Il ritorno del PRI in Messico: una telenovela scritta col sangue


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E allora tutti a contare. Nel senso dei numeri, ma anche di contare qualcosa.

Credo che sia questo il dato più interessante di un’elezione messicana la cui sceneggiatura squallida e noiosa era lì sul tavolo da mesi. Forse da anni.

Un candidato costruito pezzo per pezzo, volto da telenovela, voce da telenovela (che in modo inquietante somiglia spaventosamente a quella di Silvio Berlusconi), sorriso da telenovela, vita da telenovela con tanto di moglie attrice di telenovelas. Enrique Peña Nieto era l’uomo perfetto. Oggettivamente un po’ “lento”, mostruosamente ignorante e disposto a qualsiasi cosa. Belloccio, con un ciuffo che lo ha reso famoso dal primo minuto (davvero invidiabile il ciuffo).

Pompato da anni dalla catena televisiva di lingua spagnola più grande del mondo, Televisa (quella delle telenovelas), e messo alla prova al governo dell’Estado de México, lo Stato che circonda Città del Messico, conservatore, sovraffollato, coi suoi 16 milioni di abitanti. Lui ha dato prova di essere il candidato giusto. Ha seguito le direttive del partito, il PRI, quello che per 71 anni ha governato il paese con il suo nome ossimorico (Partido Revolucionario Institucional) e una struttura corporativa di corruzione, clientelismo, e repressione del dissenso.

C’è stata una pausa di 12 anni, dal 2000 a oggi, in cui gli ultracattolici del PAN hanno pensato di far credere a tutti che loro rappresentassero un’alternanza democratica. Gli ultimi sei anni hanno dimostrato che i panisti sono capaci anche loro di essere corrotti, legati al narco, repressori, corporativi e antidemocratici. E la prova che il presidente Felipe Calderón ha saputo dare di questo sono i più di 60mila morti ammazzati e quasi 20mila desaparecidos, bilancio di un sexenio di guerra, in un paese militarizzato e lontano anni luce dal concetto stesso di democrazia.

Sentendo il Consejero Presidente dell’Istituto Federale Elettorale (IFE), Leonardo Valdés, al termine della giornata elettorale del primo luglio, sostenere candidamente che “Il Messico ha avuto una giornata elettorale esemplare, partecipativa, pacifica e realmente eccezionale. Oggi viviamo la democrazia con assoluta normalità e tranquillità” mi sono venuti alla mente per qualche secondo i fiordi norvegesi, o le calme acque di un lago canadese. Il Messico come la Svezia, maturo e forte dei valori democratici che finalmente sono normali e condivisi. Il rispetto degli altri, la convivenza civile e la lotta per il bene comune.

Ce so’ cascato. Davvero. Mi ha preso alla sprovvista. Poi mi sono ricordato invece cosa era successo in questi giorni in Messico.

È successo che venerdì, nel pacifico e democratico Stato di Tamaulipas, uno dei tanti controllati dagli Zetas, un’autobomba è esplosa a Nuevo Laredo presso il palazzo di governo, e sono state lanciate due granate a Ciudad Victoria, una su una caserma di polizia, l’altra a una stazione degli autobus. Siccome non ci sono state vittime, il martedì successivo l’autobomba l’hanno fatta esplodere sotto la Secretaría de Seguridad Pública, e finalmente sono morte due persone: due poliziotti. Questo per antipasto.

Con in mente sempre i fiordi, ricordo le migliaia di denunce per aggressione in tutto il Messico. Persone aggredite, malmenate e “portate via” da agenti senza nome, perché facevano foto in giro, documentavano. E che diamine documentavano questi balordi? La compravendita dei voti. Milioni di voti comprati da parte del PRI. In tutti i modi, alla luce del sole, a tappeto.

C’è chi compra voti con sacchi di cemento, con derrate alimentari, con banconote da 500 pesos (pari a euro 30).

La tecnica più diffusa, a parte il cash, è quella della tessera del supermercato. Milioni di tessere del supermercato caricate con 500 o 700 pesos, da spendere a voto avvenuto (e documentato) nei supermercati del gruppo Soriana di tutto il paese. C’è poi chi, come alcuni estremamente indigenti, si è accontentato di un ombrello o di una tazza griffati, con il faccione di Enrique Peña Nieto.

Quelli che documentavano queste cose sono stati pestati, arrestati, intimiditi, minacciati, e alcuni fatti sparire. Sempre in un contesto pacifico e democratico.

Allora si dirà, beh dai da che mondo è mondo si sono comprati i voti. Pure da noi in Italia se ti ricordi bene, dirà sempre qualcuno, già nel ’52 il buon vecchio fascista di Achille Lauro comprava i voti per diventare sindaco di Napoli regalando la scarpa sinistra prima del voto e la scarpa destra solo a voto avvenuto.

È vero, e infatti nemmeno in Italia ci stanno i famosi fiordi. E le analogie tra politica Priista e democristiana sono fin troppe.

Dopo le dichiarazioni dell’IFE, che avrebbe dovuto fare da arbitro nel processo elettorale, mentre è stato uno degli attori determinanti nella riuscita del diabolico piano del PRI, si è affacciato a reti unificate un altro campione di democrazia, il presidente Felipe Calderón.

Costui, con un sorriso di vera gioia ha annunciato immediatamente la vittoria di Peña Nieto, facendo affidamento alle sole proiezioni di voto, passando di fatto il testimone, divenuto per lui un pesante fardello, dato che sarà ricordato (se sarà ricordato) come il presidente dei 70mila morti.

Lo show mediatico istituzionale è cominciato. Tutti a applaudire i mezzi di comunicazione internazionali e le istituzioni a cui non pare vero di avere un nuovo miniBerlusconi in America latina.

Dietro Peña Nieto tutti sanno che si nasconde Carlos Salinas de Gortari, conosciuto anche come El Chupacabras. È quello che quando era presidente per deviare l’attenzione dalle porcate che stava facendo si inventò che c’era un mostro, il chupacabras appunto, mezzo vampiro, che succhiava il sangue alle capre ammazzandole. Genio del male. È lui il vero artefice e burattinaio, è quello che ha spinto per firmare il Trattato di Libero commercio del 1994, che ha portato il Messico nel disastro finanziario, quello che ha “creato”, attraverso il suo sodalizio decennale, la monumentale ricchezza dell’uomo più ricco del mondo, Carlos Slim, e che è stato eletto con i milioni del narcotraffico, rubando anche lui un’elezione nel 1988 a Cuauhtemoc Cárdenas.

E adesso tutti a contare dicevo. È quello che pretende Andrés Manuel López Obrador, il candidato della coalizione di sinistra. Anzi “di sinistra”, perché dirlo senza virgolette sarebbe dare informazioni fuorvianti.

Si deve contare, voto per voto, seggio per seggio, come prevede la Costituzione. Ed è a quella che López Obrador si appella per portare avanti una protesta pacifica, di legalità. Ma fuori sa di avere l’appoggio di milioni di messicani incazzati neri, e un movimento, #YoSoy132, che non dipende da lui e che è molto agguerrito e attivo. E che ripudia Peña Nieto.

Quelli del #YoSoy132 avevano iniziato due mesi fa come un movimento di protesta universitaria. Un gruppo di ragazzi ricchi dell’università gesuita Iberoamericana, e sono diventati un movimento civico ampio, che comprende studenti, lavoratori, contadini, che ha incorporato il movimento di Atenco. Ah, Atenco, ecco, mancava Atenco. È un posto piccolo, nell’Estado de México. Nel 2006 proprio Peña Nieto, da governatore ha fatto la sua carneficina, la sua prova del fuoco. Il saldo è incoraggiante per un futuro presidente messicano (oddio avrebbe potuto fare di meglio, ma date le sue doti scarse è un buon risultato). Allora il saldo: due morti ammazzati a botte dalla polizia. 47 donne violentate e torturate (sempre dalla polizia). Più di 200 arresti, ovviamente torturati e massacrati di botte in carcere con danni permanenti. Un’operazione che ha coinvolto circa 3500 agenti di polizia contro circa 300 manifestanti.

Con questo popò di curriculum e un ciuffo affabulatore Peña Nieto si appresta a occupare con le sue truppe la presidenza del Messico. Un Messico schiacciato da una violenza senza precedenti, annichilito dal terrore di stato e dal terrore del narco, che spesso si aiutano a vicenda, quando non sono la stessa cosa, e drogato da un duopolio televisivo (Televisa più TVAzteca controllano il 98% della TV messicana)che per anni ha costruito la candidatura di questo ragazzo dell’Opus Dei.

Allora in questo paradiso democratico, ordinato e tranquillo, stiamo a vedere cosa succederà nelle prossime settimane, aspettando il peggio, che pensavamo di avere già visto. Tra un’autobomba e un mucchio di corpi decapitati, tra un rapimento e una margarita. E se come dicono tutti questo paese vive già una democrazia normale, per quale cazzo di motivo è pieno di soldati dappertutto che ti puntano i fucili in faccia? Perché non puoi viaggiare da un posto all’altro in macchina senza rischiare la vita? Perché se fai il giornalista è peggio stare qui che sotto le bombe in Iraq? Perché se cammini per le strade di Veracruz è più facile trovare una testa umana mozzata per strada che una moneta da 10 pesos?

Perché se tua madre non sa nulla di te per qualche ora è più facile che ti abbiano portato via, ammazzato, sotterrato in una fossa clandestina, e fatto sparire per sempre, piuttosto che ti sia dimenticato il cellulare in ufficio? Perché se sei una donna e vivi a Ciudad Juárez, o in qualsiasi posto nell’Estado de México hai più probabilità di essere stuprata, torturata e poi uccisa a botte piuttosto che vedere 5 macchine rosse nella stessa giornata?

Forse è perché in Messico, in verità, i fiordi, proprio non ci sono.

Loop n. 18

(looponline.info)

Una Risposta

  1. […] su Radical Shock , Federico Mastrogiovanni, giovane giornalista che da anni vive in Messico il 4 luglio  del […]

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