Vita (comico grottesca) da giornalista freelance.


appisolarsi sulla BestiaSono giorni che mi fa su e giù nello stomaco questa storia di Francesca Borri e del suo articolo di denuncia, esaltato o vilipeso in giro per il mondo.

Mi ha colpito il fatto che me lo ha sottoposto la mia editor brasiliana, incuriosita dalla mediocrità dei suoi colleghi italiani che con tanta facilità ti propongono compensi così umilianti.

Mi molesta questa polemica soprattutto per quei tanti giornalisti snob che non riescono a evitare commenti pelosi su questa situazione così squallida.

C’è quello che dalla sua redazione milanese o romana, con le sue Hogan ai piedi, la sua camicia colle maniche arrotolate e la borsa di cuoio, fa le pulci alla credibilità della Borri, domandandosi che guerra ci fosse in Bosnia nel 2003. Pure se ci fosse stata la sagra della salsiccia nel dumilaettré in Bosnia, 50 euro so’ sempre pochi.

Oh, poi ce sta quello che invece è giornalista “navigato”. Che ha consumato il culo su sedie con le rotelle, che s’è fatto anni e anni di redazione. Che è GIORNALISTA, manco giornalista, con cognome più o meno noto. Quello stile “paterlanista”, che ti dice “vabbè, che te credevi? questo è il giornalismo, bellezza” (frase che piace da morì ai giornalisti. inspiegabilmente, perché è davvero una frase del cazzo. no. sul serio. lo è.  abbozzate. almeno su questo.)

La variante è quella sul polemico-condiscendente, cerchiobbottista, che non capisci dove cazzo vuole arrivare, che tesi vuole sostenere (e qui la citazione è letterale e co cognomi che pesano, occhio): “Per quanto poco li paghi, si troveranno sempre giornalisti disposti a rischiare la pelle per il pezzo. E gli editori lo sanno.” Quelli che “è sempre stato così e sempre lo sarà”. Bene. E quindi? Qua si fa della tautologia spacciata da commento. Del resto con la tautologia ce se so costruiti imperi. Grazie davvero della profondità. Mo ho capito tutto. Scusa te quanto guadagni? Così. Pe sapè.

Poi ci stanno i colleghi frílènz che giustificano le condizioni umilianti in una sorta di gara masochistica a chi si dà più mazzate sui coglioni per far vedere quante cicatrici c’ha addosso (e qua ce casca un po’ pure la Borri, che non si capisce manco lei che cazzo vole. o no Francè? che cazzo vòi? dimmelo. dai. me lo tengo pe me). Questi sono quelli che ti dicono che la passione, che l’amore per la professione, che se non c’hai le palle sto mestiere non lo fai, che “certo sono tutti così gli editori, ci devi avere la scorza dura”, che so disposti a tutto, alla fin fine, per la loro passione.

Oh, tutte cose vere eh, si badi bene che in questo caso sono cose vere, non ce la fai se non hai passione e tutto quanto. Ma il discorso non può finire lì. Quello che faccio fatica a leggere, oltre le lamentele blande e scomposte, è chi rivendica una situazione di sfruttamento sistematico.

Grossi giornali chiudono i battenti a fronte di una “crisi dell’editoria” che pare non avere fine. A me me scappa sempre un “grazie ar cazzo”. Fanno così schifo la maggior parte dei giornali che mi stupirebbe il contrario.
Se la maggior parte dei contenuti la compila una massa informe di impiegati pagati da fame che fanno un lavoro mediocre in origine credendosi pure stocazzo solo perché sono riusciti a piazzarsi in una merdosa redazione, cominciamo proprio maluccio.
Forse questo lavoro è fatto di altro. Forse si tratta di raccontare storie, una delle poche attività umane, insieme forse al sesso, all’alimentazione, alla cura dei figli, che non passano mai di moda. E che ci saranno sempre.
Ma le storie devono essere ben raccontate, ci deve essere la vita dentro, e lo devo sentire il mondo, deve essere verosimile oltre che vero. Allora ogni burocrate del giornalismo dovrebbe trasformarsi in Kafka per raccontare quel mondo, ma non dovrebbe cercare di fingersi Hemingway stando piantato davanti a un monitor.

Sugli editori squali, beh, fanno il loro mestiere, come sostengono i cerchiobottai, ma non c’è nulla di male nel dire che è un mestiere da stronzi.

Dire a un kapò che vabbè dai si sa che un kapò è un kapò, che je devi dì? Per esempio je poi dì che è n’infame. Certo, è tautologico, sì ma fa bene ricordare all’infame che è un infame. Che fa schifo. Poi magari non lo cambi, là rimane. Ma almeno per qualche secondo ti senti un po’ meglio. E magari quel kapò inizia a chiedersi se anche la sua vita e il suo mestiere potrebbero essere diversi. Magari belli.

Il lavoro di giornalista, in special modo quello di freelance (termine inglese per dire precario, o “colui che se la piglia in culo”) è fatto di tante cose: di passione, di incoscienza, di narcisismo, di coraggio, di ingenuità, di bisogno di sfidarsi, di vincere le proprie paure, ma è un lavoro e come tale va pagato. Non è che se una cosa mi piace farla allora non si deve pagare. Vaglielo a dire a un calciatore, il cui mestiere è giocare a pallone, come faceva da regazzino, mortacci sua (ao detto in amicizia eh), e lo coprono d’oro. Dice, vabbè te piace, nun te pago. Cor cazzo!

Ecco, questo è l’atteggiamento che dovremmo avere. Poi però siamo noi stessi, per primi, ad accettare condizioni umilianti, a farci prendere per il culo, a cedere lucidità alla voglia di avere i nostri 3 secondi di notorietà. E questo ci rende dei mediocri. Ci rende umani. Ma ciò non toglie che siamo sfruttati. E che dobbiamo usare tutte le occasioni possibili per alzare la testa. Siamo quel tipo di sfruttati, di classe subalterna, che ha acquisito la mentalità della classe dominante. Siamo gli schiavi perfetti, che pensano come il padrone.

Beh, forse in uno sprazzo di lucidità potremmo cominciare a dire che siamo stanchi e fare qualcosa per cambiare. Ad esempio fare outing. Dire CHI sono gli editori che non pagano, rendere pubblico il segreto di Pulcinella. Comincio? bene.
Io ho ricevuto offerte di collaborazioni dal colpo di stato in Honduras del 2009 da Radio Rai che mi chiedeva di lavorare per poche centinaia di euro. L’ho fatto. Poi ho scoperto che il signor Radio Rai intendeva dire GRATIS.

Lo stesso dicasi per l’ormai defunto settimanale Carta. Compagni che sbagliano.

Il Riformista (defunto), così come il Fatto Quotidiano (tra coloro che pagano meglio) dallo scenario del terremoto ad Haiti pagavano 50 euro al pezzo. Dice, ma come cazzo te mantenevi pagando 100 euro al giorno un fixer? (domanda di qualche stronzo commentatore della Borri che evidentemente non ha mai alzato il famoso culo dalla famosa sedia) Eh, davo via il culo. Oppure parlavo le lingue, sapevo scrivere in 4 lingue aumentando considerevolmente il mio mercato. Per esempio una radio straniera pagava 120 euro al minuto di collegamento. Per esempio un giornale straniero pagava 200 dollari al pezzo. Per esempio qualche rivista straniera comprava un reportage a 1000 dollari. Allora cominci a capire che è vero che il settore è in crisi in tutto il mondo, ma è vero anche che in Italia fa più cacare che in quasi qualsiasi altro paese. Che come al solito ci distinguiamo per il peggio.

Spero che il mio sfogo da freelance sia seguito da molti altri, ma ne dubito. Concludo con una frase del mio vecchio capo/maestro (che me pagava peggio de tutti e infatti l’ho mollato): fare il giornalista può essere duro, pericoloso, faticoso, frustrante. Ma è sempre meglio che lavorà.

5 Risposte

  1. Una piccola considerazione finale: in italia i prezzi sono più modesti perché il mercato è piccolo. Chiaro che un pezzo per un giornale inglese me lo pagano di più: lo leggono in tutto il mondo.

    • non è proprio così. Vai a vedere gli stipendi di chi lavora in redazione. Editorialisti che guadagnano 7mila euro al mese per scrivere una volta a settimana in giornali medio/piccoli. Io lavoro col Brasile, col Messico, con la Svizzera, con la Francia. Non sono tutti Paperoni, ma c’è un trattamento diverso con i freelance. Le risorse sono distribuite in maniera un po’ meno iniqua.

  2. Bello quello che hai scritto molto vero e diretto, ottimi i francesismi🙂
    Era quello che ci voleva per far capire qualcosa in piu’ alla gente….
    Grazie per scrivere..
    Andrea Giolivo fotografo.

  3. quella frase mi fa pensare che il tuo maestro sia uno di “Avvenimenti” (mo’ vatte a ricorda’ come si chiama…). Comunque…
    proprio dall’epoca dell’Honduras mi pare di aver cominciato a seguirti! Ora…io sono qui (in Honduras!) da sei mesi! pero’ non mi arrivano quasi piu’ aggiornamenti delle cose che scrivi… che comunque, normalmente parlano dell’Italia… Dove si potrebbe leggere qualcosa di tuo sul Messico e zone limitrofe?? (e intanto ho messo la spunta all’opzione “notificami nuovi post via e-mail”…)
    E, altra domanda…che c’entra solo in parte…
    Ma t’interesserebbe ricevere qualcosa scritta (da me) sull’Honduras, se rimarro’ qui, specialmente in periodo elettorale? (questo sempre se rimarro’, e cioe’ se mi rinnovano il contratto di prof. d’italiano alla UNAH)
    suerte!

    • hai ragione Ugo, mi riprometto sempre di scrivere sul Messico ma finisco per parlare dell’Italia, forse perché è l’Italia la nave che affonda e da buon avvoltoio sento odore di morte e me ne cibo. proverò a mantenere in piedi questo blog. se mi cerchi su twitter via dm ci scambiamo i dati. un abbraccio

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