Racconto da Città del Messico. L’urlo

La luce bianca del cielo nuvoloso della città ferisce gli occhi. Occhi rossi di sonno e inquinamento, stampati sulla vetrina del ristorante. Dentro un gruppo di 17 vecchie ingurgita uova strapazzate, caffè e pandulce, berciando in direzione del monitor 27 pollici appeso al muro del locale. Hanno i capelli viola, celesti, il celeste dei capelli delle vecchie. Alcune sbavano nel piatto senza sapere cosa sta succedendo intorno, con la maglietta verde della selección indossata come un maglioncino della nonna. Sulla schiena c’è un grosso 4 con sopra scritto Marquez.

Le grida si alzano ogni volta che sul televisore cambia inquadratura. È il tifo secondo le vecchie. Gridare sempre, e battere le mani istericamente, mentre pezzi di cibo piovono sul tavolo, dalle labbra coperte di rossetto e salsa verde.

Le mani appoggiate al vetro stacco gli occhi dalla scena. Mi guardo intorno. Vicino a me, fuori dalla porta del ristorante, è seduta un’anziana indigena. È seduta a terra, gambe incrociate e mangia lentamente una tortilla con fagioli e chile. Il cestino dell’elemosina poggiato davanti ai piedi. La copre un rebozo blu e i suoi lunghi capelli argento.

Il parcheggiatore del ristorante guarda la partita attraverso il vetro insieme al suo collega. Gli passa un biglietto da 50 pesos e senza esitare lo manda a comprare due caguamas al supermercato. Per vedere la partita dalla strada. Sono le 9.38 di mattina a Città del Messico. E la luce ferisce gli occhi. Ancora.

La strada è silenziosa come solo di notte.

Lascio il ristorante alle sue vecchie. Il dedalo di strade in questa zona ti fa perdere l’orientamento. Vago senza meta alla ricerca di un punto di riferimento. Non si vede anima viva. A un angolo appare un gruppetto di persone. Uomini grassi seduti su delle sedie troppo piccole per i loro culoni, come quelle della scuola media. Uno di loro è seduto quasi in mezzo alla strada. Ha un cartone della Dominos Pizza aperto sulla testa a mo di tetto alpino. Il grasso di quello che era il suo contenuto cola lentamente ai due lati e gocciola sul selciato. Gli altri tre sono più vicini fra di loro. Uno anziano col volto scolpito dal sole e dall’età incastonato in una mano, la bocca nel palmo aperto. Immobile e in piedi. Il secondo serio e impettito come se stesse aspettando i risultati del test dell’HIV nella sala d’aspetto dell’Asl. L’ultimo seduto con la pancia appoggiata allo schienale. Lo spacco tra le natiche in evidenza quasi a voler scappare dai pantaloni della tuta bisunta.

Tutti e quattro fissano ebeti uno schermo grigio topo in bianco e nero delle dimensioni di un pacchetto di sigarette, poggiato su un tavolo di metallo. In silenzio religioso, ad ascoltare il “Perro” Bermudez che commenta la partita. Messico – Sudafrica. Non si accorgono del mio passaggio.

Io ho ancora tempo.

A 36 minuti dalla fine del secondo tempo, nella città che appare disabitata, chiusa nel suo silenzio e nella sua luce bianca, arrivo a destinazione.

Le guardie sono impegnate altrove. Entro in casa senza problemi. Lei è in piedi a fianco alla sedia e accarezza calma un furetto.

Legato e imbavagliato c’è un uomo in mutande. Piange e ha la faccia piena di mocciolo.

Si è pisciato addosso mentre il furetto gli mordeva i testicoli.

Davanti a lui c’è un televisore acceso. La voce roca del “Perro” Bermudez accompagna i mugolii di paura e dolore dell’uomo nudo. Gli occhiali sono appannati per il sudore, le lacrime.

Ora tocca a me. Lo slego piano, mentre Mphela mette in difficoltà la difesa della selezione messicana. Lei mi aiuta a tenerlo fermo. Il Presidente in piedi è basso. Trema.

Fuori i carri armati occupano la città, prima che finisca la partita, ma lui, il Presidente è qui con me. Sei qui con Lei. Calma poggia sul divano il furetto. Lo sguardo del Presidente è una maschera di terrore. Lui che aveva pensato a tutto, lui che aveva previsto tutto.

Lei allaccia alla vita la cintura di cuoio fallica.

Il Presidente aspettava il calcio d’inizio per far entrare i soldati nelle strade nelle case, nelle scuole.

Lei lo fa chinare.

Il Presidente, incastrato dalla sua stessa assistente.

Lei indossa un tricolore sulle spalle, a mo di mantello.

“Sei riuscito a inculare questo paese, Presidente. Adesso tocca a te”

L’urlo di gioia dei messicani dopo il gol di Rafa Marquez si confondono con il grido sgraziato e disperato del Presidente.

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diario da Chahuites. cavalcando la Bestia (parte seconda)

E dunque inizia lo show. Gente che si lancia dal treno in corsa, nel buio della sera. Ombre che saltano verso l’ombra. Le grida, da terra, si fanno più vicine, finché il treno si ferma del tutto. La prima cosa che facciamo è buttarci a pancia sotto sul tetto del treno, hai visto mai che parta qualche proiettile e decida di piantarsi in mezzo alla fronte dei valorosi giornalisti frilènz. Le voci degli uomini incappucciati dicono cose tipo “figli di puttana scendete da quel cazzo di treno o vi ammazziamo tutti” e amenità simili.

Non si vede un cazzo a parte i lampi di luce sparati dalle torce dei nostri nuovi amici. Il paese è un po’ distante. Sul treno non c’è quasi più nessuno, tranne noi e un povero migrante ubriaco rimasto tramortito dall’alcol ingurgitato nelle ore di attesa ad Arriaga e steso bocconi a pochi metri da noi.

Sul tetto del treno si arrampicano un paio di incappucciati. Ora da vicino si riconosce la divisa. Si tratta della Polizia Federale. Da vicino vuol dire che uno degli agenti mascherati è salito sul nostro vagone e ora mentre noi mostriamo alla luce della sua potente torcia le nostre identificazioni di giornalisti, lui ci punta in faccia un M16, quei fucili ad alto potenziale che vanno tanto di moda da queste parti. E daje de insulti e minacce di morte. Noi, solidi sulle nostre posizioni non cediamo di un passo, puntando tutto sul fatto che evidentemente deve trattarsi di un’arma giocattolo e presto l’agente ci dirà che è tutto uno scherzo.

Nel frattempo di sotto hanno fermato un centinaio di nostri compagni di viaggio. Li hanno stesi su quattro file faccia a terra. Per essere più convincenti i trenta federali spintonano, alzano la voce, le mani, schiacciano le facce della gente nella polvere del suolo con i loro anfibi ben lucidati. Noi ora decidiamo che abbiamo fatto capire le nostre ragioni e allora possiamo anche acconsentire e scendere da questo treno.

A terra non c’è nessun rappresentante dell’ufficio migrazione. Il che rende automaticamente illegale questa operazione dei federali. Altro elemento che la rende illegale è il fatto che questi amabili tutori dell’ordine sparano un po’ per aria, cosa proibita. Ah e altra cosa che forse rende illegale l’operazione è il fatto che si mettono a rubare soldi ai migranti. Tutto quello che hanno. Sistematicamente, per poi lasciarli andare nella notte, in balia dei violentatori e assassini che si nascondono nel buio.

I migranti che rimangono in arresto sono quelli che, sfigati, non avevano una lira addosso. Sono 47, e verranno trasferiti, un’ora e mezza dopo, negli uffici di migrazione, da dove verranno rimpatriati nelle loro case di fango in centroamerica.

Noi siamo testimoni di questa messa in scena. Ci provano a minacciarci, a intimidirci, ma noi con l’aplomb che ci contraddistingue e forti del fatto che siamo europei e giornalisti e soprattutto bellocci, non ci scomponiamo.

Loro lo capiscono e dopo una mezz’ora di minacce decidono che non possono nulla contro la libertà di stampa e desistono.

Quello che ti resta addosso, piantato nel petto è la sensazione chiara di impotenza di fronte a un abuso. La normalità della logica del più forte, tanto comune e tanto opprimente.

Qualcuno dei coraggiosi e folli viaggiatori arriverà a realizzare quel sogno, costruire le case dei ricchi in California, in Oregon, in Carolina del Nord. Dimenticherà le difficoltà o ne farà tesoro. Ma ne arriveranno altri, ognuno dei migranti porta con sé la vita di tutti quelli che lo hanno preceduto e che lo seguiranno. Ogni presente di ogni migrante è la ripetizione di una storia fatta di miseria, orrore e sogni, e di attraversamento di frontiere.