Radical Shock. Una storia sinistra. Titoli di coda

Titoli di coda.

È il momento di pensare in termini quantitativi e di chiedere “la giusta mercede” per il ruolo che ricoprite. Gli avversari in agguato non riusciranno a organizzare una reazione: avete la fiducia dei superiori, l’amore degli amici e l’intimo convincimento. PROMOSSI.

Giorgio.
Circondato da diciannovenni vogliose e dalle tette inusitate continua a combattere con i suoi vicini filippini per il controllo del territorio. Le donne amano il suo cinismo, il suo odio nei loro confronti e i suoi tatuaggi. Continuano a dirgli che è un pischello perché ha solo ventisette anni.
Ha pubblicato un reportage su Scientology che gli è valso grandi lodi e riconoscimenti da parte di molti intellettuali di sinistra.
Non ha ancora un contratto a Mondo Oggi. Tifa Roma.
PISCHELLO.

Ginevra.
Va a cavallo. Fa serie televisive di successo. Qualche film. Ama le feste, il rumore, i giochi. Parla del suo cavallo, dei suoi sogni da adolescente trentenne. Piange ancora quando si parla di suo padre e non ha mai risposto alla lettera di Samuele. Forse non l’ha mai letta. Ancora nessuno è risultato abbastanza uomo. Né abbastanza pitbull.
CONTENTA LEI…

Serapio.
Scrive su la Jornada feroci articoli contro il presidente, continua a frequentare i peggiori locali di Città del Messico, litigando con gli uomini e facendo la corte alle donne. Le ama tutte. Scrive un romanzo da diciotto anni. È un capolavoro.
INNAMORATO.

Antonella.
Si è trasferita in Thailandia, dove insegna all’università di Bangkok. Tiene corsi di antropologia visuale attraverso l’autorappresentazione. Continua a fare il grillo parlante. Ora però ha una bimba che si chiama in tailandese e il suo nome vuol dire Luce.
FELICE.

Veronica.
Ha aperto una scuola di danze etniche e cura un programma televisivo. Continua ad avere una pazienza infinita e un corpo da urlo. Sorride spesso.
BUDDICA.

Paolo.
È diventato un tassello importante dell’organizzazione. Si è sposato. Ha abbandonato molti dei suoi ideali. Ha più soldi di prima. Uno è quando non pensa.
SOLDATINO.

Akira.
Esercita la professione di architetto con discreto successo. Si cura con i fiori di Bach e sogna di arredare una catena di ristoranti giapponesi in Messico.
RASSERENATO.

Massimiliano.
Ha inciso il suo secondo disco. Ogni giorno aumenta il suo successo. Anche grazie ad alcuni film a cui ha preso parte. Fa ancora un’ottima pasta coi broccoletti romani.
POETA.

Margherita.
È riuscita a diventare regista. Pensa, scrive e realizza spot pubblicitari per una tv satellitare. Non si è ancora mai fatta pisciare addosso da nessuno. Non ha mai scopato con Samuele.
ROSCIA.

Filippo Rossi.
In quanto uno dei migliori autori satirici in Italia è stato scelto per guidare youdem.tv. Ha rifiutato. Vende castagne insieme agli indiani a piazza Navona.
GENIO.

Fernando.
Ha ampliato la sua attività. Indossa solo abiti e scarpe italiani. Forse entrerà in politica, appena riuscirà a mettersi d’accordo coi narcotrafficanti. Vuole diventare presidente.
DETERMINATO.

Tintan.
Da qualche mese non se ne hanno più notizie. Né di lui, né del suo suv.
DESAPARECIDO.

Groucho.
È stato avvistato dalle parti del Bosque di Chapultepec. Con un freesbie in bocca.
CANE.

Giancarlo.
Dopo che hanno abbattuto il ponte in cui aveva occupato una casa è emigrato con la famiglia in Australia. Lì fa il postino. Ha un giardino.
EMIGRATO.

Sottopanza. (A due a due come i carabinieri).
Hanno scalato rapidamente le tappe verso il successo nel partito. Ora guidano una corrente di giòvani. Hanno cravatte di seta e completi su misura. Continuano a molestare le donne ma con epiteti più grevi. Vanno a trans sulla Cristoforo Colombo.
DEGENERATI.

Xavier.
Ha venduto metà de Los Arrecifes per dieci milioni di dollari. Beve, fuma e abborda donne meravigliose nell’altra metà. Indossa sempre occhiali da sole. Ogni mattina nuota per mezz’ora nel mar dei Caraibi.
CHI LO AMMAZZA.

Silvia.
Continua a vivere a Città del Messico. Nessuno sa molto di lei. È taciturna, sexy e la sua casa è sempre aperta per Samuele. Importa scarpe di lusso dall’Italia.
SURREALE.

Luchadores. (aka i fratelli Cabrera).
Partecipano a lotte amatoriali per bambini il sabato pomeriggio all’Ajusco. Nessuno li ha mai visti in faccia.
MASCHERATI.

Shirin.
Fa composizioni floreali dalla mattina alla sera. Non ha più fatto ammucchiate. Crea felicità attraverso i fiori. Ha capito che la differenza è nei dettagli. Nel suo lavoro è più evidente perché non “serve” a nulla. Crea solo bellezza.
LEGGIADRA.

Pagliaccio.
Porta allegria nel cuore della gente del Messico e del mondo attraverso il cuore rosso che porta sul naso.
ALLEGRO.

Vittorio.
Esso fissa il vuoto e tace.
TORO.

Lauréda.
Ha trovato lavoro all’Alliance Francaise come insegnante di francese. Nella sede di La Paz, Baja California Sur. Ama il canto delle balene.
Notalo.
Radical Shock è un’opera di finzione, quindi ogni riferimento a fatti, persone, cose, animali, situazioni, è esclusivamente frutto della fantasia malata dell’autore.
Se qualcuno avesse riscontrato qualche somiglianza con la realtà è puramente casuale.
Per la realizzazione di questo romanzo non è stato maltrattato alcun cane né alcun toro di cartapesta.

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Radical Shock. Una storia sinistra. Capitolo dieci. Amores perros

Dieci. Amores perros.

L’intensità dei desideri smuove forze possenti spingendole verso obiettivi d’amore e di conquista. Attenzione: bruciando le polveri con avventatezza si creeranno tensionni, mentre usando l’intuizione troverete più facili vie per avvicinarvi al risultato. PASSIONALI.

La visita onirica di Lauréda mi lascia intontito. Perso. La gastrite mi ha svegliato.
Sono le 7:19. È il caso che mi dia una svegliata.
Vittorio mi guarda con quegli occhioni a palla grandi come tortillas. L’ottuso.
Alle due devo incontrare Tintan. Mi porta alla pelea de perros. Non posso permettermi di arrivarci rincoglionito. Quando mi ricapita un’occasione così?
Dalla finestra arriva la solita cumbia. Mi rompe il cazzo. Prendo il computer. Ci attacco la cassa Bose che Silvia nasconde nell’armadio. Silvia è al lavoro.
Faccio partire uno dei più grandi successi della musica rock/pop italiana. Vaffanculo di Marco Masini.
Questo vi meritate per svegliarmi tutti i giorni con la cumbia, maledetti mangiatacos. Vediamo un po’ chi vince oggi?
Mi caccio sotto la doccia sulle note del grande Masini. Mi devo ripigliare.
Loro: zitti.
Samuele 1 – mangiatacos 0.

La mia colazione: huevos rancheros. Uova all’occhio fritte su una tortilla di mais con salsa piccante di pomodoro. Il cagotto ormai mi accompagna da settimane come un amico sincero. Quindi mangio di tutto senza farmi troppi problemi.
Apro La Jornada, il quotidiano su cui scrive Serapio. Ieri un commando di ottanta paramilitari travestiti da poliziotti federali ha fatto irruzione in un carcere di Zacatecas.
Ottanta persone.
Quindici camionette blindate della con le insegne della polizia federale e un elicottero. Armati di AK-47 e fucili da guerra.
Si sono presentati alle quattro di mattina alle guardie dell’ingresso principale dicendo che dovevano fare un controllo urgente. Le guardie hanno aperto i cancelli dando loro il benvenuto.
I paramilitari, appartenenti al gruppo de Los Zetas, tutti ex militari disertori dei corpi speciali, addestrati dagli americani nella School of the Americas (quella di Fort Benning, Georgia, dove hanno studiato tutti i gruppi paramilitari dell’America latina e i vari dittatori sanguinari, a spese del contribuente statunitense), ora in forza al cartello di narcotrafficanti del Golfo, sono entrati. Senza sparare un solo colpo hanno liberato 53 carcerati legati al Cartello del Golfo e li hanno portati via. Ringraziando e offrendo a tutti i secondini la colazione.
Durata dell’operazione: 35 minuti.
Finisco di mangiare le mie uova.
Scendo in strada. Ho voglia di fare una passeggiata al parco. Per mandare giù le uova e la notizia.
Ho di nuovo voglia di menare.
Me la devo proprio portare appresso dappertutto. Questo paese mi fa incazzare. Siete peggio di noi. La differenza coi radical chic italiani è che i messicani sono più ricchi e più stronzi.
Avete preso il peggio dell’Europa, mischiato col peggio di quello che è rimasto dei vostri imperi aztechi o salcazzo e di nuovo mischiato col peggio dei vostri padroni del nord. Un’abbondante dose di cattolicesimo e via. Bel cocktail del cazzo! Complimenti!
Poi però si incazzano se gli dici che sono terzo mondo. Come i greci che si incazzano se gli dici che sono turchi. Il fatto è che siete terzo mondo. E i greci sono turchi.

***

«Allora? A che punto sei?»
«Sto avanzando. Un po’ a tentoni ma avanzo. Te? Che se dice? Come sta Miss Liceo? Ti porta ancora il rum?»
«Miss Liceo è superata frate. Adesso esco con una diciannovenne con delle tette commoventi.»
«Bene. Come sempre puntiamo sulla testa delle donne.»
«Sempre. Tra un po’ arriva. Devo trovare una scusa per cacciarla di casa prima di mezzanotte. Arrivano i mostri all’una e facciamo nottata di texana.»
«Dille che sta tornando la tua ragazza. Funziona sempre.»
«Già usato. Vabbè me inventerò qualcosa. Una bella diarrea magari.»
«Che stile!»
Il faccione di Giorgio campeggia nella finestra della videoconferenza di skype. Ogni tanto salta la linea. Sto rubando la connessione wireless dal negozio di gelati qui sotto.
«Che ore so da te?»
«L’una.»
«Qua ce stanno i miei vicini filippini che è tutto il pomeriggio che friggono. Dall’odore che arriva a zaffate sono sicuro che stiano friggendo una tonnellata di merda. C’è una puzza orrenda, mortacci loro.»
«Ma come cazzo fai a vivere costantemente con quell’odore?»
«Lascia perde va. C’ho la pazienza di Budda. Me so beccato pure una cazziata da una stronza su facebook oggi pe sto motivo. Secondo lei non posso dire “filippini”. Devo dire “i miei vicini” senza specificarne l’etnia.»
«E perché mai?»
«Perché se no è razzista dire che i miei vicini filippini friggono la merda o i copertoni. E invece non è razzista per niente. È ipocrita non dirlo. Ci sarà un legame tra il fatto che sono filippini e il fatto che la loro cucina puzza.»
«Da antropologo ti posso confermare che la scelta di friggere merda è strettamente legata ad una questione etnica in effetti. È una scelta dirimente, legata alla provenienza, quella di friggere copertoni o merda piuttosto che cucinare un buon minestrone.»
«Appunto! È quello che ho detto a lei. Solo che devo sentirmi rispondere che sono razzista e che dipende dai gusti. Dipende dai gusti!!»
«Il relativismo da autobus dei fricchettoni col senso di colpa occidentale. A proposito di filippini. Lo sapevi qual è il massimo della libidine la prima notte di nozze dei neosposi filippini?»
«Friggere merda?»
«No. Sesso ascellare. Lui si fa fare una pippa con l’ascella di lei.»
«Ma che cazzo dici? Non ha alcun senso sta cosa…»
«Me l’ha detto un’amica di Manila. Poi pare che le donne filippine più so pelose e più so bòne. Vedi come i tratti culturali influiscono in maniera dirimente nella vita e nelle abitudini sessuali e culinarie? Vabbè com’è finita sta storia?»
«È finita che stavolta non glie l’ho fatta passare a quella stronza. Ho calato l’asso. Le ho detto sì, esistono i gusti. A molti piace praticare il felching per esempio.
FELCHING: pratica sessuale (il lemma inglese, coniato -a quanto sembra- negli Stati Uniti negli anni ’70- non trova corrispettivo nella lingua italiana), che consiste nel succhiare il liquido seminale fuoriuscente dall’ano o dalla vagina in seguito all’eiaculazione al loro interno. Solitamente si tratta del liquido seminale della stessa persona che succhia. Sono gusti. gusti demmerda!»
«Hahahahahahahahahahahah. Brutta stronza.»
«L’ho stesa.»
«Maledetta.»
«Parlando di cose futili. Ce l’hai il pezzo? Dalla redazione mi stanno tartassando. Se non glie lo mandi entro domani sei fuori fratello. Ho fatto quello che potevo, ma lo sai che non conto un cazzo.»
«Lo so Giorgio. Non hai mai contato un cazzo. Ci sto provando. Spero di mandarti tutto entro domani.» Tutto cosa? Non ho niente in mano. Posso scrivere un bel pezzo sulle porte in faccia, come sempre. «Tu, piuttosto. La tua storia su Scientology?»
«Avanza. Sto facendo delle scoperte interessanti. Credo che verrà bene. Senti Samuele, dimmi la verità. Non hai un cazzo, vero?»
«Ma la smetti? Invece ho quasi fatto. Vabbè mo te saluto che devo uscire. Vado a una pelea de perros.»
«Ci sentiamo fratè.»
«Salutami la diciannovenne e le sue tette imperiose.»

***

Mentre cammino per arrivare al mio appuntamento si ammucchiano emozioni contrastanti.
Non sta succedendo quello che mi aspettavo. Non è sparito proprio niente “per magia”. Invece nei miei piani arrivando qua sarei stato travolto dall’avventura, dagli eventi, sarei riuscito a entrare dalla finestra del mondo che mi aveva sbattuto la porta in faccia in Italia.
Semplicemente non succede. E io ricomincio a odiare.
Queste strade sfondate, i marciapiedi sfondati, i palazzi sfondati. E quel coglione vestito da pagliaccio che cerca di far ridere i passanti.
Un naso rosso. Un cilindro schiacciato in testa. Baffi arricciati. Pizzetto puntuto. Pantaloni troppo corti tenuti su da tiracche nere. Camicia bianca. Scarpe nere e calze rosse. È decisamente un pagliaccio.
E cammina verso di me. Come un pagliaccio. Deve essere attirato dall’espressione ingrugnita che sicuramente ho sulla faccia in questo momento. Guarda è meglio se te ne stai alla larga amico buffone, che oggi proprio non è giornata.
Invece mi punta.
Che cazzo vuoi, idiota di un pagliaccio?
Lui sorride.
Che cazzo sorridi? Non vedi dove cazzo sei? Dovresti piagne.
Senza rendermene conto lo dico.
«Che cazzo sorridi? Non vedi dove cazzo sei? Dovresti piangere.» Vomito la rabbia. Sono una maschera di rabbia.
La sua risposta è un sorriso ancora più ampio.
Il pagliaccio mi fissa dritto negli occhi.
Sorride e mi fissa.
Dice che il Messico ha bisogno di pagliacci.
Dice che il mondo ha bisogno di pagliacci.
Dice, sai, quando ti succede qualcosa di brutto o di difficile hai due opzioni. O piangi o ridi di te. E piangere rende solo le cose più difficili.
Ma di che cazzo vai farneticando? Ma ti vedi come vai in giro?
Questa città è una giungla, dice il pagliaccio, ma se ti vesti come me, se quando succede qualcosa invece di arrabbiarti regali una risata, nessuno ti aggredisce, nessuno ti fa del male. Quando sei un pagliaccio la tua lotta è dal basso.
Nessuno si sente minacciato.
Nessuno si sente in competizione.
Perché tu ti presenti come il perdente.
La gente ride di te. Tu la fai ridere.
E ride perché vedendo te vede qualcuno che è palesemente uno sconfitto. E le sventure degli altri fanno tanto bene alle nostre.
Invece di farmi stare meglio, idiota a tempo pieno, le tue parole mi lacerano come lame. Chi ti ha chiesto qualcosa?
Ma tu me lo chiedi, dice il pagliaccio.
I tuoi occhi me lo chiedono, dice il pagliaccio.
Far ridere gli altri prendendosi gioco di se stessi è un’arma potentissima.
Il pagliaccio mi svela il suo segreto.
Il suo potere.
La sua gloria.
Io vinco, dice il pagliaccio, perché regalo sorrisi. Perché regalo allegria. Ed è un’allegria che nasce dalla cenere della mia sofferenza.
Io vinco perché sconfiggo la sofferenza e la trasformo in sorrisi. Grazie al mio dolore qualcun altro ride. E le risate degli altri alimentano il mio cuore. E il cuore di un pagliaccio è il nostro naso rosso.
Ci mettiamo il cuore in faccia.
E indica la palla rossa che campeggia su un viso imbiancato.
Sto parlando con uno specchio. Uno specchio con un naso rosso.
Poi il pagliaccio mi abbraccia. Lo lascio fare. Intontito.
È un abbraccio gratis, dice.
Mi fissa di nuovo. Sorride. E se ne va.
Rimango impalato in mezzo alla strada.

***

Tintan è puntuale. Molto insolito per un messicano. Mi passa a prendere alla metro Tepalcates. Sono le 14:06. Siamo ai margini della città, e alle porte di una delle tante urbanizzazioni periferiche del Monstruo, Ciudad Nezahualcóyotl, o più semplicemente Ciudad Neza.
Salgo sul suo suv Chevrolet TrailBlazer LS nero coi vetri oscurati. Spara una luce blu da sotto, che illumina il pezzo di strada sotto la macchina. Anche di giorno. Antonella direbbe che questa macchina denota una necessità di apparire maschio e dominante. A me sembra solo tamarra da morire.
Sono agitato. Non so cosa mi aspetta e il mio amico qui a fianco oggi è silenzioso. Non vedo nessun cane né sul sedile posteriore, né nel portabagagli con la rete di acciaio per dividere i vani dell’auto.
Tintan non ha portato il suo gladiatore.
Percorriamo le arterie della Ciudad Neza a un’andatura sostenuta.
Avenida Lopez Mateos, poi a destra Avenida Pantitlán, fino alla nostra destinazione. Una casa privata. Senza numero civico. La facciata è verde e non ha assolutamente nulla di particolare o degno di nota.
Sono in mezzo alla Colonia Metropolitana Tercera Sección. La calle si chiama Villa Obregon. Ma potrebbe chiamarsi in qualsiasi modo.
Questa zona è fuori dal mondo. E se dovessi rimanere qui senza la mia guida sarebbero davvero cazzi amari.
Tintan parcheggia lungo la strada. Scendiamo in silenzio. Ci sono molte altre macchine sul marciapiede. Mercury degli anni ’80, Chevy, Vochos, Jeep, Mustang. Di ogni tipo.
Il mio accompagnatore suona alla porta verde. Ci apre un ciccione con la maglietta nera. Porta i capelli a spazzola e ha la carnagione molto scura, da indio. Accoglie Tintan con una stretta di mano. Poi mi guarda. Guarda Tintan interrogativo.
«Tutto a posto, Carlitos, il guero è con me.»
«Se lo dici tu. Avanti.»
C’è puzza di cane.
E di sangue.
E di piscio.
E, come sempre in questa città, di olio rancido e mais.
Questa è una casa. Vuota. Ma piena di gente. Ci saranno quaranta persone.
Vedo ragazzi. Vedo uomini di mezza età. Vedo adolescenti. Vedo facce molto brutte. Facce normali. Tutti uomini. Alcuni hanno un coltello. Tutti bevono. Tutti scommettono. Molto denaro.
C’è fumo nell’aria.
Ci sono bottiglie di birra nelle mani.
E sigarette.
In sottofondo: reggaeton.
In primo piano: vociare indistinto e molesto.
Tintan mi precede.
Pensavo che la mia presenza suscitasse un po’ di scalpore. Invece sono tutti concentrati nelle scommesse.
Ci sono soldi nelle mani. Passano di mano in mano.
In fondo al corridoio che sto percorrendo c’è la gran parte della gente. In un patio.
Nel patio c’è un’arena. La vedo tra le schiene degli uomini che ci sono attorno.
Nell’arena c’è sangue.
Ci sono pezzi di cane.
Nell’arena c’è un cane morto.
Sgozzato. In una pozza di sangue suo e dell’avversario. Che ora il suo padrone sta ricucendo. Letteralmente lo cuce.
Le lesioni del vincitore sono brutte da vedere ma a quanto pare non è ridotto così male. Scodinzola. Scodinzola col mozzicone di coda che gli resta.
Due pittbull. Il pitbull è il cane più usato nella pelea.
Ho letto in un articolo che i pitbull terrier sono i cani preferiti per questa attività ludica. Sono forti. Sono veloci. Sono agili. E sopportano bene il dolore.
Sono dei gladiatori.
In questo caso il pitbull morto ha la gola squarciata.
Non è stato abbastanza rapido e agile.
Non è stato abbastanza forte.
Non è stato abbastanza incazzato e alienato.
Non ha odiato abbastanza il suo avversario.
«Samuele, non sei stato abbastanza uomo.»
Il pitbull morto è schiodato perché non è stato abbastanza pitbull. Si vede che l’altro invece sì.
Sempre nell’articolo sulla pelea de perros ho letto che i cani vengono addestrati in modo feroce. Torturati.
Tra le tecniche più comuni c’è quella di far correre i cani attaccandogli addosso grossi copertoni con delle corde, per rinforzarli e aumentare la loro resistenza.
Si insegna al cane a mordere in qualsiasi posizione, gli si fanno mordere copertoni e contemporaneamente lo si colpisce con bastoni chiodati sulle zampe, così attraverso il dolore imparano a stare attenti alle proprie estremità mentre combattono.
I cani vengono addestrati fin da piccoli al combattimento. Si fa aumentare la loro aggressività tenendoli la gran parte del tempo legati e quando li si porta fuori vengono legati a grosse catene che li strozzano, così gli animali si abituano alla fatica e a essere sotto stress.
Lo stress è un elemento fondamentale durante il combattimento. Serve a fargli venire la cazzimma.
L’allenamento è una fortificazione fisica e una debilitazione emotiva.
I cani sono costretti a vivere situazioni di stress e sconfitta per poi essere rinforzati “positivamente” attraverso lo scontro con altri cani più piccoli, che quindi vengono uccisi compulsivamente, o più grandi, con i quali imparano a soffrire.
Mi viene di colpo in mente Gaspare Fradeani.
Gaspare è il cane di una coppia di amici di Ginevra. È un bastardino con problemi di iperattività. E di disciplina. Prima pisciava dappertutto.
Problemi per i quali i suoi padroni, una coppia sana, mi sembrava, hanno deciso di portarlo dallo psichiatra. Lo psichiatra dei cani.
Vedo davanti a me il cadavere di un cane ucciso dai morsi feroci di un suo simile.
Torturati per forgiare il loro carattere.
Vedo Gaspare che si lecca il cazzo tutto il giorno perché lo psichiatra gli ha dato il prozac o non so che altro psicofarmaco, per farlo essere più mansueto e non farlo pisciare in casa.
Ora ha erezioni continue e passa le ore a ciucciarsi l’uccello rosa.
Il pitbull che ho davanti viene bastonato quotidianamente. E costretto a combattimenti che si chiamano matar o morir, uccidere o morire.
Un cane di questi non dura più di 4/5 combattimenti. E se sopravvive viene buttato in strada perché ormai ridotto troppo male.
Gaspare prende psicofarmaci e si lecca il pene in modo compulsivo.
I suoi padroni sono sani.
I padroni di questi cani sono sani.
Oltre ai pitbull le altre razze predilette per i combattimenti sono staffordshire bull terrier, american staffordshire, dogo argentino, fila brasiliano, tosa inu, akita inu, e rottweiler.
Continuo a osservare rapito mentre la gente intorno a me scommette, beve, fuma e parla a voce alta.
Tintan mi raggiunge vicino all’arena. Mi passa una bottiglia di birra. Bevo. È fresca.
«Sembri molto serio Samuele. È come te lo aspettavi?»
«Insomma. È molto cruento. Stavo pensando a un cane di un amico. Sarebbe divertente vederlo fare una pelea.»
«Senti, ti lascio a divertirti per una mezz’ora. Ho un po’ di persone con cui devo parlare. Ti ritrovo qui.»
«Vai tranquillo. Grazie. Non mi muovo.»
Sta per cominciare un’altra pelea. Io finisco la mia birra e ne comincio subito una seconda. L’ambiente comincia a essere nauseante. Deve essere tutto questo sangue. O questo odore di morte.
Sono un po’ confuso. Dove cazzo sono? Chi è questa gente? Sono dei pazzi?
E perché in fondo questo posto mi piace?
Alcuni esperti affermano che il profilo psicologico dei padroni di cani da combattimento è quello di persone psicopatiche, con un forte complesso di inferiorità, cosa che li fa proiettare nel loro cane. Come se loro stessi diventassero forti e temibili.
Lo scontro del cane con un altro cane altrettanto forte dà la misura a entrambi i maschi del coraggio e della competitività.
Questo è Tintan.
Invece le persone che assistono a questi combattimenti sono nella gran parte uomini, adolescenti e adulti, il cui gusto per il sangue denoterebbe diversi disturbi della personalità, generalmente psicopatie più o meno gravi. Assistono a questi eventi per rinforzare la loro virilità e mascolinità, diminuita per qualche motivo nella loro vita.
E questo sono io.
Devo andare a pisciare.

Radical Shock. Unas storia sinistra. Capitolo otto. Que viva México!

Otto. Que viva México.

Con la capacità di cambiare idea e di adattarvi ad ambienti diversi, rompete gli indugi e puntate più in alto intravedendo nuovi sentieri. Più del presente è la visione del futuro a intrigarvi, mentre fate quadrato intorno a frequentazioni selettive. ADATTABILI.

Sono in Messico da un mese e non ho concluso niente. Mi trascino da una parte all’altra della città e SO che non serve a nulla.
Ho ingegnato un sistema di sussistenza che mi potrebbe permettere di dedicarmi alla scrittura e alla mia inchiesta.
Funziona così: affitto un appartamento di tre stanze. Luminoso. Con i muri colorati. Con molte piante grasse.
Mando un messaggio collettivo a tutti i miei contatti di facebook. «Si offre multiproprietà a Città del Messico, zona Coyoacan. Il costo è di 10 euro a testa al mese.»
I dieci euro al mese garantiscono una settimana a Città del Messico, vitto e alloggio e un po’ di scarrozzamento per i luoghi interessanti della città. Io faccio da housekeeper.
Voi mi garantite la sopravvivenza e io vi curo la casa mentre non ci siete.
Per ora hanno risposto in tre. Ma ancora non hanno mandato gli euri. Mi sa che non funzionerà.

Intanto il mio progetto di inchiesta è a un punto morto.
Vivo in casa di un’amica, in una stanza con il materasso per terra, le valigie piene di vestiti e un toro di cartapesta grande come un alano.
Quando uno parte per cercare fortuna io me lo immagino sempre con una valigia di cartone e una giacca e un cappello.
Io sono partito con un Mac, una macchina fotografica e un paio di Birkenstock infradito.
Non sono proprio credibile.
Sto cercando lavoro. Nel frattempo scrivo diari di ventenne su una rivista femminile patinata e vado avanti con la mia inchiesta.
Siccome non piove da qualche giorno è arrivata una comunicazione del condominio. Chiudono l’acqua per tutto il fine settimana, quindi si pregano i condomini di usare quella che rimane nelle cisterne con discrezione. E solo per il bagno.
Io e Silvia saremo costretti a fare la danza della pioggia affinché Tlaloc, il dio azteco della pioggia, ci dia ascolto e faccia la grazia.
Poi ho ricevuto un messaggio da Roma. La mia professoressa di lettere del liceo va in pensione. E ci sarà una cena con tutte le vecchie guardie della sezione D del liceo Mamiani di Roma. Un liceo obiettivamente radical chic.
In molti abbiamo risposto che ci troviamo lontano dall’Italia e che purtroppo non potremo partecipare alla celebrazione di una donna che è stata importante nelle nostre vite. Non sempre positivamente. Gli emigranti più fortunati sono all’estero per dei lavori meravigliosi, spediti dall’azienda a colonizzare il mercato con la creatività italiana. Molti di quelli che sono rimasti a Roma sono riusciti a integrarsi agevolmente nella macchinaschiacciasassiRadicalChic.
Alcuni di noi invece esternalizzano il loro fallimento all’estero, dandosi un tono da cittadini del mondo.
Il flash nel decennio dei novanta causato dall’invito a cena di vecchi amici mi distoglie dal mio obiettivo. Osservare questo paese. Succhiarne l’anima. E truffarne la gente. Sono un camaleonte con pessime intenzioni.
Oggi per strada c’era un uomo che mi ha ricordato tutto questo. Mi ha riportato coi piedi per terra e ha risvegliato in me il fuoco rivoluzionario. Era un vecchio vestito con gli abiti e il cappello della Revolución di Villa e Zapata. Con tanto di cappello. Chiedeva l’elemosina su Avenida Francisco I. Madero.
Siamo in una botte di ferro.
Di pioggia non si vede una goccia. Tlaloc ha altro a cui pensare. O non ha gradito la nostra danza.

Ho visitato dieci negozi che fanno capo al Percorso per un’Esistenza Migliore in varie zone della città.
Sono negozi che vendono fiori di Bach, libri sui fiori di Bach e biografie del dottor Bach. Ci sono tutti i testi sacri dell’organizzazione. Le commesse sono tutte molto gentili e pronte a spiegarmi quanto sia utile il ricorso a questi piccoli fiori miracolosi, da cui si ricavano oli ed essenze.
Se voglio posso sottopormi ad una prima visita gratuita per equilibrare la mia rabbia, o la mia depressione, o la mia gelosia.
Ci sono anche corsi che ti insegnano ad utilizzare l’energia del cosmo. Sono certificati dal Percorso per un’Esistenza Migliore e dal centro di ricerca che ha sede a Roma.
Anche le visite nei centri di applicazione energetica sono gratuite. Non sostituiscono la medicina tradizionale, ma sono piuttosto un supporto a quest’ultima. Così dice Lupita. E devo ammettere che riesce a essere alquanto convincente.
Nessuna delle commesse dei centri Percorso per un’Esistenza Migliore mi sembra un criminale. Vengo sempre accolto con cordialità e professionalità. È un buco nell’acqua.

«Come è possibile che non trovi un cazzo? è un mese che stai là!»
Giorgio sembra più brutto in videoconferenza.
Il grandangolo della webcam gli deforma la faccia e lo fa assomigliare a un personaggio dei racconti di Lovecraft.
«Giù, che ti devo dire? Qua è tutto normale. Ogni sede di Percorso per un’Esistenza Migliore è un centro benessere new age. La gente mi sorride, fanno i loro discorsi assurdi sulla salute, sull’energia e sulla guarigione con l’imposizione delle mani. Non hanno niente da nascondere e io giro a vuoto. Ne ho visti dieci e sono tutti a posto. Mi sa che ho sbagliato qualcosa.»
«Stai nella merda direi.»
«È un modo per dirlo…»
«Io quelli di Mondo Oggi li posso mettere in pausa, ma non all’infinito. Se non gli proponi il reportage passano ad altro. E tu ti ritrovi col culo per terra.»
«Oh certo che è proprio un sollievo parlare con te, cazzo. Una vera iniezione di ottimismo.»
«Sai che io non so mentire.»
«Vaffanculo, almeno taci.»

***

Il mio primo incontro con Fernando avviene al mercato di Tepito. Me lo presenta Serapio. È un suo “conoscente”.
Fernando è piccoletto, smilzo, potrebbe avere meno di quarant’anni. Tipo “fascio i nervi”. Gel in testa, pantaloni gessati, camicia viola/nero/cangiante. Scarpe lucide.
Fernando dice di fare l’imprenditore. Un imprenditore con una cicatrice che gli disegna una lunga lacrima sulla guancia sinistra. Sorride spesso. La sua bocca sorride spesso. Gli occhi invece non sorridono mai. L’esatto contrario di Tintan, il suo “accompagnatore”. Tintan non sorride mai, ma i suoi occhi sono costantemente sorridenti. Ma anche un po’ tristi.
Tintan si chiama così perché somiglia a un famosissimo attore comico e cantante messicano degli anni ’50.
In realtà si chiama Germán, ma nessuno lo chiama col suo vero nome da anni.
Un metro e novanta. Baffi neri, jeans, maglietta e gilet di pelle nera. Guanti senza dita, neri.
È la guardia del corpo di Fernando. Fernando non fa un passo senza di lui.
Tepito è un posto strano. È un mercato di ambulanti. È enorme. Interi isolati pieni di folla tutti i giorni. I banchi sono per strada e si vende e si compra di tutto.
«Qui puoi comprare tutto, tranne la dignità. Quella o ce l’hai o non ce l’hai.» esordisce Fernando.
Si vende e si compra di tutto tranne la dignità.
Siamo qui perché Serapio ha non ho capito che affare da sbrigare con Fernando. E ora lui, sapendo che sono un giornalista italiano, ha insistito per farci fare un giro panoramico del suo regno.
Il suo regno è un mercato degli ambulanti nel centro della città. Un mercato che si estende per venti isolati. Una città di ambulanti nella città. Con giri di affari di milioni di dollari l’anno.
«Io sono cresciuto per strada. Ho passato pochissimo tempo dentro una casa in vita mia. A quattordici anni ho deciso che dovevo essere un capo. E ho cominciato a combattere per il mio territorio. Mi sono guadagnato il rispetto con il coltello.»
«E quanto ci hai messo a diventare capo?»
«Quattro anni. Dopo quattro anni una fettina di Tepito era mia. Bisogna avere costanza. E credere nel proprio progetto. Bisogna fare un passo alla volta.»
«Parole sante!»
«Poi mi hanno regalato un libro. L’unico libro che ho letto. È la mia bibbia.»
«E che libro è?» Ti prego, non dirmi che è la Vera Via…
«Il Padrino. Lo conosci?»
«Cazzo, sì!»
«L’ho letto e riletto. È un manuale perfetto. Io sono anni che cerco di essere come Vito Corleone.»
Sto passeggiando per un mercato infinito nel centro popolare di Città del Messico con un boss mafioso che si ispira a Vito Corleone e con il suo gorilla/cantante.
Ci fermiamo a mangiare qualcosa. Faccio per pagare e la signora che fa i tacos, con la sua retina sui capelli e il grembiule azzurro mi ferma immediatamente. Io sto con Fernando e quindi non pago. È tutto offerto dalla casa.
Mentre comincio a mettere la salsa verde sulla mia colazione con il cucchiaino di legno, a venti metri da me sento dei tafferugli. Mi giro. Tintan si materializza tra me e Fernando. Stanno rapinando un turista con una pistola. Sono le undici di mattina e il mercato è pieno di gente e un ragazzino che non avrà più di diciassette anni punta un ferro in faccia a un turista a occhio e croce tedesco.
Il rapinatore gli porta via portafogli e macchina fotografica e sparisce tra la folla. C’è un po’ di confusione ma i miei nuovi amici non si scompongono minimamente. L’azione dura meno di due minuti. Il turista è sconvolto e cerca di farsi aiutare da qualcuno ma è evidente che non ha alcuna speranza, soprattutto se continua a vestirsi con quella Lacoste a maniche lunghe color malva e quei pantaloncini beige. Semplicemente non doveva essere qui. Non doveva avere con sé tanti soldi e non doveva portare al collo una macchina fotografica.
Ha sbagliato lui.
Tintan mi guarda serio. Fernando sorride.
«Tu la macchinetta te la puoi portare. Finché stai con me o con Tintan puoi andare in giro con le banconote appese addosso e nessuno ti darà fastidio.» Ho un brivido che mi parte dalla base della nuca. E non è di piacere.
«Ah, bene! Come una statua della madonna.» Rispondo. Ora sono proprio sollevato, cazzo!
Fernando e Tintan rimangono perplessi per qualche secondo. Mi guardano fisso. Poi scoppiano a ridere. Rido anche io. Che cazzo mi rido?
So’ dovuto venirci in Messico per diventare amico di un criminale!
La nostra passeggiata continua. Solo che ora mi accorgo che Serapio da un pezzo non è più con noi.
Meno male che sono in buona compagnia.

***

Raggiungo a piedi Serapio alla redazione della Jornada, in Avenida Cuauhtémoc 1236, nella centrale Colonia Santa Cruz.
Lui scende con la solita calma. Lo sguardo è beffardo e ha una luce strana negli occhi. Non capisco mai se mi prende in giro o no. Ci incamminiamo verso la colonia Juárez.
«Stasera ti porto in un posto speciale, hermano.»
Sorride nella sua faccia da cane irresistibile.
Il posto speciale si chiama Catedral de la Quebradita.
Pavimento di legno coperto di segatura, uomini vestiti da rancheros con camicie bianche, stivali di coccodrillo e cappello da cowboy. Si balla la quebradita, un ballo del nord. Molto acrobatico. La donna viene acchiappata dall’uomo dalla cintura appena sopra il culo. L’altra mano tiene la mano. A quel punto la donna diventa una molla che l’uomo fa saltare in tutti i modi che la mente umana riesce a immaginare. Sopra la testa, sotto le gambe, intorno al corpo. Le ragazze sono dei manichini dinoccolati.
Ordiniamo della birra e ce ne portano un secchio pieno.
Le regole per ballare: si possono invitare le donne altrui chiedendo il permesso all’accompagnatore. Se l’accompagnatore è d’accordo si balla. Se non è d’accordo si fa a botte.
Più si beve più è facile fare a botte. Un ambiente divertente per passare una serata in allegria. Soprattutto se non si va accompagnati da una donna. In questo caso crollano drasticamente le possibilità di scatenare una rissa. Rimangono alte le probabilità di venire coinvolti in una rissa altrui.
Al terzo secchio di birra la mia faccia è un ghigno. Serapio non sembra particolarmente ubriaco. Non c’è nessuna rissa in vista.
Decidiamo che non è serata. Sto posto speciale ci ha un po’ deluso. Cambiamo locale.
Il prossimo si chiama Route 66. Un bar dove suonano un buon blues nella Condesa. Serapio è un cliente abituale. Tutti lo salutano e lo trattano con rispetto.
Il mio amico è uno che vive la notte, ma è pur sempre un editorialista importante della Jornada.
Mi accomodo sullo sgabello.
«Forte Fernando… dove l’hai beccato uno così?» chiedo a Serapio.
Sorride per un attimo distratto. «Hehe. Non è male eh? A molti potrebbe sembrare un po’ sopra le righe. Molti giornalisti patinati non sanno nemmeno dove trovarlo uno così. Ma devi capire che in questo mestiere è importante conoscere tutti. Poter parlare con tutti.»
«Certo. Ne sono convinto. Però devi ammettere che Fernando è un po’ inquietante…»
«Fernando è un volpone. Gli ambulanti a Città del Messico sono una potenza economica e politica. È fondamentale saperci avere a che fare. I suoi modi e il suo aspetto però non ti devono ingannare. È capace di cose terribili se vuole. E quindi è meglio rimanere in buoni rapporti.»
«Non ho dubbi. Spero solo di non litigarci mai.»
«Lo spero anch’io per te. È uno irascibile.»
Quando parlo con Serapio mi sento sempre un po’ a disagio. Ti guarda sempre come se quello che dici fosse estremamente serio. O anche estremamente stupido. Ecco la sensazione è che questi due pensieri gli passino per la testa contemporaneamente.
Ma ora che lo conosco un po’ credo che il vero legame che ci unisce è il nostro rapporto con le donne.
Da giovane Serapio ha intervistato García Márquez, e quando gli è capitata questa occasione ha invitato quella che era la sua ragazza del momento.
Voleva fare colpo su di lei. La prima cosa che gli era venuta in mente era portare la sua donna all’intervista. Farle conoscere il Gabo. Farsi bello agli occhi di lei.
È esattamente lo stesso approccio che ho io.
L’altro tipo di uomini è quello che avrebbe cercato di farsi bello con il Gabo per ottenere qualche beneficio personale. Magari lavorativo.
Invece quelli come noi no. E poi ci ritroviamo insieme in un locale a bere J&B.
E allora ascolto gli aneddoti e le sventure di Serapio. E guardo il suo sguardo illuminarsi quando parla di ognuno dei suoi amori impossibili.
E ogni amore è un brindisi.
Dopo un’ora di racconti di donne Serapio cambia argomento all’improvviso.
«Senti, ti ho portato qui perché il locale è bello, ma anche per farti incontrare una persona. Credo che abbia qualcosa da raccontarti. Dovrebbe arrivare a momenti.»
Un po’ è l’alcol. Un po’ è il torpore che mi ha sopraffatto da qualche tempo. Ma ci metto un po’ a capire di cosa sta parlando Serapio.
«L’inchiesta su Percorso per un’Esistenza Migliore!!»
«Bravo. Urla di più che così ci togliamo il pensiero e rendiamo subito la cosa di dominio pubblico.»
Mi guardo un attimo intorno imbarazzato.
«Ma che dici? Ho girato per un mese in tutti i loro centri. Sono puliti. Non ho trovato niente di niente.»
«Sono puliti o molto bravi a nascondere la sporcizia.»
«Va bene. Sono lucido. Spara. Che hai scoperto?»
«In realtà non ho scoperto nulla, ma mi è capitato di incontrare una persona che forse può darti delle dritte giuste. E questa persona dovrebbe arrivare da un momento all’altro.»
Ordiniamo da bere. Serapio si mette a provarci con un’argentina dagli occhi verdi seduta accanto a noi. È molto bella ed è da sola.
Dopo un’ora scarsa si avvicina al bancone un tizio che sembra giapponese. L’argentina dagli occhi verdi è andata via da un pezzo. Da sola.
Serapio è chino sul bicchiere di J&B come se pregasse e io sono concentratissimo su un bicchiere di mezcal bianco. Il mezcal è un distillato di agave molto raffinato. Molto più raffinato del tequila. Si produce principalmente nella zona di Oaxaca ed è famoso perché in alcuni casi si mette un verme dell’agave da cui è tratto. Che in realtà poi non si tratta proprio di un verme ma di una larva di coleottero, che non aggiunge alcun sapore al distillato, ma è buona da mangiare per chi riesce a finire la bottiglia e anche un po’ esotica.
Il tizio giapponese ha la faccia seria.
Occhiali rettangolari Calvin Klein su un viso rotondo, paffuto. Camicia aperta sul petto. Fisico tracagnotto e compatto.
Mi si avvicina e in perfetto castigliano/messicano mi rivolge la parola, sedendosi sullo sgabello a fianco al mio.
«È occupato questo sgabello?»
«Penso di no.»
«Allora mi siedo.»
«Prego.»
«Vedo che il nostro amico qui è in preghiera…» dice indicando Serapio.
In effetti con la faccia tra le mani, il bicchiere sotto al viso, pieno per metà, immobile sul trespolo, Serapio sembra un monaco zen durante i suoi esercizi di meditazione.
Il giapponese ordina una michelada con birra Victoria. Il cameriere gliela prepara subito.
«Se ti stai chiedendo perché sembro asiatico il motivo è che sono giapponese-messicano.» esordisce il mio compagno di bevuta «Che è una specie di contraddizione in termini, visto che praticamente non ci sono due popoli più diversi l’uno dall’altro come quello giapponese e quello messicano. Almeno secondo me.»
«Forte.»
«E grazie a questo sono riuscito a sviluppare delle caratteristiche diverse dai giapponesi e dai messicani.»
«È molto interessante. Anche se non me lo stavo chiedendo…» Non capisco dove voglia arrivare ma mi sta dando un po’ fastidio il suo modo. Poi ora sorride. E ha un ghigno in faccia che non mi piace per niente.
«Quando sono in Giappone non mi sento giapponese. La gente si accorge subito che non sono di là, anche se i miei tratti somatici sono uguali ai loro. Se ne accorgono da come cammino. Cammino come un messicano. E sto con gli occhi aperti.»
Mi sta proprio stancando questo. «Se potessi arrivare al punto…»
Lui continua come se non avessi proprio aperto bocca. «Invece un giapponese in Messico. Te lo immagini un giapponese in Messico? Nella metro? Come deve essere sconvolto. I giapponesi quasi non concepiscono l’idea di gesti antisociali, tipo rubare un portafogli, o rapinare qualcuno. Te li immagini quando arrivano da Tokyo, enorme come il D.F. ma completamente diversa. Arrivano nel Monstruo e devono sentirsi proprio atterriti.»
Serapio non si muove dalla sua posizione. È una statua di sale. Il nippomessicano invece è vispo. Adesso ride alle sue stesse battute. I capelli coperti di gel come va di moda qui. Indossa dei vestiti costosi ora che ci faccio caso. Non è proprio la prima cosa che guardo.
«Mi puoi dire cosa vuoi da me? Chi sei?» sbotto esasperato dai discorsi etnoantropologici sulle grandi città e le abitudini dei popoli del mondo.
Il mio nuovo amico mi guarda perplesso. Poi si apre di nuovo in un sorriso.
«Sono Akira, il tuo informatore. Mi ha detto Serapio che stavi cercando qualcuno che ti aiutasse a trovare un’entrata per la tua inchiesta. Beh, sono il tuo mastro di chiavi!»
Sono rallentato. Non realizzo subito. Non riesce proprio a convincermi questo nippomessicano sorridente e chiacchierone. Mi aspettavo che un informatore fosse una persona più sobria, più misteriosa, più… cazzo, non lo so, ma non Così!
«E cosa ti ha detto esattamente Serapio?»
«Che stavi cercando qualcuno che ti parlasse in modo più approfondito delle attività del Percorso per un’Esistenza Migliore. Perché pare che da solo tu non riesca a tirare fuori un ragno dal buco.»
«Beh, a parte che non è proprio così… comunque stavo facendo dei passi avanti anche senza il tuo aiuto. Anzi ero arrivato a un punto di svolta.»
«Mi fa molto piacere. Quindi non hai bisogno di me.»
«No. Infatti. Non ho bisogno di te.» la solita arroganza. Piuttosto che ammettere che ho torto mi faccio sfuggire l’unico gancio che ho per fare il mio cazzo di lavoro.
Akira beve con calma la sua michelada.
Una michelada è una bevanda molto rinfrescante che si fa in Messico. È un’elaborazione della birra. Si prende una birra. Si mette in un bicchiere dove c’è del succo di limone, sale e chile in polvere. Sul bordo del bicchiere limone e sale. Le prime volte fa vomitare. Poi ci si abitua ed è buonissima.
Ora Akira sorride silenzioso guardandosi allo specchio dall’altra parte del bancone, dietro le bottiglie di vodka e whisky.
Mi urta doverlo ammettere ma sta aspettando che io torni sui miei passi. Cosa che farò. Ovviamente.
«Va bene. Ammettiamo che quello che hai da dirmi possa interessarmi. Chiaro, non perché non ho niente in mano, ma per completezza dell’informazione. Tu cosa vuoi in cambio?»
Akira si fa serio. Si gira verso di me. Lo sguardo perde l’ironia. Mi fissa.
«Io non voglio niente. Il mio interesse è che si parli nel modo giusto degli affari di Percorso per un’Esistenza Migliore in Messico, e dei suoi rapporti con altre ‘organizzazioni’. Se tu lo farai io sarò contento. Ho un conto in sospeso con questa gente. Mi hanno portato via molti anni di vita. Allora? Che ne pensi? Ti può interessare la mia offerta?»
Sto per rispondere, quando riemerge Serapio.
Ho perso il conto dei J&B (dei jotabé, come li chiama lui alla messicana) che si è fatto ma non sembra per nulla alterato dall’alcol. Anzi sembra molto lucido.
«Forse dovreste parlare con calma. Forse da un’altra parte. Forse con un registratore e forse da sobri. Che dici Samuele?»
Serapio mi spiazza. Ho finalmente trovato qualcuno che mi possa aiutare a fare chiarezza e me ne sto qua mezzo ubriaco in un locale della Condesa a fare la figura del novellino. Quale evidentemente sono.
Akira resta in silenzio.
«Hai ragione Serapio. Credo che sia il caso di fare questa conversazione in un altro momento.»

Fuori dal Route 66 c’è un taxi che aspetta. Saliamo a bordo solo io e Serapio. Akira se ne va a piedi.
Accanto all’ingresso c’è un cane morto.

***

Ho un appuntamento con Akira, a casa sua, nella zona di Tlalpan, a sud della città. Qui vicino c’è uno dei negozi di fiori di Bach che fanno capo a PEM. Ci sono stato pochi giorni fa.

«Ok Akira. Ho acceso il registratore… ORA. Puoi spiegarmi di nuovo come è strutturata nello specifico l’organizzazione Percorso per un’Esistenza Migliore?»
L’appartamento è grande e luminoso. Occupa un intero pianerottolo di un edificio coloniale. L’arredamento è un mix di architettura messicana e design giapponese.
Fa un effetto straniante ma non sgradevole.
Sediamo su un divano comodo color pistacchio.
Akira fa l’architetto. Mi offre da bere un succo di tamarindo. È imbevibile.
«Vediamo. Ho conosciuto il maestro in un momento tremendo della mia vita. Ero molto depresso. Poi è arrivato A. con la sua organizzazione. Mi ha salvato la vita.»
Io guardo a disagio fuori dalla finestra
«Tu vuoi sapere come è strutturata. Il Percorso per un’Esistenza Migliore è un’organizzazione di tipo piramidale.
Gli ordini sono trasmessi dal Maestro direttamente a Sagramolo e lui, in genere via mail, diffonde i messaggi ai responsabili dei gruppi nazionali, che a loro volta li fanno arrivare ai responsabili di gruppi regionali affinché tutti gli adepti possano avere accesso agli ordini-suggerimenti.
In teoria tutti gli adepti potrebbero avere accesso al Maestro, ma si raccomanda di seguire la comunicazione stabilita attraverso la piramide. Solo i capi dei gruppi nazionali, generalmente vecchi discepoli di A., possono e devono comunicare quotidianamente con il Maestro.
I responsabili dei gruppi regionali hanno il dovere di fare rapporto sulla situazione del loro gruppo.»
Akira si muove sulla sedia agitato, cercando di non emozionarsi troppo. Vuole rendere il suo racconto il più chiaro possibile.
Nella sua testa un mondo di emozioni. Le esprime con il linguaggio del corpo.
«Tu facevi parte di uno di questi gruppi?»
«Sì. Io sono stato per cinque anni nell’organizzazione PEM.»
«E da quanto ne sei uscito?»
«Da quasi due anni.»
Il nippomessicano oggi ha un atteggiamento diverso dall’altra sera. È più serio, meno compagnone. Parlare di queste cose lo emoziona ancora.
«Devi capire che per anni il Percorso è stato la mia vita. La cosa più importante. Non è stato facile uscirne. Anzi, è stato molto doloroso.»
«Immagino.»
Non è vero. Non immagino minimamente cosa voglia dire stare per anni dentro un’istituzione totale come questa. Ma sento la necessità di adottare un atteggiamento empatico. Lo faccio per avere le informazioni che mi servono.
Akira non mi fa pena. Non riesce a farmi pena. Fondamentalmente perché in me c’è uno strisciante senso di disgusto per chi si fa abbindolare.
«E come è fatta questa piramide?»
«La cima è composta da A. e da suo figlio Carlo. Carlo sembra un banchiere, ora, visto da fuori. Poi c’è l’altro figlio, Aleph. Lui è meramente decorativo. Intorno a questo nucleo ci sono Claudia Sabelli, l’assistente, compagna e guardia del corpo di A., Sagramolo, che è il responsabile dei gruppi del continente americano e Sante Carocci, il responsabile dell’organizzazione dei gruppi italiani. Un poco al di fuori del nucleo ci sono persone come Marco Santello, che dà il prestigio scientifico al Percorso per un’Esistenza Migliore e qualche altro discepolo danaroso o con un’interessante proiezione del futuro, ma la loro funzione è amministrativa.»
Gente danarosa. Organizzazione piramidale. Mando giù un sorso di tamarindo. È veramente una merda.
Quello che mi incuriosisce è come vengono reclutati gli adepti.
Penso.
«E quindi come vengono reclutati gli adepti?» sembro Gigi Marzullo. Che pena.
«Ah, ci sono diversi modi di reclutare i futuri adepti. Il principale è attraverso quello che gli economisti chiamano il mercato naturale. Ad esempio io dovevo diffondere il libro La Vera Via ad amici, familiari, o invitarli a qualche conferenza o esercizio di gruppo.
Poi quando il mercato naturale si esaurisce il canale più utilizzato sono le conferenze su temi spirituali di moda (come il codice da vinci, il feng shui, il tai chi, lo yoga, ecc.) anche se non hanno nulla a che vedere con l’ideologia del PEM.»
Non riesco a rimanere concentrato. Dalla strada arriva il rumore di un camion che al posto del clacson ha la musica della lambada. Che suona ininterrottamente. Quanto mi piaceva la lambada. Era un ballo onesto.
Akira mi sta raccontando dei momenti importanti e dolorosi della sua vita e io riesco a pensare solo a Kaoma che balla la lambada.
«… E poi ci sono i corsi di IRECA (una brutta copia del Reiki giapponese, salvo il quinto livello chiamato familiarmente lavaggio del cervello), che si strutturano su cinque livelli e attraverso i quali si familiarizza la gente all’ideologia della Vera Via, e con gli Amici della Vera Via, per fargli vedere in maniera sottile, come se non gli si facesse vedere, che dietro ai corsi c’è un gruppo esoterico segreto e un maestro che canalizza l’energia ed è in contatto con la Fonte di tutta la conoscenza…»
Guardo Akira negli occhi. Sono attento.
Hai catturato la mia attenzione finalmente!
Questo modo di far vedere come per caso, senza farlo apposta, è la tecnica che aveva adottato Paolo quando mi parlava della sua setta. Mi vengono i brividi sul collo.
Akira si accende una Camel e sta un bel pezzo in silenzio. Mi guarda. Poi riprende senza che io gli chieda nulla.
«Anche se non c’è un profilo sociale escluso per i discepoli, non sono ammessi drogati né gente con problemi di salute gravi e soprattutto gente che non abbia i 120 euro al mese, la quota che dà la possibilità di essere un cercatore. Diciamo che il profilo del discepolo è giovane, di livello socioeconomico medio-alto, di aspetto fisico sano, vestiti di buona qualità e personalità magnetica e positiva interessata alla crescita personale. Cioè qualcuno che serva da specchietto per le allodole per altre allodole. C’è una sorta di repulsione nei confronti degli intellettuali e di quelli che fanno molte domande, che pensano troppo e “bloccano l’energia”, perché, come insegna il Maestro, “uno è quando non pensa”.
Per questo motivo è necessaria una buona dose di ignoranza e ingenuità e mancanza di autostima per continuare il cammino nonostante tutta la merda che vedi e che ovviamente non puoi giudicare perché se lo fai smetti di essere impeccabile.»
Parla come un divulgatore scientifico. E io sono già stanco di ascoltarlo. Non riesco a mantenere l’attenzione fissa su di lui.
So che è un’occasione importante, ma c’è qualcosa nel suo racconto che mi impedisce di concentrarmi.
«Sai, era molto tempo che volevo raccontare a qualcuno tutta questa storia. È molto liberatorio.»
Sono il suo confessore. Lui si sta liberando. Io mi limito a raccogliere informazioni sul Percorso per un’Esistenza Migliore. Forse è questo squilibrio che mi distrae.
E comunque mi piace sempre meno. Sempre che mi sia mai piaciuto anche solo un po’.

Leggo i miei appunti.
Il reclutamento dell’adepto è la sua fidelizzazione. Si ottiene attraverso minacce più o meno sottili. Al di fuori della Vera Via di A. non c’è nulla e chi se ne va perde la sua unica opportunità. È morto spiritualmente e condannato all’eterno tormento del mondo.
Cazzo.
«Dopo un paio di anni nella Vera Via e aver fatto certi esercizi personali, Aleph ti consegna una parola in arabo chiamata “il segreto”. Mi ricordo bene quel giorno.» Akira suda copiosamente. Si passa le mani tra i capelli ingelatinati. Le mani sudate. Gli occhi si posano sulla ciotola di caramelle sul tavolino di vetro. Gli occhi si posano sulla cima dell’albero fuori dalla finestra. Gli occhi si posano fuori campo. In un punto non identificato del muro dietro la mia testa, in alto a destra.
«È stato un momento di passaggio importante nel mio cammino di non ritorno. E anche una grande minaccia, perché se ti allontani dalla Vera Via dopo che ti hanno dato il segreto “che Dio ti trovi confessato, perché sei peggio che morto”.»
Perfino l’inferno dei cristiani sembra un villaggio Valtour rispetto a ciò che ti può accadere se te ne vai una volta che ti è stato dato il segreto.
Cerco di mantenere l’attenzione focalizzata sul fatto che chi entra in questa setta tragga un beneficio. Ma non mi riesce proprio di immaginare un beneficio basato su queste minacce.
A. è l’unico Maestro Vero che esiste nel mondo in questo momento, e La Vera Via è l’unico Cammino reale.
Uno è quando non pensa, il Maestro è infallibile, mi ricordo dalle mie letture. Esso è infallibile. E fuori del Cammino sei morto.

Uno è quando non pensa.
Il postulato di base si riassume nella consegna “Luce, attenzione, direzione, intenzione”.
Poi c’è l’impeccabilità. In poche parole. Non leggere, non praticare nulla che non provenga dal Percorso per un’Esistenza Migliore, poiché questo ti disallineerebbe. Ti disallineerebbe. Questa parola è stupenda. Akira la pronuncia con dolcezza.
Uno è quando non pensa.
Oh, per un discepolo è importante che guardi dall’altra parte o faccia come se nulla fosse di fronte a eventuali azioni illecite di chiunque dei suoi compagni di cammino, ma soprattutto dei suoi superiori nella piramide.
Sì, perché i membri anziani e i vertici mettono a punto varie truffe e crimini a diversi livelli di illegalità.
Tra i reati più degni di nota: il furto di macchinari, l’intimidazione, il ricatto e la truffa vera e propria, stile Totò che vende la Fontana di Trevi.
Uno è quando non pensa.
Akira è in un delirio logorroico. Io sono confuso. Il succo di tamarindo è acido. Non c’è altro da bere in questa casa?
«Il successo personale è la meta verso cui si orienta la consegna “Luce, attenzione, direzione, intenzione”, e la prova dell’impeccabilità non è altro che la prosperità economica…»
Sta cosa mi ricorda molto Max Weber e la tradizione calvinista: la ricchezza è il segno che Dio è con te, così più ricchezza accumuli, più sei vicino a Dio.
Questa è la chiave del Percorso per un’Esistenza Migliore. La chiave di lettura di tutto è il denaro. Più denaro hai, più stai evolvendo. E più denaro dai al maestro e più ti avvicini alla Verità.
Sono un po’ deluso dalla banalità delle mie conclusioni. Ma la vita in fondo non è un continuo susseguirsi di delusioni e di piccoli successi?
Uno è quando non pensa.
Bisogna guadagnare denaro in qualsiasi modo, più è meglio è, e non importa come, poiché il “come” riguarda l’ego. Sempre riguarda l’ego.
Uno è quando non pensa.
Lo dice il Maestro.
Akira non è più in sé. Questa intervista lo sta devastando.
Ora ride. Ora digrigna i denti.
È zuppo di sudore.
Pausa.
«Senti, magari ora ci prendiamo una pausa, no?» propongo.
«Forse sì. Forse è meglio.»
Va al bagno a sciacquarsi. Ascolto il rumore dell’acqua che scorre nel lavandino. Sento passare gli aerei sopra le nostre teste.
Sono troppe informazioni. Informazioni su una setta che ha sempre meno di mistico. E sempre più di business. E il business mi ha sempre annoiato a morte. Ma questi fanno paura.
«Io pagavo l’equivalente di 120 euro in contanti in nero ogni mese per seguire La Vera Via.» Mi strilla Akira dal bagno.
«Il Percorso per un’Esistenza Migliore è una società con varie società satellite, come Sanitelectronics e Health For Life, che hanno il compito di fare da distributori dei prodotti per la salute, come il guaranà, maca, rosa mosqueta, coenzima Q10, ecc., e attrezzi per smettere di fumare. Poi ci sono i corsi pubblici di Ireca, Perfect Shape, ecc.»
Ascolto.
Ogni guadagno o corso che si faccia in una riunione o che utilizzi il simbolo di Percorso per un’Esistenza Migliore deve dare un tot per cento del ricavato per finanziare il progetto qualità della vita.
È come un franchising.

Ogni anno ci si vede tutti a Cancún. C’è il raduno mondiale degli adepti. I soggiorni a Cancún servono a fare la cresta sui prezzi dell’hotel nel quale si organizza il raduno.
Un esempio: 8 giorni, pensione completa, costa 1800/2000 euro.
Moltiplicando per 400 discepoli che assistono all’evento.
Un bel po’ di cresta da grattare.

Akira ora è spossato. Lo guardo tornare dal bagno. Vedo un atleta che ha appena corso la maratona. Sembra dimagrito, si è asciugato.
«Devi considerare la potenza suggestiva di A. Lui è il “Maestro contemporaneo” operante in Occidente, che ha il compito di aiutare l’uomo a svilupparsi al fine di partecipare al processo evolutivo del pianeta in maniera armonica rispetto all’universo.
Il Maestro è uno di coloro che operano generalmente nei momenti di particolare crisi e necessità per l’umanità, rimanendo sconosciuti.»
Sembra di sentire parlare un libro stampato. Sembra di sentire La Vera Via. Un audiolibro.
La versione della storia che spaccia il Maestro è che da quando l’uomo è apparso sulla terra è cominciato ciò che viene chiamato “Il Lavoro”, che fa parte di un “Disegno” che prevede l’evoluzione del nostro universo a cui l’uomo stesso, grazie ad alcuni Maestri che hanno la funzione di aiutarlo, deve partecipare.
Adesso “Il Lavoro” di A. è in una “Nuova fase”, che segue quella in cui ha viaggiato per tanti anni per tutto il mondo, trasmettendo l’insegnamento.
La “Nuova Fase” può essere vista come un UFO, che ha la missione di portare l’umanità verso un futuro più evoluto perché “Questo viaggio è ideato, desiderato, protetto e teleguidato dall’Essere Unico che ha in Sé tutta la conoscenza dell’Universo e dei Mondi”.
La mia conclusione personale è che per fare grossi affari in questo paese non si può prescindere dalla criminalità organizzata. Dal narco o da sue diramazioni.
È impossibile.
Uno è quando non pensa.
Proprio quello che pensavo. Ora cosa faccio?
Le conseguenze delle proprie azioni. VII.

Devo uscire di qui. Devo prendere aria. Devo pensare. Questa stanza è opprimente. Voglio vedere gente.
Questa città è piena di gente. Di facce, persone, vite.
Non posso stare chiuso qua dentro a guardare il soffitto.
Ho paura. Ho paura? Mi fa paura l’idea.
Che qualcuno possa cancellare la propria individualità, la propria volontà a tal punto.
Che qualcuno possa piegare la mia volontà e costringermi a fare ciò che non voglio. Ciò che non vorrei. Ciò che non ha senso.
Non sono sorpreso teoricamente. Di queste cose se ne sentono.
Sono abituato a sentire parlare di estremisti religiosi che si imbottiscono di tritolo e si fanno brillare in un autobus a Haifa, per esempio.
È una vita che ci bombardano la testa di terrore islamico.
Non è una sorpresa.
È sorprendente vederlo di persona, però.
È sorprendente guardare il mostro negli occhi. Fa paura il vuoto. Ti lascia senza parole, la naturalezza.
Vedere una persona che sembra come te. Che fa le stesse cose che fai tu, che si veste come te. Con cui puoi parlare di calcio, del tempo, di politica, di cinema.
Ma contrariamente a te, ricevuto un comando, semplicemente esegue.
Obbediente.
Sereno.
Non si fa domande. Perché ha già tutte le risposte.
Fa paura l’idea che si infila sotto la pelle che TU potresti essere così.
Terrorizzano i dati biografici. Potresti essere tu.
Potrei essere io, quello.
Non ci separa molto. Una casualità ha voluto che il Maestro lo abbia incontrato lui e non io.
Mi sconvolge il pensiero che possa essere io il prossimo.
Mi atterrisce l’eventualità che questa opzione MI RENDA FELICE.
Sono due giorni che ho paura.
E se l’infelice fossi io?
E se l’oppio della mente fosse la vera risposta?
E se i miei dubbi, la mia rabbia, il mio malessere, si potessero davvero curare così?
Se avessero ragione loro? Se la soluzione fosse una bella religione freelance?
Il soffitto non sa rispondermi. Il ragno che aspetta in un angoletto sopra la mia testa è due giorni che mi guarda. Se avesse la risposta me l’avrebbe data.
Vittorio ha l’aria di chi ne sa qualcosa. Ma esso fissa il vuoto e tace.
Devo uscire.
Salgo su un taxi rosso e oro parcheggiato proprio sotto casa mia. Sul cruscotto una nicchia con dei fiori a omaggiare la statuetta della Vergine di Guadalupe.
Dalla radio esce la voce da bambino del cantante dei Loony Tunes, gruppo portoricano di reggaeton, che canta Te he querido, te he llorado. Versione tamarra di una canzone d’amore disperato. Proprio quello che ci vuole.
Il tassista è giovane. Camicia giallognola, gilet di pelle. Sorriso caldo. Occhi tristi.
«Andiamo alla Condesa per favore. Libreria Fondo de Cultura Economica, su Avenida Tamaulipas.»
«Sì, señor.»
«E per favore, puoi alzare il volume della radio?»
Leggo il nome del tassista sul cartellino attaccato al parabrezza con una ventosa. Luis Escobedo Linares. È gentile. Per una volta. Alza il volume e mi guarda soddisfatto dallo specchietto retrovisore panoramico convesso.
La città sfreccia grigia fuori dal finestrino aperto.
Entra aria tiepida che sa di smog e asfalto. E tacos.
Mi appoggio allo schienale.
Qualcosa succederà.
Qualcuno mi darà una risposta.

Radical Shock. Una storia sinistra. Capitolo sette. Salida

Se avete progetti seri, è il momento di deciderne la sorte. Ma prima dovreste allentare l’angoscia per il futuro motivando la profondità e la ponderatezza delle vostre iniziative. E se l’amore rema contro, convincetelo con l’eterna seduzione della parola. PONDERATI.

«Pronto?»
«Ciao Antonella, come va?»
«Bene. Tu? Dov’eri sparito?»
«Mi ero un attimo chiuso. Sai questa storia con Ginevra. Ero in fase autocommiserazione. Ti devo dire una cosa. Ho deciso: io me ne vado in Messico.»
«Finalmente!»
«Come finalmente? E non mi chiedi nemmeno perché?»
«Ma lo so già perché, Samuele. Perché non hai più nulla qui, non hai un lavoro, la tua donna ti ha lasciato e ti senti in gabbia. Tesoro perché devi sempre farmi fare il grillo parlante?»
«Perché mi piace da morire quando mi dici quello che penso. E quando sai già, senza che te lo debba dire, quello che farò e perché.»
«Ci conosciamo da un bel po’ ormai. E per un sacco di tempo abbiamo lavato le mutande insieme… e poi anche tu mi conosci bene.»
«Comunque non ridere, ti sto cercando di dire una cosa drammatica e solenne, cazzo. Non posso buttare sempre tutto in caciara!»
«Ok, ok. Scusa scusa scusa. Dai ricomincia.»
«Allora, ti volevo dire questa cosa. Che ho preso una decisione irrevocabile. Ho deciso che devo partire per il Messico. Devo emigrare.»
«Mmm»

«Voglio fare un’inchiesta giornalistica sulle sette esoteriche. Su questo Percorso per un’Esistenza Migliore, che c’è anche lì. Giorgio mi dovrebbe procurare il contatto nella rivista con cui collabora, Mondo Oggi.
Ho capito che è tempo di nuovi inizi. In fondo è un bene che Ginevra mi abbia lasciato. Devo dirle grazie perché mi sta dando la possibilità di fare quello che voglio veramente. Mi devo dedicare al giornalismo. Tanto qui non ho nulla che mi trattenga.»
«Mi hai convinto. Ora però cerca di mantenere questa decisione il tempo necessario per consentirmi di farti il biglietto. Tanto lo so che se non ti ci metto io su quell’aereo te fai in tempo a innamorarti follemente della prossima della lista e siamo punto e a capo.»
«Farò del mio meglio ma non posso assicurarti niente.»

Ho appena deciso di emigrare. Sono anni che dico che lo farò. Oggi so che stavolta è andata. Sempre che Antonella mi metta su quell’aereo.
Decidere di emigrare a trent’anni in un paese come il Messico può sembrare l’ammissione di una sconfitta.
E in parte lo è. Meglio. È la presa d’atto che non sussistono più le condizioni per una serena sopravvivenza in patria.
La considerazione è abbastanza lineare. Non ho un lavoro, non ho una casa, non ho una donna, non ho un patrimonio, non ho dei figli che mi leghino a questo paese.
Con i pochi soldi che guadagno con articoli e traduzioni, a Roma a stento posso pagarmi le spese se occupo a scrocco una stanza nella casa dei miei genitori.
A Città del Messico ci pago affitto e cibo. E posso trovarmi un lavoro part time. E magari anche scrivere.
La logica è stringente.
Ormai questo discorso l’ho imparato a memoria e lo spiattello in faccia a tutti quelli che mi chiedono se sono pazzo ad andare a vivere in “un paese sudamericano del terzo mondo”.
A parte che una volta per tutte voglio spiegare che il Messico NON è un paese sudamericano, ma è NORD americano. Poi terzo mondo è una categoria che non condivido e per me è priva di significato.
Il fatto è che credo a tutto quello che dico, alle ragioni logiche e convincenti, ma poi quando sto da solo nella mia cameretta guardo in faccia la realtà. Ci sono altri motivi che mi spingono a lasciare questo continente morto per cacciarmi nella pancia del Monstruo.
Il Messico non l’ho scelto a caso. È il luogo dove tutti i reietti, i perdigiorno, i rivoluzionari senza rivoluzione, i perdenti, gli innamorati e i sognatori si sono rifugiati. Città del Messico ha sempre accolto tutti con amore e compassione. E in qualche modo, ognuno a suo modo, tutti quelli che hanno scelto il Distrito Federal, hanno trovato quello che cercavano. La pace interiore. La serenità. La rivoluzione perduta. I sogni.
Sono anni che cerco Città del Messico. Mi chiama.
Ogni fallimento che vivo fa crescere il mio desiderio di lasciarmi cullare nel ventre della Città. È un desiderio di fuga, certo. Ma non di fuga generica. È un desiderio di fuggire verso, non di fuggire da.
Non so se troverò quello che cerco, ma so che devo andare a vedere di persona.
Un altro motivo è che Ginevra mi ha lasciato in ginocchio. Cioè non che quando mi ha lasciato lo ha fatto inginocchiandosi per terra. Ha lasciato me in ginocchio. Faccio lo splendido ma Ginevra mi ha proprio spezzato le gambe. Ha frantumato desideri, ambizioni, sentimenti.
Non è stata la donna che ho amato di più. Quella era Lauréda.
Ma con Ginevra stavo finalmente costruendo. Con Ginevra avrei messo su famiglia. Ci avevo creduto. E nella mia nuova vita non ci deve essere più lei. I suoi amici. Il suo viso in televisione. Il suo mondo di bachelite.
Poi la storia della setta esoterica mi sta mangiando il cervello. Da quando ho saputo che in Messico PEM ha una delle sue sedi più grandi è come se si fosse chiuso un cerchio.
È come quando nei romanzi di Agatha Christie arrivi al punto, più o meno a tre quarti di libro, in cui hai sul piatto quasi tutti gli elementi e devi mettere a posto i pezzi insieme a Poirot o Miss. Marple, per arrivare alla soluzione finale. Ho davanti a me tutti indizi della mia vita che conducono inevitabilmente al Messico. Alla soluzione finale dell’enigma. Lo devo fare. Altrimenti IO MUOIO.
Ora devo sperare solo che la soluzione io la possa scoprire e accettare.

***

Una sera qualsiasi in una Panda rossa. Sotto casa di Giorgio. Sono tre quarti d’ora che parliamo. Mi sta guardando in faccia. Si ferma un attimo. Sguardo assorto. Poi serio. Poi sbotta.
«Comunque sai qual è la cosa più bella di tutte?»
«Nella vita? Scopare?»
«No… idiota. Del Messico.»
«Ah, no. Dimmela.»
«È il canto delle balene. Se ti capita vai in Baja California verso febbraio, quando arrivano a svernare e a partorire le balene dall’Alaska. Se arrivi al mar di Cortés in quel periodo con una tenda ti accampi sulla spiaggia. Il deserto alle spalle e di fronte mamme balene coi loro cuccioli che cantano! È quella la vera pace. Non c’è niente di più bello…»
«…»
«…»
«Ok Giorgio. Ora dovremmo baciarci?»
«Mortacci tua, NOO!!»
«Hai detto una frociata rara! Pareva una scena di un film con Vaporidis. Pensavo che mi volessi baciare…»
«Ok è una frociata. C’hai ragione. Però te lo dovevo dì. È troppo bello.»
«Non c’è niente di male a essere froci. Io ho sempre pensato che tu lo fossi… sei così sensibile…»
«Vaffanculo! Smettila. Non dirlo nemmeno per scherzo! Cristo che schifo! Vabbè buona notte.»

***

Facebook.

13:25Ginevra
vai a prendere il virus per le palle?
13:25Samuele
si
13:25Ginevra
bravo
13:25Samuele
ho fatto già il biglietto. vediamo se è così cazzuto come dicono…
secondo me è mezzo frocio
13:25Ginevra
vediamo
facile
13:27Samuele
stasera credo che non verrò al tuo spettacolo. non mi va di vederti così. sarà un bellissimo spettacolo ma credo che ne farò a meno. grazie per l’invito comunque. se per te va bene lo giro a Fausto. se poi ti va, prima che parto ci salutiamo come due cristiani.
13:28Ginevra
ho letto ieri l’ultimo articolo che hai scritto…
13:28Samuele
🙂
13:28Ginevra
se non l’hai ancora fatto non lo girare a Fausto il biglietto
in realtà era un biglietto inventato
non c’è posto quindi se non vieni tu lo cancello
13:29Samuele
ah
tipo che arrivavo e non era vero un cazzo
era una gag?
faceva ride…
13:29Ginevra
si era vero ma sono in crisi per i biglietti
ce ne sono -32 quindi se non vieni tu alleggerisco
13:30Samuele
mi fa piacere essere d’aiuto
13:30Ginevra
?
13:30Samuele
un motivo in più per non venire
13:31Ginevra
fai come ti pare
per me non aveva senso che tu non lo vedessi
non per me, per lo spettacolo che ti piacerebbe da morì
13:31Samuele
lo so che mi piacerebbe da morì
me lo hanno detto tutti quelli che ce so venuti al primo giro
ma credo che sia meglio così. Credo che non ha alcun senso che io venga.
13:32Ginevra
ok
13:32Samuele
comunque grazie. veramente. l’ho apprezzato molto
13:32Ginevra
ok
13:32Samuele
io parto il 22. se prima ti senti che hai voglia che ci salutiamo il mio numero lo sai. io non ti chiamo.
merda merda per stasera
13:33Ginevra
merda merda!
ti trasferisci?
13:34Samuele

13:34Ginevra
in bocca al lupo Sam.
13:35Samuele
il lupo sono io!
13:35Ginevra
:):)
Non la rivedrò più
(e sputerò sulle vostre tombe!)

***

Rinnovo del passaporto. Selezione accurata dei libri da portare con me (un po’ tipo quali sono i libri che ti porteresti su un’isola deserta…). Questa è dura. Delitto e castigo, Q, La convivialità, i racconti di Philip K. Dick, Ebano di Kapuscinski, Taccuino di un vecchio porco di Hank Bukowski e Cronache mediorientali di Robert Fisk. La mia borsa ora pesa già sette chili solo di carta. Un mucchio sparso di vestiti completa il bagaglio. Computer, macchina fotografica, registratore, quadernini vari, penne. Mutande.
Mia madre mi consegna commossa una latta da tre litri d’olio extra vergine della Sabina che produciamo noi, ogni anno, con fatica, sudore e tanta soddisfazione. È un momento solenne. Racchiude in sé tutto l’amore materno, la preoccupazione per la mia alimentazione sana.
«Chissà cosa mangerai in Messico, poveretto.»
«Mamma, in Messico si mangia benissimo.»
«Sarà… ma non hanno l’olio d’oliva!»
«Mamma, tu hai scoperto l’olio d’oliva negli anni settanta, quando sei venuta a Roma. A Venezia nel dopoguerra usavate il burro, l’olio è una cosa a voi sconosciuta…»
«Va bè, comunque questo è più buono. Te lo devi portare.»
«Certo mamma, grazie.»
Mi abbraccia.
Mia mamma è la mamma di tutti. È la donna che a 70 anni suonati si gira ogni volta che sente una voce di bambino chiamare mamma.
Il suo è l’abbraccio di mamma. Una delle cose da mettere in valigia. Del resto sono un maschio trentenne italiano. Non mi vergogno.
Mio padre è formale e impacciato come sempre quando si tratta di me. Non riesce a nascondere l’emozione che tenta di mascherare dietro a una solennità goffa. Ho imparato a volergli bene.
Mia sorella è divertita e fiduciosa. Anche se ci scanniamo a sangue da sempre, in fondo approva le mie scelte in silenzio. E mi para il culo. In silenzio.
«Molla quei gatti di merda e fai un salto in Messico se ti capita», le dico.
«Vediamo che dice l’oroscopo.»
«Che deve dire? Che è tempo di nuovi inizi!»

Il tiggì uno dice che il Ministero degli Esteri consiglia di non partire per il Messico a causa della violenta esplosione di “febbre suina”. Ad oggi si contano 103 morti (dei quali 21 riconducibili direttamente al virus mutante).
Il nostro inviato a Città del Messico mostra la città fantasma. Le autorità messicane hanno detto di non andare a lavoro. Di non andare allo stadio, a scuola, all’università. La Chiesa ha addirittura sospeso tutte le funzioni religiose a tempo indeterminato per paura dell’epidemia! La Chiesa cattolica!! Hai visto mai che un po’ di disintossicazione da Cristo gli fa bene ai messicani. Sta “febbre suina” è una benedizione.
Le strade di Città del Messico nelle immagini del cameraman della Rai sono deserte. Mi ricordano la scena iniziale di 28 giorni dopo di Danny Boyle.
Ovviamente l’unica volta che decido sul serio di partire, di mollare gli ormeggi, di lanciarmi verso nuove entusiasmanti esperienze, si scatena un’epidemia mortale tipo ebola.
Cazzo non succede mai niente in Messico! Proprio ora che sto facendo il biglietto??
È evidente che sono di fronte a un complotto ordito da forze oscure per impedire la mia partenza (c’entrerà qualcosa l’influsso della madre superiora/batman dell’autobus?). Non vi può essere altra spiegazione. Ma non mi faccio intimidire. Pensano che mi spaventi un po’ di mocciolo e di febbre? “Febbre suina”, non mi fai paura, ti sfonno quando me pare!
La cosa buona è che i biglietti ora costeranno pochissimo, perché tutti, terrorizzati dall’epidemia mortale non vorranno più andare in Messico e io volerò da solo pagando venti euro.
Ovviamente no. Il biglietto costa uguale a prima e quella dell’agenzia mi dice che è tutto pieno. Devo rinviare di qualche giorno.
Ma in che cazzo di paese siamo? Porca troia, il MINISTERO DEGLI ESTERI SCONSIGLIA DI VIAGGIARE IN MESSICO e tutti che fanno? Vanno in Messico? Ma allora siete dei deficienti! Volete tutti morire di febbre suina fulminante? Dall’altra parte del mondo poi… roba che solo per riportare a casa le salme le vostre famiglie dovranno fare i mutui per i prossimi quarant’anni! Irresponsabili!

***

Antonella alla fine mi mette davvero su quell’aereo.
Il volo Lufthansa mi culla. Anche grazie ai quattro bloody mary che mi faccio preparare dalle belle hostess teutoniche. Ho preso questa abitudine, di sfondarmi di bloody mary in aereo, proprio sui molti voli transoceanici che facevo a diciannove anni.
Ogni volta che tornavo in Italia dalla Colombia dovevo sbronzarmi per dimenticare che stavo lasciando l’amore in quel paese. Ero fidanzato con una colombiana. La donna che mi ha reso un uomo. La donna che mi ha fatto capire il mio destino con le donne.
E ubriacarmi in aereo è diventato un rituale al quale non ho nessuna intenzione di rinunciare.
Il film che trasmettono oggi nello schermo incastonato nella testiera del sedile davanti al mio è Mostri contro alieni della Dreamworks.
A me quelli della Dreamworks stanno sulle palle. Shrek non mi è piaciuto. Nessuno dei tre. È un po’ come la questione se sei della Roma o della Lazio. Io non sono uno sportivo. Io tifo. Devo per forza prendere una posizione che esclude l’altra, altrimenti IO MUOIO. E io tifo Pixar. Tutta la vita.
Mentre sto per addormentarmi aiutato dall’alcol ripenso al progetto che voglio portare avanti. Alla mia inchiesta sulle ramificazioni messicane del Percorso per un’Esistenza Migliore, alle sette esoteriche, ai maestri e alla Via.
Mi tiro su il cappuccio della felpa per ripararmi dall’aria condizionata a palla e parto per il mondo dei sogni.

***

L’arrivo all’aeroporto internazionale Benito Juárez è emozionante.
Ho la gastrite.
Dopo una discesa in una cappa marrone di smog si atterra in mezzo ai palazzi. Il più importante scalo messicano si trova in mezzo alla città, quindi i piloti devono stare abbastanza attenti a non scorticare tetti e cornicioni degli edifici circostanti.
Si riempie il naso di caccole di smog. Sono arrivato.
Mi viene a prendere in taxi Serapio. È come Giorgio me lo ha descritto. Faccia ironica da mastino navigato, pizzetto, stempiato, pancia da bevute dure.
Serapio è un editorialista della Jornada, il quotidiano più importante di Città del Messico (se per importante consideriamo il più autorevole, non il più venduto).
«Ciao Samuele. Benvenuto in Messico! Giorgio è un buffone rinunciatario. Però sono contento di conoscerti. Mi ha parlato bene di te. Se sei amico suo sei anche amico mio!»
«Giorgio è un indeciso, non un rinunciatario. Comunque grazie. Magari verrà pure il gigante prima o poi.»
«Hai fatto bene ad andartene dall’Italia. Con quel presidente che vi ritrovate… Almeno qui l’anno prossimo c’è la rivoluzione, sempre che sopravviviamo alla febbre suina…»
I messicani si vantano perché ogni cent’anni hanno mostrato al mondo i denti della rivoluzione.
L’Indipendenza del 1810 dalla corona spagnola ha aperto il secolo di Hidalgo e Morelos, con una rivoluzione che si ricorda ancora il 15 settembre con il famoso grito dal palazzo di governo dello Zócalo di Città del Messico (¡Viva México!).
Nel 1910 la Revolución di Villa e Zapata dava inizio al secolo breve.

Serapio mi porta a mangiare. Tacos.
Siamo in una taqueria nel quartiere della Condesa, pieno di locali alla moda, librerie e sale da tè. Questa zona ha un’aria bohemiénne nella sua versione messicana.
Arrotolo la piccola tortilla di mais con dentro carne fatta a pezzetti, salsa verde e un tocchettino di ananas. La carne cuoce su un’asta verticale, come il kebab. In cima c’è un ananas. I taqueros tagliano la carne dall’alto in basso direttamente nella tortilla e poi con un colpo secco di coltello staccano un pezzetto di ananas che dalla cima precipita in mezzo al taco. Un bell’effetto scenico.
Ci spremo sopra succo di lime. Molto buono. Molto piccante. Annaffio con cerveza Bohemia (la Corona non mi è mai piaciuta, nemmeno in Italia).
«Vacci piano con quel chile, che se no piangi!»
«Hai ragione, ma mi piace piccante. E poi dicono che ha effetti miracolosi contro la gastrite…»
«Chi lo dice? Se mai il contrario… ma fai come vuoi. Invece dimmi. Cosa ti porta qui Samuele? Giorgio mi accennava a un’inchiesta su una qualche setta…»
«Sei uno che va subito al punto eh? Non so cosa mi porti veramente qui. Però sì. Sto prendendo informazioni su una setta che si definisce esoterica. Ha una faccia pubblica new age. Il Maestro è italiano. Faceva l’assicuratore. E ora controlla un’organizzazione internazionale che fattura milioni di euro l’anno, sparsa in molti paesi che continua a fare adepti. E il Messico è il paese in cui il Percorso per un’Esistenza Migliore ha prolificato più rapidamente e in modo più massiccio.»
«Beh, diciamo che non mi sorprende. Qui siamo bravissimi a farci prendere per il culo con questo genere di cose…»
Le macchine ci passano davanti in un traffico lento e annoiato. Stereo a palla che sparano reggaeton. Per un attimo mi immagino i figli di Sevla a Città del Messico. Non mi viene in mente una location più adatta di questa.
«Mi ha detto Giorgio che hai lavorato per l’Agir, quell’agenzia di stampa così filozapatista…»
«La conosci?»
«Conosco il suo direttore. Veniva in Chiapas a fare il compagno quindici anni fa. Si è fatto un pessimo nome.»
«In Italia si spaccia per uno dei più grandi conoscitori di zapatismo…»
«Che ipocrita…»
«Io ho lasciato quel posto, comunque. Qualche anno fa hanno organizzato una manifestazione contro il precariato. Piazza San Giovanni piena di gente incazzata. Sul palco gli intellettuali della sinistra radicale a urlare contro il NEMICO. Torno in redazione e mi rendo conto che non mi pagano da sei mesi, che metà delle persone che lavora con me è in nero e l’altra metà è precaria e che il mio direttore è uno stronzo che non ha mai lavorato un giorno in vita sua.»
«Hanno tutti pochi soldi comunque…»
«Non è vero. Quelli che rimangono sono quelli che possono permettersi di farlo. I mantenuti. Quelli che hanno un cognome importante. Poi il tuo amico direttore ci ha detto che dovevamo chiedere un prestito alla banca per farci dare l’anticipo sullo stipendio. Secondo lui dovevo pagare gli interessi sul mio stipendio!»
«Lui è comunista, vero?»
«Direi che lui è una merda, piuttosto!»
«Finisci i tuoi tacos che così possiamo andare a bere qualcosa di più serio.»
Le conseguenze delle proprie azioni. VI.

Il taxi mi lascia di fronte alla libreria. Pago ventisette pesos. Scendo. L’aria è tiepida e sento profumo di fiori. Nella città più inquinata del mondo.
Mi accendo una sigaretta. Qui non si trova il tabacco Old Holborne. Il poco che ho portato dall’Italia è per i momenti speciali. Quindi mi devo adattare a quello che c’è.
Fumo Delicados ovaloides.
Sono le quattro del pomeriggio. Sono stordito. Il tabacco mi fa stare meglio.
Fumare mi aiuta a pensare. E a rilassarmi.
Perché sono così ossessionato dalle sette e dalle loro dinamiche?
In fondo gli adepti ricevono un miglioramento della vita dalle pratiche dettate dai maestri.
Sono persone che hanno bisogno di trovare una figura carismatica che li comandi a bacchetta. Che dia delle risposte semplici. Risolutive, come tutte le religioni, in fondo. E che dia delle direttive da seguire senza discutere. È rassicurante.
Cos’è che mi disturba tanto allora, nel fatto che qualcuno possa annullare sé stesso per eseguire gli ordini di un Maestro?
Forse è perché non sono abbastanza narcisista da pensare che si possa essere adorati da propri simili? Oppure mi fa rosicare il fatto che esista qualcuno che si arricchisce truffando la gente senza fare il minimo sforzo? La mia è invidia? Non lo ammetterò mai. Il retaggio cattolico che mi mangia il cervello.
Mi piace pensare che il problema sia collettivo. Che è inaccettabile una delega così totale di responsabilità. Il bisogno di mettersi al fianco di una figura carismatica per non prendere delle decisioni, per farsi dire sempre con CERTEZZA cosa è giusto e cosa è sbagliato, per rimanere per sempre adolescenti.
È la vicinanza al carisma.
Il carisma è una cosa semi divina che attrae la gente che si fa attrarre. E ha un ché di potentemente naturale.
Chi ha il carisma sembra che non possa fare altro che il leader ma chi non ha il carisma, stando vicino al carismatico…beh, splende di luce riflessa. Ed è disposto a fare qualsiasi cosa. A occhi chiusi.
Si sente meglio di chi sta lontano dal carismatico. Solo per questo è già superiore agli altri e ha risolto il problema. Per cui si torna alla questione del riconoscimento sociale, che al di fuori della setta non avresti.
Ti sottometti ad un leader, ma attraverso di lui puoi sottomettere almeno simbolicamente altri, perché stai dentro una struttura piramidale che però ha una certa mobilità interna. Anche fratricida.
Finisco la sigaretta. La schiaccio con la punta del piede destro. Entro. Vago a caso tra gli scaffali.
Mi sento più calmo.

Radical Shock. Una storia sinistra. Capitolo tre. Illusioni di classe

Tre. Illusioni di classe.

Se i legami di amicizia o sentimentali non reggono alle prove della realtà, o se semplicemente sono troppo fiacchi per prendere un indirizzo deciso, non cercate spiegazioni, soprassedete. Altri interessi, altri progetti covano sotto la cenere. TEMPISTI.

«Amore, ti ricordi che stasera siamo alla festa di Vincenzo Carloni?»

«Cazzo mi ero dimenticato! Stavo scaldando l’acqua per i ravioli ai carciofi di Giovanni Rana. Sicura che non vuoi che mangiamo prima a casa?»

«Mmm no. Facciamo tardi. Però me li rifai domani?»

«Vavene.»

Qualche giorno fa ho litigato pesantemente con Paolo, il mio amico e collega. Non riesco più a fidarmi di lui. Questa storia della setta esoterica mi ha fatto cambiare atteggiamento. Comincia a inquietarmi più del normale. Mi ossessiona come un tarlo. Ho tirato fuori l’argomento e Paolo si è stranito. È stato evasivo.

Tempo fa però era stato lui a parlarmi del lavoro. Quando ancora io non ero allarmato, né incuriosito. Era stata una sorpresa.

Stavamo aspettando Sevla a San Paolo. Era prima di Natale perché avevo regalato a Paolo un libro di Wu Ming. E lui si presenta con un pacchetto. Un libro. Grosso. I sette pilastri della saggezza di T.S. Lawrence.

«Questo libro è molto bello, Samuele. Per me è stato importante leggerlo.»

«Grazie Paolo. Sì in effetti me ne hanno parlato bene un sacco di persone.»

«Sai, anche Lawrence faceva il lavoro

«Il “mestiere” intendi? La mignotta? Che cazzo dici Paolo?»

«Idiota. Il lavoro

«Potresti essere meno vago? Stai cercando di parlarmi di qualcosa in particolare? Ha a che fare con quei riti misteriosi che fai tutti i giorni per venti minuti?»

«Sì. Quelli sono degli esercizi che faccio.»

«Tipo meditazione?»

«Non proprio, però per capirsi puoi chiamarli così.»

«E che c’entra Lawrence d’Arabia?»

«Anche lui faceva parte del lavoro.»

«Aridaje co ‘sto lavoro. Ma non sai dire le cose in modo più chiaro?»

«È difficile da spiegare. Non è una cosa che si spiega. È una cosa che si fa.»

«Paolo, ti giuro che non capisco che cazzo dici. Aiutami.»

«Io ho un Maestro. Si chiama A. Lui è quello che mi ha tirato fuori dalla strada dieci anni fa. Ero un mezzo barbone tossico. Ho incontrato lui e mi ha fatto partecipare ad alcune riunioni.»

«E poi?»

«Poi mi ha detto che dovevo smettere di calarmi e di farmi mille canne, dovevo smettere di bere e dovevo trovare un lavoro per pagare la retta mensile del gruppo.»

«Ah, perché c’è una retta mensile…»

«Sì. E tu fai tutto quello che è necessario per poterla pagare. È una grossa spinta a darti da fare. E io ho creato la nostra associazione. Quella dove lavori pure te.»

«Ok. ok. Ma si può sapere che cazzo fate quando vi vedete? Che vi dice questo A.? Che fa? In che consiste essere un Maestro?»

«L’importante è la sua presenza. Non è che FA qualcosa come intendi tu. È una persona molto speciale. Diciamo che quello che fa ha a che fare con quella che tu chiameresti energia…»

«Ossignore iddio…. Paolo ti prego…»

«Non sto scherzando. Sei prevenuto.»

«Ok, scusa. Hai ragione non volevo mancarti di rispetto…»

«Comunque non è che devo spiegarti questa cosa adesso. Ho solo pensato che ti sarebbe piaciuto il libro.»

«Vabbè ho capito, me ne parli un’altra volta…»

Invece la seconda volta è stata l’ultima. Non so perché se la sia presa tanto. Forse non ha gradito il mio scetticismo e le domande polemiche. Forse ho esagerato. Comunque io ho dovuto vomitargli addosso la mia ansia. Ne è seguita una discussione e a ruota una lite.

L’ho mandato affanculo e gli ho detto che me ne andavo da quel posto di matti, che tanto con i soldi che mi danno non mi ci compro manco le sigarette.

Ho perso l’ennesimo lavoro.

Ma ‘sti cazzi, comunque non ci potevo campare.

In compenso io e Ginevra ci siamo visti di nuovo.

Ci siamo baciati.

Io e Ginevra abbiamo dormito insieme sul divano di casa sua e non abbiamo fatto sesso.

L’ho guardata dormire tutta la notte. Il suo viso di bambina.

Ginevra è una di quelle donne che appena sveglia è più bella della sera prima. I suoi occhi verdi tristi e giocosi insieme.

Ora facciamo l’amore.

Ed è meraviglioso.

***

Stasera io e Ginevra andiamo insieme a una festa.

Anzi. Siamo invitati a UNA FESTA. Di quelle vere.

La festa di compleanno di Vincenzo Carloni.

Un quarto piano in Prati, quartiere di studi notarili, avvocati e commercialisti di Roma. Quartiere della Roma bene di sinistra. La casa è grande, luminosa, con un caldo parquet e simpatiche poltroncine rosse. Ci accoglie Vincenzo. Me lo aspettavo più alto. E molto più vecchio. Per essere un potente ex dirigente Rai, ora trasmigrato nella Sambarao produzioni, sembra un bambino. Occhiali tondi, mani piccole, maglione Paul & Shark.

La stretta delle sua mano trasmette mollezza, calore. È morbida. È tiepida. Sicuramente profumata. Vorrei annusare le sue mani per sapere di che sanno. Forse di zagara?

«Piacere. Samuele.»

«Ciao Samuele, sono Vincenzo, accomodatevi, ciao Ginevra. Sono contento che siate venuti.»

«Tanti auguri Vincenzo.»

«Grazie.»

Sul tavolo: Champagne Veuve Cliquot. Jamón iberico. Una selezione di formaggi francesi e pane biologico di un forno della Maremma.

È il suo compleanno. Vincenzo compie gli anni e festeggia con la sua bella moglie, i suoi bambini, che vengono spupazzati dal suo amico d’infanzia, il noto leader del PD Gioacchino Sinibaldi.

Ci sono tutti gli amici della televisione. Presentatrici, produttori, attori, giornalisti, comici. Tutti sono sorridenti. Tutti si rimpinzano.

Io mi aggiro affamato nel salone. Come una fiera cerco di spazzolare più cibo possibile. Mi sento un avvoltoio sulla carcassa di una gazzella, circondato da altri avvoltoi con i quali mi azzuffo per assicurarmi il pezzo migliore.

Per esempio questo formaggio francese è una BOMBA. Ce ne sono due di capra e uno di mucca. I due di capra i migliori.

Mi ingozzo come facevo a sedici anni alle feste. Come continuo a fare anche ora.

Prima cosa quando si arriva a una festa: assicurarsi di arraffare abbastanza cibo da riempire lo stomaco.

Poi stasera tutto ha un sapore migliore: ad ogni boccone ingollo 10 euro di formaggi, 15 euro di prosciutto Pata Negra e 5 euro di champagne Veuve Cliquot.

Che prelibatezze! Nella casa dei ricchi a farla da padrone.

Con la bocca piena ormai quasi soddisfatto mi aggiro interessato per vedere i titoli sulla splendida libreria a muro di legno laccato bianco.

Spicca l’opera completa di Karl Marx.

Da sola.

Senza altri libri intorno.

Un monolito.

A destra tutto il cinema di Kurosawa.

Le maggiori opere della Scuola di Francoforte.

Sartre.

Cambiare il mondo senza prendere il potere.

Gramsci.

Mi ronza in testa una frase di una canzone dei C.S.I. Geniali dilettanti in selvaggia parata. Ragioni personali, è una questione privata.

C’è un gruppetto di autori televisivi, l’angolo dei registi e gli attori sciolti fanno capolino nei vari capannelli.

Atmosfera distesa. Risate genuine. A volte ostentate. Frangette, giacche di velluto a coste, scarpe di Rossella Carrara.

Torno da Ginevra, proprio mentre viene molestata da due sottopanza di Gioacchino Sinibaldi. Uno è alto, moro, coi capelli corti ben tagliati, impeccabile nel suo completo beige di velluto di sinistra ma costoso.

L’altro è tarchiato. Sembra calabrese. Barba lunga e occhiale, stile intellettuale organico anni ’70. Casual ricercato.

Sguardo rapace, sorriso marpione, sfrontato. Due giovani quasi trentenni inseriti nel mondo della politica italiana che lanciano occhiate languide al culo di Ginevra.

Mi va il sangue al cervello. Non è gelosia. Ho voglia di fare a botte con voi, brutti stronzi.

Non è un pezzo di carne. È una donna. La mia.

Ginevra si allontana per parlare con un’amica e partono i commenti dei due squaletti.

«Ammazza che culetto… non glie la daresti una botta alla Mischianti?»

«Cazzo, poi è pure famosa. Proprio una bella fichetta. Non sembra così carina in tivvù.»

Il quarto interlocutore, oltre ai due squaletti e a me, che evidentemente non sanno essere il fidanzato della “fichetta” in questione, è Filippo Rossi, volto televisivo, ironico osservatore della realtà politica italiana.

È diventato famoso per dei suoi pezzi molto divertenti e autoironici in cui riprende se stesso al telefono con Gioacchino Sinibaldi. La base del PD che prende la voce e le sembianze di un giovane quarantenne che si è fatto gli anni ’80, i ’90 e i duemila con il PCI nel cuore e si ritrova oggi a dover patteggiare ogni giorno i valori con gente come Sinibaldi appunto.

Le sue analisi politiche sono brillanti e ha una verve comica naturale. Ci capiamo al volo.

Filippo mi offre un assist: «E tu Samuele, che je faresti a una come Ginevra?»

Lui sa di me e Ginevra.

Vuole che spinga i due sottopanza a esporsi ancora di più per rendere la situazione parossistica e la loro figura di merda ancora più clamorosa.

Io provo a stare al gioco, anche se sento le vene del collo gonfiarsi e un formicolio in aumento nelle mani.

«Beh, non c’è che dire. Se ce l’avessi tra le mani mi divertirei un bel po’.»

Che basso profilo. Che commento moscio. So fare certamente di meglio. Come mai mi è uscita questa battutella loffia? Che mi succede?

Squaletto-alto: «Comunque quelle come Ginevra vanno castigate. No?»

Squaletto-tarchiato: «Eh sì. Ti togli belle soddisfazioni.»

Mi si annebbia la vista. Non ho mai pensato di odiare davvero i commenti machisti. Ne faccio in continuazione, sono un provocatore. Godo nel vedere le reazioni imbarazzate degli altri. Ma qui si tocca lo squallore dei giòvani del PD che manifestano con i commenti su Ginevra la summa della filosofia politica italiana: prepotenza, maschilismo, mancanza di rispetto. E di stile.

Devo menare. Devo menare. Devo menare.

«Pensa che stiamo insieme da otto mesi…» mi accorgo di dire. Ho uno stupido sorrisetto di sfida e il petto in fuori, come un galletto, senza che nemmeno me ne accorga sono diventato un coattello attaccabrighe.

Gelo. Per pochi secondi.

Filippo è palesemente divertito, anche se sperava che io resistessi di più e riuscissi a portare la situazione a un punto di non ritorno, con un effetto comico e di imbarazzo decisamente maggiore. Purtroppo non riesco ad essere all’altezza della mia spalla.

I due squaletti, dopo un primo momento di smarrimento e qualcosa di simile alla vergogna, si riprendono in uno slancio di goliardia, quella che cerca di coinvolgere i maschi presenti.

«Grande. Sei proprio forte che te la scopi! Certo potevi dirlo prima.»

Mantengo il punto.

«Non me la scopo. Stiamo insieme. Credo che se continui così ti devo prendere a capocciate.»

Mi sa che la mia minaccia assolutamente seria viene letta come la simpatica battuta di uno che sta sportivamente al gioco. Si fanno tutti una sonora risata liberatoria.

Io devo menare.

Dalla sala giunge un urlo sguaiato. «…Un attimo di attenzione!! Abbiamo preparato una sorpresa per Vincenzo. Spostatevi tutti in salotto che c’è un dvd da vedere.»

Brusio. La presentatrice della tivvù di sinistra presenta alla festa e tutti sciamano in salotto.

Io resto coi pugni serrati e il sorriso finto scolpito sul viso.

Mi viene in mente Giancarlo.

Tre anni fa ho conosciuto Giancarlo mentre lavoravo ai Ponti della Laurentina.

I Ponti della Laurentina sono famosi a Roma per la cattiva fama che hanno.

I ponti sono inseriti in un ambizioso progetto urbanistico degli anni ’80 di edilizia pubblica. Il Laurentino 38, dell’architetto Pietro Barucci.

I ponti sono passaggi pedonali che attraversano nove volte la strada sottostante che a sua volta attraversa tutto il quartiere della periferia est di Roma.

Queste splendide strutture di cemento hanno al loro interno spazi per negozi e uffici pubblici e privati, “per raggiungere quella qualità e integrazione urbana che è alla base del pensiero urbanistico moderno.”

Giancarlo l’ho conosciuto al settimo ponte. Faceva la guardia giurata nel presidio della ASL in cui lavoravo anche io.

Il mio compito nel presidio era “sistemare l’archivio”.

Per sette ore al giorno la mia attività consisteva nello spostare da uno scaffale all’altro dei faldoni impolverati appartenenti a tre settori diversi del presidio: infortunistico, medicina legale e protesi.

Il mio primo giorno fu un rito di passaggio. Incontrai Tiziana.

«Ciao Samuele, io sono Tiziana, la tua tiutor. Per qualsiasi cosa dovrai fare riferimento a me.»

Tiziana è una donna con cerbiatteschi occhi azzurri. Sui quarantacinque portati bene, o trentotto portati male. Comunque una bella donna. Capelli castani. Addosso collane con pietre dure e vestiti colorati sui toni del turchese e del viola tipo etnico elegante. Decisamente mantenuta.

«Ciao Tiziana. Cosa devo fare esattamente?»

«Guarda, qui noi non siamo dipendenti della ASL. Noi dipendiamo dalla cooperativa Santa Maria. Il tuo lavoro si svolge nell’archivio. Devi sistemare i documenti che ti arrivano via via durante il giorno dai vari presidi. E metterli in ordine nei faldoni. Siccome l’archivio è comune tutti più o meno entrano e escono da qui e ci mettono le mani. Quindi devi stare attento.»

«Ho capito. Attento a cosa?»

«A non farti mischiare tutto dagli altri.»

Il lavoro è un po’ come costruire un castello di sabbia in riva al mare. Ogni onda te lo squaglia e devi ricominciare da capo.

Dopo la prima mezz’ora ho chiaro che quello che sto facendo non è di alcuna utilità.

A fine giornata sto già sul cazzo a tutti i dipendenti perché invece di limitarmi come loro a non fare un cazzo, passo le mie sette ore nell’archivio.

Tiziana l’indomani, dopo la prima ora di lavoro entra nel mio bugigattolo.

«Senti Samuele, l’hai preso il caffè?»

«… Sì, prima di uscire di casa, alle sei e mezza. Perché?»

«Beh, perché non è che proprio ti devi ammazzare di lavoro… magari prima di iniziare vatti a prendere qualcosa al bar, no? Insomma, prenditi delle pause.»

«Ti ringrazio, ma non c’è problema. Non è così massacrante. Poi il caffè normalmente io lo prendo fuori dall’orario di lavoro.»

«Allora… diciamo così. Diciamo che è meglio per tutti se non fai troppo… anche per i colleghi… non è sempre bene fare vedere che si lavora tanto. Magari ecco, non farti vedere dal primario che stai nel corridoio, però insomma, fai con calma.»

«…»

«Comunque io ora sto uscendo. Sai, scrivo tesi di laurea, come secondo lavoro. In teoria dovrei essere reperibile qui, ma tanto non controlla mai nessuno. Gli altri ragazzi comunque sanno sempre dove trovarmi se serve. Ci vediamo più tardi.»

«Ciao Tiziana.»

Gli altri ragazzi sono trenta persone. La metà sono “soci lavoratori” della cooperativa Santa Maria. Quindi hanno, come me, condizioni contrattuali ridicole rispetto ai dipendenti, che per definizione, non fanno un cazzo.

Questa struttura non solo non ha bisogno di trenta persone, che nel migliore dei casi trasporta fogli bianchi da una stanza all’altra, ma funzionerebbe meglio con la metà dei dipendenti.

Giancarlo è fuori e fa la guardia. E fuma. Due pacchetti di MS al giorno.

«Piacere. Sono Samuele.»

«Ciao. Giancarlo. Sei nuovo?»

«Sì. Sono arrivato ieri. Lavoro per la cooperativa Santa Maria.»

«E che fai qua dentro?»

«Metto a posto l’archivio.»

«Ah, allora sei un intellettuale…»

«Beh, non esattamente. Te invece? Da quanto stai qua?»

«Oramai so du anni.»

«E com’è?»

«Che te devo dì. Io qua ai ponti ce so nato. È un posto così. La gente va in giro col pezzo. Almeno qua sto tranquillo. Io ce abito dentro, a uno dei ponti. Occupo una casa da dodici anni. Ma non c’ho l’acqua calda e il cesso è fuori.»

«Figli?»

«Due. E na moje cacacazzi.»

«Cazzo.»

«Guadagno ottocento euri al mese. Ma almeno so sicuri.»

Con Giancarlo mi prendo i sette caffè al giorno e mi fumo le sette sigarette che ogni ora mi concedo per fare contenta Tiziana e i colleghi.

Mi spiega come è stata la sua vita in questo quartiere che avrebbe dovuto essere un’opportunità della periferia per entrare nella modernità e invece è stato l’ennesimo fallimento della politica. Parliamo della Roma. Della fica. E di Berlusconi.

Lavoro lì cinque mesi. Poi me ne vado a gambe levate.

L’ultimo giorno di lavoro con lui mi prende da una parte.

Mi guarda dall’alto del suo metro e sessantacinque. Da dietro gli occhiali da sole. MS in bocca ciancicando una gomma che mastica da ore.

«A’ secco. Me dispiace che te ne vai. Qua non c’è tanta gente con cui parlare. So’ tutti categorie protette…

Comunque te volevo dì che se vede che nun sei cresciuto pe’ strada. Ma me stai simpatico lo stesso. E te vojo regalà un consiglio.»

Attendo la perla.

«Qua per strada te impari subito che certe cose le poi raddrizzà solo usando le mani. O ‘na lama. E lo capisci subito. Nun ce poi parlà co’ certa gente.» Che gente? Ma a chi ti riferisci?

«Nun le poi spiegà certe cose. Non è che devi menà sempre. Te impari pure quando non devi menà. Ma quando devi menà lo sai. E lo devi fa.»

Dopo tre anni so cosa devo fare a questa festa. So cosa sarebbe giusto. Antisociale, illegale, ma giusto.

Invece continuo a bere champagne Veuve Cliquot.

***

La vita insieme a Ginevra scorre lenta. Abitiamo in affitto in un bell’appartamento luminoso vicino Piazza Vescovio, nel quartiere Africano, una zona infestata dai gruppi neofascisti.

All’inizio la convivenza non è stata decisa. Si è presentata così. Io stavo sempre meno a casa mia, vicino al Verano, con la mia coinquilina Antonella.

Con Ginevra mi sentivo in simbiosi.

Io adoravo passare il mio tempo insieme a lei e Ginevra in quel periodo non stava lavorando, il suo cavallo era rotto e lei aveva bisogno di qualcuno che le riempisse le giornate. Io.

Questa “non decisione” ho scoperto in seguito essere uno dei motivi della sua disistima nei miei confronti. Avrebbe voluto che le dicessi: «Amore, ti amo. Andiamo a vivere insieme», invece che fosse un dato di fatto soltanto da notificare.

Non è che Ginevra abbia torto. È che nella mia valutazione questa cosa non giustifica una furia cieca come quella che ha colpito il nostro rapporto mesi dopo. O forse è la conferma del fatto che non sono un uomo. Ancora non ho deciso.

Comunque con lei ho passato dei mesi in cui sono stato sicuro di essere felice. Lo so.

La mia gastrite aveva smesso di abitare con me. Mi aveva abbandonato. Forse era rimasta nella vecchia casa vicino al Verano.

Mi entusiasma una vita borghese di famiglia in cui la mia famiglia è la mia donna e in cui la mia donna è Ginevra. E per lei cucino. Per lei e per i suoi amici che spesso sono a cena a casa nostra.

Ginevra ama molto come faccio saltare le verdure in padella. Credo che senta una sorta di eccitazione sessuale. Non ho mai capito veramente perché, però credo che faccia riferimento alla figura di uomo che ha in mente.

Adoro andare a fare la spesa insieme alla GS. Lo adoro perché Ginevra la prima volta che siamo andati a fare la spesa insieme è rimasta sorpresa dalla cura con cui scelgo le verdure. E la frutta. È andata in estasi. Adora anche il fatto che mi piace scegliere con lei le scarpe di Rossella Carrara. E scelgo sempre le più belle. E le più costose.

Che poi la GS mi fa schifo perché non c’è mai quello che voglio, ma quelle due ore passate a scarrellare insieme a Ginevra nella GS di via dei Prati Fiscali me le riprenderei subito.

Per mesi nel fondo della mia coscienza sapevo che stavo vivendo una vita non mia. Non che non mi piacesse, in parte. È che non era la mia.

È come quando una volta in palestra ho indossato la giacca di pelle nera lunga fino alle caviglie di un amico metallaro. Non è che non mi stesse bene addosso. Me la sentivo comoda. Ero un figo, solo che non è il mio genere. Io sono più da giacca di velluto a coste… anzi più da pantaloni e maglietta con un disegno sopra. Ecco.

Credo che questo lo abbia capito anche Ginevra. Anzi, credo che per lei sia stato una discriminante importante per il futuro della nostra relazione.

***

Oggi è un giorno speciale. Ho telefonato al mio amico Massimiliano. Lui è un cantautore. È una forza della natura. Un poeta. E oggi esce il suo primo disco.

È il NOSTRO cantante di riferimento. Le sue canzoni hanno segnato un anno di rapporto con Ginevra. Massimiliano è un collante per noi. La sua musica è uno degli ultimi fili che ci unisce.

Ho organizzato il gruppo di amici su facebook per andarci tutti insieme. Le cose con Ginevra non vanno tanto bene. Vanno male. Da stamattina ho capito che non ci sarà il lieto fine agli allontanamenti e riavvicinamenti.

Ma io sono come i latinoamericani. Come i messicani. Gli eroi messicani non sono dei vincenti. Sono dei grandi perdenti. Sanno perdere con uno stile inarrivabile. E la sconfitta è quasi più piacevole della vittoria.

E io voglio un canto del cigno degno di un eroe latinoamericano! Degno di Emiliano Zapata!

Chiamo Massimiliano.

«Massi, ciao.»

«Ciao Secco, come va?»

«Bene. Te? Sei agitato?»

«Un po’, ma sto bevendo. Voglio essere ubriaco stasera.»

«Daje! Senti. Ti devo chiedere una cosa. Ti dico subito che mi puoi pure dire di no.»

«Spara.»

«Stasera. Al concerto. Le cose con Ginevra stanno andando male. Volevo fare un’uscita di scena un po’ teatrale… non è che dedicheresti una canzone a lei? Non serve che dici a Ginevra. Basta che dici ‘a Quella signora’ e lei capisce.»

«Guarda devi sta tranquillo. Su che canzone la vòi?»

«Dove ti pare. Pure in un bis. Sono patetico vero?»

«Sei un innamorato. Stai sereno. Ce penso io.»

Teatro pieno. Quartiere Garbatella di Roma. Il concerto di Massimiliano è una festa. Cori da stadio tra il pubblico. È bravissimo e il suo primo disco prende il cuore di tutti quelli che lo ascoltano. È un grande. Ha la stoffa per sfondare.

Io ho la gastrite. Ginevra è seduta poche file dietro a me. Io sui gradini per godermi meglio il concerto.

Massimiliano è il “nostro” musicista. La mia storia con Ginevra è stata scandita dai concerti di Massimiliano in tutti i locali di Roma, fino in televisione.

Le sue canzoni sono le “nostre” canzoni. Le cantiamo sempre insieme. Ed è l’unico momento di vera unione.

Il concerto finisce. Massimiliano esce di scena. Applausi. Rientra. Bis. Prende in mano la chitarra. Si siede. Parla al microfono.

«Grazie a tutti. (Applausi). Mi chiedo il perché di tanto affetto. Mi hanno chiesto di dedicare una canzone a una persona… che… insomma lei lo sa. È Quella Signora…»

La gastrite si espande, come l’universo. So che non è servito a niente. Ma è stata una delle cose più belle e coatte che ho mai fatto per una donna. Sono un grande! Sono un poraccio. Sono un tamarro. Questa pietra miliare rimarrà per sempre. O giù di lì…

Grazie Massi.

Le conseguenze delle proprie azioni. II.

Svegliarsi da solo in una stanza vuota. Legato.

Svegliarsi con i postumi di una sbornia senza aver bevuto un goccio.

Svegliarsi col sapore di sangue e succhi gastrici in bocca.

Svegliarsi di sete.

Svegliarsi dopo aver bevuto un bicchiere di sabbia.

Mi avete menato. bastardi.

Mi avete gonfiato di botte. Merde.

Mi avete fatto svenire. Rotti in culo.

Bravi. Tre contro uno so’ capaci tutti.

La stanza è vuota. Mi hanno lasciato da solo. Finalmente.

Mi sono pisciato addosso prima di addormentarmi. Prima di svenire. Ho le braghe bagnate.

Mi avete fatto pisciare addosso.

Mi viene da piangere brutti stronzi fascisti.

Fascisti. Che cazzo vuol dire qui?

Mi avete fatto morire di paura, pezzi di merda mangiatacos del cazzo!

Mi avete lasciato qua. Senza dire un cazzo. Senza parlare. Dopo avermi pestato.

La finestra dà su una strada deserta. Che cazzo di ore sono?

Voglio un po’ d’acqua. Non come prima però. Da bere. Ho sete.

Basta co ‘ste cazzate da dittatura latinoamericana! Perché sentite la necessità di confermare ogni cazzo di cliché possibile? Non è squallido?

Ho sete.

http://www.carmillaonline.com/archives/2010/12/003728.html#003728

Radical Shock. Una storia sinistra. [su Carmillaonline.com]

Alla Causa! (e all’Effetto)
Alle donne della mia vita

Commensalismo
Relazione simbiotica tra due specie in cui una delle due risulta beneficiata, senza danneggiare né beneficiare l’altra.
Mutualità
Relazione simbiotica tra due specie nella quale entrambe vengono beneficiate.
Parassitismo
Relazione simbiotica tra due specie in cui una risulta beneficiata e l’altra danneggiata.
Simbiosi
Rapporto di associazione permanente tra due organismi di specie diverse, in cui almeno uno dei due ottiene un beneficio (mutualità), un danno (parassitismo) o rimane indifferente (commensalismo).
(Enciclopedia Britannica per ragazzi)

«Nutro una morbosa attrazione nei confronti delle donne disperate; mi lascio commuovere dalle loro disgrazie e finisco per schierarmi dalla loro parte.»
«Dalla parte delle donne?»
«No. Delle loro disgrazie…»

(Jaime Avilés)

«Occorre essere attenti per essere padroni di se stessi»
(Consorzio Suonatori Indipendenti)

Capitolo Uno. Oroscopo.

La mia finestra si apre sul cimitero del Verano.
Sotto di me il traffico si è svegliato rabbioso dall’alba.
C’è puzza di asfalto bagnato. E afa.
Si prospetta una giornata di sudore appiccicaticcio addosso.
Un posacenere stracolmo di mozziconi e la bottiglia vuota di chinotto mi ricordano la mia nottata.
Otto puntate di fila di Lost. Occhi rossi, senso di colpa strisciante. Mi viene da vomitare, come ogni mattina.
Prendete tempo per realizzare i progetti importanti e intanto cercate di convincere non solo con la razionalità ma anche con il buon senso e la percettività. Dinamici ed eclettici, saprete conquistare l’amore e la fortuna nell’attimo fugace del presente. DECISI.
Le stelle sono favorevoli.
Secondo Pina Catulli, astrologa del mio settimanale femminile di riferimento, ci sono ottimi segnali che tutto vada per il verso giusto. E io le credo.
Le devo credere perché da qualche settimana l’oroscopo delle riviste più rassicuranti è diventato il mio unico e incrollabile appiglio per non venire risucchiato dallo sconforto.
Ho bisogno di sentirmi dire che “è tempo di inizi”, esigo che quando i miei amici mi parlano usino termini estremi come “dinamico”, “percettività” o che facciano riferimento a situazioni idilliache come “rapporti densi di significato”. Sento il bisogno di credere che “l’amore coniuga mente e cuore” e pensare a “nuove love-story, in un crescendo ROSSINIANO”!!

Sono il figlio degli anni ’80. Ieri mio padre mi ha telefonato:
«Senti, comunque ti volevo dire due cose. La prima è che tua sorella ti cerca perché ha bisogno che la aiuti a montare la nuova libreria di Ikea…
Oh, poi ti ricordi quando da bambino volevi qualcosa e te la compravamo e ti abbiamo convinto che tutto è a alla tua portata e che nessun obiettivo ti è precluso? Che potevi realizzare qualsiasi sogno, che sei una persona speciale? Beh, non era vero un cazzo! Buona vita!»

Oggi ho quasi 30 anni. Sono un precario della vita. Sono precario da quando ho memoria. L’idea di un contratto a tempo indeterminato mi fa venire la psoriasi e le crisi di panico.
Da quando la mia ultima donna ha deciso di non voler più avere a che fare con me perché non mi stimava più, ho cominciato a pensare che forse per tutto questo tempo mi sono un po’ sopravvalutato.
Ma non con l’atteggiamento della vittima, di quello che si dice «beh allora non valgo un cazzo» ma poi sotto sotto pensa «in realtà sono un genio incompreso e amo sentirmi dire che sono fantastico».
No. È che proprio mi sopravvaluto.
La mia socializzazione primaria, nei ruggenti anni ’80 mi ha fatto sviluppare delle aspettative su me stesso che l’andazzo degli anni ’90 avrebbe dovuto già smorzare.
Invece cieco e sordo ai segnali che le stelle inviavano a me e a quelli come me ho deciso, arrogante, di rilanciare e sognare. Di considerarmi un eletto destinato a lasciare il segno.
Io sono il migliore.
E tutta questa presunzione mi ha accompagnato nella mia crescita malsana.
Mi immagino a volte, quando lascio vagare la mia mente dopo ore di alcol e serie televisive, prima di addormentarmi, il mio destino personificato in un nano sadico che alimenta le mie illusioni. Poi si nasconde dietro gli angoli della vita con una mazza in mano e mi vede arrivare e se la ride.
E pensa, sganasciandosi «Oddio che risate appena gira l’angolo e me lo inculo! Chissà che faccia che farà.»
E regolarmente giro gli angoli e il nano mi incula e ride. Ma io imperterrito continuo a illudermi che legnate e fallimenti siano solo delle prove che la vita mi ha messo davanti per farmi crescere ancora più luminoso e vincente, quando non sono altro che ripetute conferme di un destino feroce e incattivito.
E il nano poi piano piano si trasforma, rivela la sua vera faccia: è un sessantenne. La generazione dei nostri genitori ci ha inculato e continua a incularci.
Ha scavato la fossa dove ora noi, in un mare di merda, sguazziamo.
Ci hanno abituato a un mondo che per noi era eterno e che invece è durato meno di due decenni. Un mondo dove tutto era possibile, dove tutti avevano la possibilità di essere speciali, dove saremmo stati tutti dei numeri uno!
E oggi ci dicono che è colpa nostra. È colpa nostra non esserci ribellati quando avevamo 6 anni.
Avrei dovuto fare lo sciopero dei giocattoli.
Avrei dovuto dire ai miei genitori di smetterla, che mi stavano costruendo con lima e scalpello il grosso tronco che oggi ho nel culo.
E io inizio a preoccuparmi di queste cose ora. Con un ritardo drammatico!
Ho sempre mentito a me e agli altri. Non sono un eletto. E la mia vita non è affatto luminosa.
Mi consolo perché me ne sono accorto relativamente presto, mentre tutti gli altri ancora sperano di realizzare il loro sogno di bambini degli anni ’80. Io ora so. E vivo meglio.
Ho trovato i miei punti fermi nelle immagini rassicuranti del paradosso. Negli oroscopi. Dei tiepidi consigli assennati color pastello. Non li disprezzo più. Chi li scrive anche se non sembra, sta facendo del bene. Illude mandrie di uomini e donne senza speranza. Alimenta illusioni basate sul nulla, ma mantiene viva una speranza ovattata.
La verità è che la gran parte di noi è condannata alla mediocrità ma è stata socializzata al successo.
Mi preoccupo ma in fondo non faccio nulla. Striscio nella vita perché così facendo è difficile cadere.
Dice: «Strisci così non cadi.»
«Eh però cazzo passo la vita a strisciare!»

Entra nella mia stanza Antonella, la mia coinquilina. Metto in pausa la puntata di Dexter. Mi giro una sigaretta mentre lei si siede sul letto.
Io nella mia poltrona nera da direttore di banca attendo le sue parole. Ha qualcosa da dirmi ed è sicuramente qualcosa di interessante. Antonella riesce a sorprendermi sempre.
È una delle poche persone che mi fa sentire sempre un passo indietro a lei. La adoro.
«Da una recente ricerca americana è emerso che le donne che hanno visto molte volte film come Pretty Woman, Ghost, Notting Hill, Dirty Dancing e via dicendo, in genere hanno rapporti sentimentali più disastrosi.» Ha la voce acuta, da saputella. Ma la sua espressione è così gioviale che riesce solo a risultare più simpatica. E più convincente.
Antonella continua: «Praticamente hanno in testa un ideale di uomo e di coppia che non esiste e continuano a distruggere i rapporti che hanno perché non sono mai uguali al loro paradigma.»
«Anto, tu sei un genio!»
Sorride soddisfatta e mi guarda dall’alto del suo metro e sessanta scarso. Sembra un manga. Ha due treccine legate da nastrini colorati.
«Sì, in effetti l’ho sempre sospettato, ma non avevo gli elementi per provarlo.»
«Che sei un genio?»
«No, la teoria sui film americani…»
Antonella è una socio-antropologa. Non fa mai affermazioni azzardate senza avere almeno uno straccio di prova per poter ancorare la sua argomentazione. È una macchina!
«Cioè mi stai dando ragione sulla mia teoria basata sul nulla, sulle donne e quello che si aspettano da noi uomini?? E per di più con un SOLIDISSIMO STUDIO AMERICANO!?»
«Sì. Perciò goditi questo momento. Girami una sigaretta e versami un bicchiere di chinotto. Please.»
Eseguo soddisfatto.

***

Mi chiama Fausto.
«Senti Samuele, stasera siamo imbucati a una festa a San Paolo, ti va?»
«No grazie, davvero, preferisco starmene a casa, vedere qualche puntata di OZ o di Lost… magari un’altra volta.»
«Sei un fallito, sono mesi che stai chiuso in casa tutte le sere a bere e a vederti le serie televisive. Mi fai schifo. Passo a prenderti tra venti minuti. Vestiti che lo so che stai in pigiama».
Fausto mi passa a prendere 18 minuti dopo con la sua solita espressione divertita sul viso. So che sto facendo una cazzata. So che quello di cui ho bisogno in realtà è spararmi sei ore di serie televisive senza sosta, fino a quando, stremato, sento i primi autobus passare sotto la finestra di casa, il segnale per franare sul letto perennemente sfatto. Ma come tante volte cedo alla mia stronzaggine e vado con lui.
Già dalla festa avrei dovuto capire tante cose. Il cast di una fiction televisiva di successo che si riunisce su una terrazza romana a cantare.
Noi: imbucati.
Personaggi della televisione noti, con le loro vite radical chic.
Noi: due poracci.
Ma non mi sento fuori luogo.
Ho sempre provato attrazione e disgusto per i radical chic romani. Rampolli di una ricca borghesia illuminata, che ha colonizzato tutti gli spazi della cultura, dell’informazione, dell’intrattenimento “di qualità”.
Ci sono cresciuto in mezzo fin da piccolo, senza mai esserne davvero parte. Ho imparato a conoscerli, a sapermi comportare, salvo poi sentire il bisogno di prenderli in giro e rendere visibile la loro follia cattiva e ipocrita.
«Ciao, io sono Margherita. Tu?»
«Ciao, sono Samuele. Piacere. Che bella festa.» Margherita è roscia. Ha un bel sorriso. «Tu che fai?»
«Io sono aiuto regista.»
«Pensa… che lavoro interessante.»
Poi mi viene presentato un maschio trentacinquenne. Probabilmente lui appartiene alla casta degli “autori”. Si vede dallo sguardo di sufficienza e dalla presunzione che emana.

«E insomma che fai nella vita?»
«Beh, è difficile da dire… in questo periodo lavoro con i rifiuti e con i rom. Che poi pure loro li trattano tutti come rifiuti… Studio l’economia popolare legata al riuso…»
«Davvero?? Che interessante!!» Sguardo vuoto, chiede pietà. Non vuole veramente sapere di che si tratta.
Osservo lo sguardo stupito, imbarazzato e incuriosito del mio interlocutore mentre gli descrivo il mio improbabile lavoro del momento. È una sensazione impagabile. Per pochi secondi sento un brivido sulla nuca, e trovo un senso alle delusioni e ai lavori paradossali che mi ritrovo a fare.
«Beh, è un lavoro come tanti, ne avrai fatti anche tu di assurdi. No?»
Sguardo fuori campo. «Va beh, cantiamo?»

In questo periodo sto lavorando per un’associazione che si occupa di rifiuti: umani (i rom) e non (l’immondizia vera e propria). Facciamo studi di economia popolare legata al riuso, i cui principali attori in Italia sono gli zingari. Poi c’è un laboratorio che produce oggetti di design e abbigliamento fatti con gli scarti. Non ho un contratto, e negli ultimi otto mesi di lavoro ho guadagnato 800 euro. Il lavoro è molto bello.
Avere a che fare tutto il giorno con rom e rigattieri è entusiasmante. Vedo il mio mondo da una prospettiva ribaltata. A volte faccio il giro dei secchioni dell’immondizia insieme a Humiza, una rom Khorakanè di Roma nord. Smucinare nella monnezza ti fa capire molto di te. È un po’ come guardarsi allo specchio. Uno specchio che puzza parecchio.
È un libro aperto di cui si deve solo imparare la grammatica.
Gli scarti che produciamo fanno un quadro molto preciso di chi siamo.
Ci sono zone della città in cui i rifiuti sono in ottimo stato, oggetti di marca, rivendibili nei mercatini abusivi dei rom come se fossero nuovi.
In altre zone i rifiuti, soprattutto gli ingombranti, hanno più di 30 anni. Merce che diventerà rarità vintage nei negozi dei rigattieri di via dei Coronari, dopo essere passata dai banchetti dei rom, a quelli del mercato di Porta Portese, fino appunto ai negozi ultrachic del centro.
Nel resto del tempo lavoro quando capita come traduttore o correttore di bozze, ma la mia aspirazione vera è il giornalismo.
Da cinque anni faccio il freelance, un modo elegante e straniero per dire precario.
Nella gran parte dei casi scrivo per giornali, riviste o radio “a titolo gratuito”.
Telefonata tipo con un redattore di un settimanale nazionale.
«Salve, mi chiamo Samuele Callegari sono un giornalistafrilenz, ho un reportage da proporre sui paramilitari colombiani.»
«Ah, ottimo. Di che si tratta?»
«Beh, le confessioni di un giovane paramilitare che torna a casa dalla caserma mentre parla con una donna ex guerrigliera che cerca di convincerlo che il suo lavoro è sbagliato e dovrebbe smettere…»
«Mmm»
«…i due viaggiano insieme su un autobus e si parlano in un clima surreale, poiché lui potrebbe arrestarla in qualsiasi momento e lei ha visto ammazzare la sua famiglia dai paramilitari… ho anche le foto».
«Certo, certo… mi sembra interessante. Senti. Sai che qui le collaborazioni sono a titolo gratuito, vero? Diciamo che ti diamo la possibilità di far leggere il tuo articolo su un giornale nazionale. Che te ne pare? Ti può andare bene? Sai, abbiamo poche risorse, la legge sull’editoria, la crisi…»
«Sa, non vorrei offendere, però io ci ho lavorato parecchio su questo pezzo, sono stato in Colombia a spese mie… vorrei provare a piazzarlo meglio.»
«Come vuoi. Questa è l’offerta migliore che riceverai, comunque. In bocca al lupo.»

Da giorni sto chiuso in casa, come mi rinfaccia Fausto.
Il fatto è che il mio lavoro è ricco di soddisfazioni umane e professionali, ma è anche inadatto alla sopravvivenza. E il giornalismo è chiaro che è un hobby che non posso più permettermi.
E ora sono seduto su un terrazzo circondato da attori, registi, autori della tivvù a cantare.
Da qui sopra si vede benissimo il campo rom dove lavoro tutti i giorni. Magari faccio uno squillo al mio amico zingaro, Zoran (detto Zorro) e gli dico di salire con un paio di amici suoi. Magari no.
È proprio qui sotto, vicino alla metro San Paolo, eppure è lontano anni luce dalle persone di questa festa. E da me in questo momento.
«Hai visto che abbiamo fatto bene a venire? Ti stai divertendo» mi dice Fausto.
«Beh, non c’è male. È pieno di gente famosa e spensierata. Proprio quello che volevo.»
«La fai finita di lamentarti sempre e di fare il cacacazzi? Ti credo che poi le donne non ti reggono. Sei sempre così pesante. Fatte ‘na cantata e non rompere i coglioni!»
«Allora lasciami cantare, che è meglio.»
Lasciami cantare, Fausto. Adoro cantare. Ma oltre a piacermi molto ho un problema: sono costretto a imparare a memoria i testi delle canzoni. DEVO farlo. Non tollero l’idea di non sapere le parole. Proprio mi disturba a un livello epidermico non sapere alla perfezione le parole delle canzoni. Mi sento male. E canto qui, in mezzo a sconosciuti, incappucciato per il freddo del terrazzo. È il dieci aprile ma fa freddo.
A fianco a me è seduta Ginevra Mischianti.
La conosco da sempre, anche se lei non conosce me. La televisione fa questo effetto quando sei un telespettatore.
Volevo fare l’amore con te da quando avevo diciotto anni. Mi sei sempre piaciuta. Ora sei qui che canti con me. E mi guardi. Sorridi. Forse. Comunque nella mia testa mi sorridi e io sorrido a te. So che io e te abbiamo un link.
Stiamo vivendo esattamente quel momento che non si riesce mai a definire. Il momento in cui ti rendi conto che la persona che hai di fronte è nella sceneggiatura della tua vita. Lei ancora non lo sa. Non lo sai tu. È assurdo pensarlo ma in fondo è così. Non si scappa. È una sensazione fisica, come un attacco di gastrite. La gastrite è un po’ la mia unità di misura delle cose belle e brutte della vita.
Il nostro primo dialogo è stupendo. Sono le parole delle canzoni che cantiamo. Insieme. Comunichiamo solo con questo. Nessun altro argomento. Solo unione di intenti nel riprodurre al meglio una canzone. Provo godimento vero.
Voglio non conoscerti.
Voglio continuare a godere con te senza sapere che mi farai male. Senza deluderti.
Solo sorridere e cantare.