fanno tanto bene alle nostre.
Invece di farmi stare meglio, idiota a tempo pieno, le tue parole mi lacerano come lame. Chi ti ha chiesto qualcosa?
Ma tu me lo chiedi, dice il pagliaccio.
I tuoi occhi me lo chiedono, dice il pagliaccio.
Far ridere gli altri prendendosi gioco di se stessi è un’arma potentissima.
Il pagliaccio mi svela il suo segreto.
Il suo potere.
La sua gloria.
Io vinco, dice il pagliaccio, perché regalo sorrisi. Perché regalo allegria. Ed è un’allegria che nasce dalla cenere della mia sofferenza.
Io vinco perché sconfiggo la sofferenza e la trasformo in sorrisi. Grazie al mio dolore qualcun altro ride. E le risate degli altri alimentano il mio cuore. E il cuore di un pagliaccio è il nostro naso rosso.
Ci mettiamo il cuore in faccia.
E indica la palla rossa che campeggia su un viso imbiancato.
Sto parlando con uno specchio. Uno specchio con un naso rosso.
Poi il pagliaccio mi abbraccia. Lo lascio fare. Intontito.
È un abbraccio gratis, dice.
Mi fissa di nuovo. Sorride. E se ne va.
Rimango impalato in mezzo alla strada.

***

Tintan è puntuale. Molto insolito per un messicano. Mi passa a prendere alla metro Tepalcates. Sono le 14:06. Siamo ai margini della città, e alle porte di una delle tante urbanizzazioni periferiche del Monstruo, Ciudad Nezahualcóyotl, o più semplicemente Ciudad Neza.
Salgo sul suo suv Chevrolet TrailBlazer LS nero coi vetri oscurati. Spara una luce blu da sotto, che illumina il pezzo di strada sotto la macchina. Anche di giorno. Antonella direbbe che questa macchina denota una necessità di apparire maschio e dominante. A me sembra solo tamarra da morire.
Sono agitato. Non so cosa mi aspetta e il mio amico qui a fianco oggi è silenzioso. Non vedo nessun cane né sul sedile posteriore, né nel portabagagli con la rete di acciaio per dividere i vani dell’auto.
Tintan non ha portato il suo gladiatore.
Percorriamo le arterie della Ciudad Neza a un’andatura sostenuta.
Avenida Lopez Mateos, poi a destra Avenida Pantitlán, fino alla nostra destinazione. Una casa privata. Senza numero civico. La facciata è verde e non ha assolutamente nulla di particolare o degno di nota.
Sono in mezzo alla Colonia Metropolitana Tercera Sección. La calle si chiama Villa Obregon. Ma potrebbe chiamarsi in qualsiasi modo.
Questa zona è fuori dal mondo. E se dovessi rimanere qui senza la mia guida sarebbero davvero cazzi amari.
Tintan parcheggia lungo la strada. Scendiamo in silenzio. Ci sono molte altre macchine sul marciapiede. Mercury degli anni ’80, Chevy, Vochos, Jeep, Mustang. Di ogni tipo.
Il mio accompagnatore suona alla porta verde. Ci apre un ciccione con la maglietta nera. Porta i capelli a spazzola e ha la carnagione molto scura, da indio. Accoglie Tintan con una stretta di mano. Poi mi guarda. Guarda Tintan interrogativo.
«Tutto a posto, Carlitos, il guero è con me.»
«Se lo dici tu. Avanti.»
C’è puzza di cane.
E di sangue.
E di piscio.
E, come sempre in questa città, di olio rancido e mais.
Questa è una casa. Vuota. Ma piena di gente. Ci saranno quaranta persone.
Vedo ragazzi. Vedo uomini di mezza età. Vedo adolescenti. Vedo facce molto brutte. Facce normali. Tutti uomini. Alcuni hanno un coltello. Tutti bevono. Tutti scommettono. Molto denaro.
C’è fumo nell’aria.
Ci sono bottiglie di birra nelle mani.
E sigarette.
In sottofondo: reggaeton.
In primo piano: vociare indistinto e molesto.
Tintan mi precede.
Pensavo che la mia presenza suscitasse un po’ di scalpore. Invece sono tutti concentrati nelle scommesse.
Ci sono soldi nelle mani. Passano di mano in mano.
In fondo al corridoio che sto percorrendo c’è la gran parte della gente. In un patio.
Nel patio c’è un’arena. La vedo tra le schiene degli uomini che ci sono attorno.
Nell’arena c’è sangue.
Ci sono pezzi di cane.
Nell’arena c’è un cane morto.
Sgozzato. In una pozza di sangue suo e dell’avversario. Che ora il suo padrone sta ricucendo. Letteralmente lo cuce.
Le lesioni del vincitore sono brutte da vedere ma a quanto pare non è ridotto così male. Scodinzola. Scodinzola col mozzicone di coda che gli resta.
Due pittbull. Il pitbull è il cane più usato nella pelea.
Ho letto in un articolo che i pitbull terrier sono i cani preferiti per questa attività ludica. Sono forti. Sono veloci. Sono agili. E sopportano bene il dolore.
Sono dei gladiatori.
In questo caso il pitbull morto ha la gola squarciata.
Non è stato abbastanza rapido e agile.
Non è stato abbastanza forte.
Non è stato abbastanza incazzato e alienato.
Non ha odiato abbastanza il suo avversario.
«Samuele, non sei stato abbastanza uomo.»
Il pitbull morto è schiodato perché non è stato abbastanza pitbull. Si vede che l’altro invece sì.
Sempre nell’articolo sulla pelea de perros ho letto che i cani vengono addestrati in modo feroce. Torturati.
Tra le tecniche più comuni c’è quella di far correre i cani attaccandogli addosso grossi copertoni con delle corde, per rinforzarli e aumentare la loro resistenza.
Si insegna al cane a mordere in qualsiasi posizione, gli si fanno mordere copertoni e contemporaneamente lo si colpisce con bastoni chiodati sulle zampe, così attraverso il dolore imparano a stare attenti alle proprie estremità mentre combattono.
I cani vengono addestrati fin da piccoli al combattimento. Si fa aumentare la loro aggressività tenendoli la gran parte del tempo legati e quando li si porta fuori vengono legati a grosse catene che li strozzano, così gli animali si abituano alla fatica e a essere sotto stress.
Lo stress è un elemento fondamentale durante il combattimento. Serve a fargli venire la cazzimma.
L’allenamento è una fortificazione fisica e una debilitazione emotiva.
I cani sono costretti a vivere situazioni di stress e sconfitta per poi essere rinforzati “positivamente” attraverso lo scontro con altri cani più piccoli, che quindi vengono uccisi compulsivamente, o più grandi, con i quali imparano a soffrire.
Mi viene di colpo in mente Gaspare Fradeani.
Gaspare è il cane di una coppia di amici di Ginevra. È un bastardino con problemi di iperattività. E di disciplina. Prima pisciava dappertutto.
Problemi per i quali i suoi padroni, una coppia sana, mi sembrava, hanno deciso di portarlo dallo psichiatra. Lo psichiatra dei cani.
Vedo davanti a me il cadavere di un cane ucciso dai morsi feroci di un suo simile.
Torturati per forgiare il loro carattere.
Vedo Gaspare che si lecca il cazzo tutto il giorno perché lo psichiatra gli ha dato il prozac o non so che altro psicofarmaco, per farlo essere più mansueto e non farlo pisciare in casa.
Ora ha erezioni continue e passa le ore a ciucciarsi l’uccello rosa.
Il pitbull che ho davanti viene bastonato quotidianamente. E costretto a combattimenti che si chiamano matar o morir, uccidere o morire.
Un cane di questi non dura più di 4/5 combattimenti. E se sopravvive viene buttato in strada perché ormai ridotto troppo male.
Gaspare prende psicofarmaci e si lecca il pene in modo compulsivo.
I suoi padroni sono sani.
I padroni di questi cani sono sani.
Oltre ai pitbull le altre razze predilette per i combattimenti sono staffordshire bull terrier, american staffordshire, dogo argentino, fila brasiliano, tosa inu, akita inu, e rottweiler.
Continuo a osservare rapito mentre la gente intorno a me scommette, beve, fuma e parla a voce alta.
Tintan mi raggiunge vicino all’arena. Mi passa una bottiglia di birra. Bevo. È fresca.
«Sembri molto serio Samuele. È come te lo aspettavi?»
«Insomma. È molto cruento. Stavo pensando a un cane di un amico. Sarebbe divertente vederlo fare una pelea.»
«Senti, ti lascio a divertirti per una mezz’ora. Ho un po’ di persone con cui devo parlare. Ti ritrovo qui.»
«Vai tranquillo. Grazie. Non mi muovo.»
Sta per cominciare un’altra pelea. Io finisco la mia birra e ne comincio subito una seconda. L’ambiente comincia a essere nauseante. Deve essere tutto questo sangue. O questo odore di morte.
Sono un po’ confuso. Dove cazzo sono? Chi è questa gente? Sono dei pazzi?
E perché in fondo questo posto mi piace?
Alcuni esperti affermano che il profilo psicologico dei padroni di cani da combattimento è quello di persone psicopatiche, con un forte complesso di inferiorità, cosa che li fa proiettare nel loro cane. Come se loro stessi diventassero forti e temibili.
Lo scontro del cane con un altro cane altrettanto forte dà la misura a entrambi i maschi del coraggio e della competitività.
Questo è Tintan.
Invece le persone che assistono a questi combattimenti sono nella gran parte uomini, adolescenti e adulti, il cui gusto per il sangue denoterebbe diversi disturbi della personalità, generalmente psicopatie più o meno gravi. Assistono a questi eventi per rinforzare la loro virilità e mascolinità, diminuita per qualche motivo nella loro vita.
E questo sono io.
Devo andare a pisciare.

Una Risposta

  1. …sapevo che ci avresti cambiato la foto ma il cane obeso era troppo irresistibile, grasso come l’amore jaja

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