Morte di un periodista. Hai sbagliato tu Rubén.

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Ne hanno fatto fuori un altro. Un altro di noi. Uno di quelli che ci mettono il culo per far bene il proprio lavoro. Rubén Espinosa io non l’ho conosciuto. Strano perché dopo un po’ di tempo ci si conosce tutti. Non l’ho conosciuto ma non conta un cazzo. Rubén se lo sono fatto in una casa del Distrito Federal, quella Città del Messico in cui era nato e che aveva lasciato per andare a fare il fotoreporter a Veracruz. Cazzo ci vai a fare a Veracruz? Dico, vabbè, ce nasci, e allora magari ti dispiace andare via dal tuo stato mafioso, quello dove gli Zetas governano, quello dove il governatore Javier Duarte, l’assassino, il mata periodistas, il gordo, l’ommemmerda, la scoria umana, governa a braccetto coi mafiosi.

Ma no, Rubén. Tu ci sei andato a lavorare apposta. Sei andato a fare foto. Lavoro del cazzo. Sempre là co sta cazzo di macchina fotografica. Si capisce subito che stai a rompere le palle. Mettila via, fai matrimoni. Invece no. Cocciuto. A rompere i coglioni. A documentare le proteste, i movimenti sociali, le violenze ininterrotte dello Stato messicano, del governo di Veracruz, della polizia corrotta e mafiosa di questo paese devastato, dell’esercito che sa torturare e fucilare la gente così bene. Questo andavi a fare tu Rubén. Poi è chiaro che ti sparano in faccia. A te e a quelle altre quattro ragazze. Violentate. Torturate. Sparate in faccia pure loro.

Una di loro quattro, delle quali ancora non si sanno tutti i nomi, una di loro l’aveva detto mesi fa. Era un’attivista. Aveva detto, se mi succede qualcosa a me o alla mia famiglia l’unico responsabile è Javier Duarte. Cazzo l’hai detto Nadia, ti chiamavi Nadia Vera. E infatti lui ha mantenuto la parola. Perché dovete sapere che qua un uomodimmerda come Duarte rimane impune. Fa ammazzare chi gli pare, lui. E nessuno gli dice un cazzo.

A Veracruz ci sta il petrolio, ci stanno un sacco di cose a Veracruz, ma ci sta il petrolio e il gas e le compagnie straniere, che fanno capo a paesi forti: Stati Uniti, Francia, Italia, Gran Bretagna. Loro spaccano il culo in quanto a diritti umani. Loro quando dici diritti umani subito a cazzo dritto loro. Subito lì a dire ao noi diritti umani eh. Ciarli Ebdó? Cazzo tutti in piazza dirittiumani porcoddio. Altro che oh! Poi gli dici ao guarda che il Messico, veramente… diritti umani un po’ manco per il cazzo… Ma che dici! Ma come ti permetti? Messico è IL RINASCIMENTO, ti dicono questi. MESSICO È IL FUTURO! ti rispondono loro. E infatti poi li vedi tutti a farsi i pompini a vicenda con Peña Nieto. Il presidente di questa farsa di paese. Tutti a invitare a pranzo, tutti grosse pacche sulle spalle. Perché il Messico non è l’Afganistan. Il Messico non è l’Iraq. Infatti no. Infatti pe dì, in Messico ci sono stati più morti ammazzati che in Afganistan e in Iraq dal 2007 a oggi (come si può leggere qui). In Messico ci stanno decine di migliaia di desaparecidos. Ma il Messico non è la Siria. Né l’Argentina. Né il Venezuela.

E quindi si fa pippa. E si ammazzano giornalisti e attivisti. Rubén, tu hai sbagliato caro mio. Hai fatto una cazzata. Non dovevi fare il lavoro tuo. Dovevi leccare il culo. Come insegnano i giornalisti veri. Dovevi dire che chisto è o paese do sole e o paese do mare. E via a farti vacanze pagate.

Prima Città del Messico era il posto dove ti salvavi. Prima era il posto dove non ti venivano a toccare. Invece mo ti arrivano dentro casa. Ti gonfiano. Ti stuprano. Ti sparano in testa.

Il giorno dopo un migliaio di persone in strada, all’Ángel de la Independencia (che poi è una Vittoria alata ma qua siccome devono fa per forza come cazzo gli pare dicono un angelo). Sto angelo sta sempre là. Ci si vede sempre lì. Da anni. Sempre di meno. Sempre più tristi. Sempre gli stessi. Gli stessi meno uno. Quello che hanno appena ammazzato. Quello che stiamo piangendo.

Hai sbagliato a nascere qui Rubén. Hai sbagliato a rimanerci. Hai sbagliato ad innamorarti della fotografia. Hai sbagliato ad essere onesto. Questo non è il posto per te.

Che la terra ti sia lieve carnal.

diario da Iztapalapa. benvenuti in Afghanistan

Iztapalapa - AfghanistanAllora decido che voglio fare un giro panoramico per la famosa Iztapalapa. Cristo ne parlano tutti, tocca che vado a farci un salto. Dice, no ma sei pazzo so tutti criminali, te spanzano, te rapinano, te fanno a pezzi a Iztapalapa. Dico vabbè dai però io so giornalista ce devo annà se no che cazzo ce sto a fa qua nel famoso Messico?
Dice vabbè allora fai come cazzo ti pare, però poi non lamentarti se fai una bruttissima fine violenta e feroce.

Vabbè allora vado. Mi accompagna nella terra di nessuno un’amica che lavora da quelle parti. Mi passa a prendere la mattina presto e mi spiega in macchina nel tragitto un po’ di cose su Iztapalapa. Io un po’ perché non sono proprio abituato a svegliarmi così presto, un po’ perché l’amica in questione è decisamente una fata, non capisco un cazzo di quello che dice e mi limito ad assentire inebetito.

Giunti sul luogo però sono pervaso dalla tranquillita. Quella tipica degli ottusi.

Accompagnato dalla jefa della delegazione (la sindachessa) faccio un tour nei quartieri alti di questo barrio di due milioni di abitanti. Un posto davvero ameno. Il colore predominante è il grigio. Un bel grigio abusivismo. Di fatto tutta la zona è abusiva. Un quartiere grande come l’Avana fatto di case abusive di cemento ammucchiate tra pianura e montagna. La prima cosa che mi dice un ragazzetto di fronte al mio sguardo basito è ti piace Iztapalapa, guero? Benvenuto in Afghanistan!

C’è una signora che racconta che qui ti rapinano ogni tre per due. Gli sbirri invece di lavorare fanno le ammucchiate con le troie dentro la centrale di polizia, gli spacciatori fanno affari d’oro. Poi se ti rubano la macchina in qualsiasi parte della città dopo mezz’ora puoi venire a ricomprarla a pezzi qui.

In compenso l’acqua arriva una volta alla settimana ed è marrone, la gran parte della gente non ha manco il telefono e i ragazzini passano le giornate a farsi di crack.

per uscire dalle zone alte ci vogliono due ore perché i microbus non passano e a piedi è un po’ come andare da Genzano a San Giovanni. Solo che a ogni angolo rischi di farti sparare da un rapinatore strafatto.

Qui però c’è gente che comincia a farsi rodere il culo. si stanno organizzando per scendere dalla montagna e fare un po’ di casino. E considerato che non hanno un cazzo da perdere è verosimile che la situazione si faccia interessante. Da ste parti si dice “En México no pasa nada hasta que pasa. Y cuando pasa…”

Vuol dire che in Messico non succede un cazzo, finché non succede. Ma quando succede sono cazzi amari.

Finisco il tour in casa di una signora che ci offre un tè che sa di paglia. Torno al mio quartiere stordito. Il toro vuole sapere tutto ma io sono stanco e non riesco nemmeno a picchiarlo a sangue. Ho appuntamento domani con un trafficante di corna che ho conosciuto a Iztapalapa. Se lo viene a prendere domani alle 7. Se tutto va bene alle 7.30 si può andare a ricomprarlo a pezzi da quelle parti.