Radical Shock. Unas storia sinistra. Capitolo otto. Que viva México!

Otto. Que viva México.

Con la capacità di cambiare idea e di adattarvi ad ambienti diversi, rompete gli indugi e puntate più in alto intravedendo nuovi sentieri. Più del presente è la visione del futuro a intrigarvi, mentre fate quadrato intorno a frequentazioni selettive. ADATTABILI.

Sono in Messico da un mese e non ho concluso niente. Mi trascino da una parte all’altra della città e SO che non serve a nulla.
Ho ingegnato un sistema di sussistenza che mi potrebbe permettere di dedicarmi alla scrittura e alla mia inchiesta.
Funziona così: affitto un appartamento di tre stanze. Luminoso. Con i muri colorati. Con molte piante grasse.
Mando un messaggio collettivo a tutti i miei contatti di facebook. «Si offre multiproprietà a Città del Messico, zona Coyoacan. Il costo è di 10 euro a testa al mese.»
I dieci euro al mese garantiscono una settimana a Città del Messico, vitto e alloggio e un po’ di scarrozzamento per i luoghi interessanti della città. Io faccio da housekeeper.
Voi mi garantite la sopravvivenza e io vi curo la casa mentre non ci siete.
Per ora hanno risposto in tre. Ma ancora non hanno mandato gli euri. Mi sa che non funzionerà.

Intanto il mio progetto di inchiesta è a un punto morto.
Vivo in casa di un’amica, in una stanza con il materasso per terra, le valigie piene di vestiti e un toro di cartapesta grande come un alano.
Quando uno parte per cercare fortuna io me lo immagino sempre con una valigia di cartone e una giacca e un cappello.
Io sono partito con un Mac, una macchina fotografica e un paio di Birkenstock infradito.
Non sono proprio credibile.
Sto cercando lavoro. Nel frattempo scrivo diari di ventenne su una rivista femminile patinata e vado avanti con la mia inchiesta.
Siccome non piove da qualche giorno è arrivata una comunicazione del condominio. Chiudono l’acqua per tutto il fine settimana, quindi si pregano i condomini di usare quella che rimane nelle cisterne con discrezione. E solo per il bagno.
Io e Silvia saremo costretti a fare la danza della pioggia affinché Tlaloc, il dio azteco della pioggia, ci dia ascolto e faccia la grazia.
Poi ho ricevuto un messaggio da Roma. La mia professoressa di lettere del liceo va in pensione. E ci sarà una cena con tutte le vecchie guardie della sezione D del liceo Mamiani di Roma. Un liceo obiettivamente radical chic.
In molti abbiamo risposto che ci troviamo lontano dall’Italia e che purtroppo non potremo partecipare alla celebrazione di una donna che è stata importante nelle nostre vite. Non sempre positivamente. Gli emigranti più fortunati sono all’estero per dei lavori meravigliosi, spediti dall’azienda a colonizzare il mercato con la creatività italiana. Molti di quelli che sono rimasti a Roma sono riusciti a integrarsi agevolmente nella macchinaschiacciasassiRadicalChic.
Alcuni di noi invece esternalizzano il loro fallimento all’estero, dandosi un tono da cittadini del mondo.
Il flash nel decennio dei novanta causato dall’invito a cena di vecchi amici mi distoglie dal mio obiettivo. Osservare questo paese. Succhiarne l’anima. E truffarne la gente. Sono un camaleonte con pessime intenzioni.
Oggi per strada c’era un uomo che mi ha ricordato tutto questo. Mi ha riportato coi piedi per terra e ha risvegliato in me il fuoco rivoluzionario. Era un vecchio vestito con gli abiti e il cappello della Revolución di Villa e Zapata. Con tanto di cappello. Chiedeva l’elemosina su Avenida Francisco I. Madero.
Siamo in una botte di ferro.
Di pioggia non si vede una goccia. Tlaloc ha altro a cui pensare. O non ha gradito la nostra danza.

Ho visitato dieci negozi che fanno capo al Percorso per un’Esistenza Migliore in varie zone della città.
Sono negozi che vendono fiori di Bach, libri sui fiori di Bach e biografie del dottor Bach. Ci sono tutti i testi sacri dell’organizzazione. Le commesse sono tutte molto gentili e pronte a spiegarmi quanto sia utile il ricorso a questi piccoli fiori miracolosi, da cui si ricavano oli ed essenze.
Se voglio posso sottopormi ad una prima visita gratuita per equilibrare la mia rabbia, o la mia depressione, o la mia gelosia.
Ci sono anche corsi che ti insegnano ad utilizzare l’energia del cosmo. Sono certificati dal Percorso per un’Esistenza Migliore e dal centro di ricerca che ha sede a Roma.
Anche le visite nei centri di applicazione energetica sono gratuite. Non sostituiscono la medicina tradizionale, ma sono piuttosto un supporto a quest’ultima. Così dice Lupita. E devo ammettere che riesce a essere alquanto convincente.
Nessuna delle commesse dei centri Percorso per un’Esistenza Migliore mi sembra un criminale. Vengo sempre accolto con cordialità e professionalità. È un buco nell’acqua.

«Come è possibile che non trovi un cazzo? è un mese che stai là!»
Giorgio sembra più brutto in videoconferenza.
Il grandangolo della webcam gli deforma la faccia e lo fa assomigliare a un personaggio dei racconti di Lovecraft.
«Giù, che ti devo dire? Qua è tutto normale. Ogni sede di Percorso per un’Esistenza Migliore è un centro benessere new age. La gente mi sorride, fanno i loro discorsi assurdi sulla salute, sull’energia e sulla guarigione con l’imposizione delle mani. Non hanno niente da nascondere e io giro a vuoto. Ne ho visti dieci e sono tutti a posto. Mi sa che ho sbagliato qualcosa.»
«Stai nella merda direi.»
«È un modo per dirlo…»
«Io quelli di Mondo Oggi li posso mettere in pausa, ma non all’infinito. Se non gli proponi il reportage passano ad altro. E tu ti ritrovi col culo per terra.»
«Oh certo che è proprio un sollievo parlare con te, cazzo. Una vera iniezione di ottimismo.»
«Sai che io non so mentire.»
«Vaffanculo, almeno taci.»

***

Il mio primo incontro con Fernando avviene al mercato di Tepito. Me lo presenta Serapio. È un suo “conoscente”.
Fernando è piccoletto, smilzo, potrebbe avere meno di quarant’anni. Tipo “fascio i nervi”. Gel in testa, pantaloni gessati, camicia viola/nero/cangiante. Scarpe lucide.
Fernando dice di fare l’imprenditore. Un imprenditore con una cicatrice che gli disegna una lunga lacrima sulla guancia sinistra. Sorride spesso. La sua bocca sorride spesso. Gli occhi invece non sorridono mai. L’esatto contrario di Tintan, il suo “accompagnatore”. Tintan non sorride mai, ma i suoi occhi sono costantemente sorridenti. Ma anche un po’ tristi.
Tintan si chiama così perché somiglia a un famosissimo attore comico e cantante messicano degli anni ’50.
In realtà si chiama Germán, ma nessuno lo chiama col suo vero nome da anni.
Un metro e novanta. Baffi neri, jeans, maglietta e gilet di pelle nera. Guanti senza dita, neri.
È la guardia del corpo di Fernando. Fernando non fa un passo senza di lui.
Tepito è un posto strano. È un mercato di ambulanti. È enorme. Interi isolati pieni di folla tutti i giorni. I banchi sono per strada e si vende e si compra di tutto.
«Qui puoi comprare tutto, tranne la dignità. Quella o ce l’hai o non ce l’hai.» esordisce Fernando.
Si vende e si compra di tutto tranne la dignità.
Siamo qui perché Serapio ha non ho capito che affare da sbrigare con Fernando. E ora lui, sapendo che sono un giornalista italiano, ha insistito per farci fare un giro panoramico del suo regno.
Il suo regno è un mercato degli ambulanti nel centro della città. Un mercato che si estende per venti isolati. Una città di ambulanti nella città. Con giri di affari di milioni di dollari l’anno.
«Io sono cresciuto per strada. Ho passato pochissimo tempo dentro una casa in vita mia. A quattordici anni ho deciso che dovevo essere un capo. E ho cominciato a combattere per il mio territorio. Mi sono guadagnato il rispetto con il coltello.»
«E quanto ci hai messo a diventare capo?»
«Quattro anni. Dopo quattro anni una fettina di Tepito era mia. Bisogna avere costanza. E credere nel proprio progetto. Bisogna fare un passo alla volta.»
«Parole sante!»
«Poi mi hanno regalato un libro. L’unico libro che ho letto. È la mia bibbia.»
«E che libro è?» Ti prego, non dirmi che è la Vera Via…
«Il Padrino. Lo conosci?»
«Cazzo, sì!»
«L’ho letto e riletto. È un manuale perfetto. Io sono anni che cerco di essere come Vito Corleone.»
Sto passeggiando per un mercato infinito nel centro popolare di Città del Messico con un boss mafioso che si ispira a Vito Corleone e con il suo gorilla/cantante.
Ci fermiamo a mangiare qualcosa. Faccio per pagare e la signora che fa i tacos, con la sua retina sui capelli e il grembiule azzurro mi ferma immediatamente. Io sto con Fernando e quindi non pago. È tutto offerto dalla casa.
Mentre comincio a mettere la salsa verde sulla mia colazione con il cucchiaino di legno, a venti metri da me sento dei tafferugli. Mi giro. Tintan si materializza tra me e Fernando. Stanno rapinando un turista con una pistola. Sono le undici di mattina e il mercato è pieno di gente e un ragazzino che non avrà più di diciassette anni punta un ferro in faccia a un turista a occhio e croce tedesco.
Il rapinatore gli porta via portafogli e macchina fotografica e sparisce tra la folla. C’è un po’ di confusione ma i miei nuovi amici non si scompongono minimamente. L’azione dura meno di due minuti. Il turista è sconvolto e cerca di farsi aiutare da qualcuno ma è evidente che non ha alcuna speranza, soprattutto se continua a vestirsi con quella Lacoste a maniche lunghe color malva e quei pantaloncini beige. Semplicemente non doveva essere qui. Non doveva avere con sé tanti soldi e non doveva portare al collo una macchina fotografica.
Ha sbagliato lui.
Tintan mi guarda serio. Fernando sorride.
«Tu la macchinetta te la puoi portare. Finché stai con me o con Tintan puoi andare in giro con le banconote appese addosso e nessuno ti darà fastidio.» Ho un brivido che mi parte dalla base della nuca. E non è di piacere.
«Ah, bene! Come una statua della madonna.» Rispondo. Ora sono proprio sollevato, cazzo!
Fernando e Tintan rimangono perplessi per qualche secondo. Mi guardano fisso. Poi scoppiano a ridere. Rido anche io. Che cazzo mi rido?
So’ dovuto venirci in Messico per diventare amico di un criminale!
La nostra passeggiata continua. Solo che ora mi accorgo che Serapio da un pezzo non è più con noi.
Meno male che sono in buona compagnia.

***

Raggiungo a piedi Serapio alla redazione della Jornada, in Avenida Cuauhtémoc 1236, nella centrale Colonia Santa Cruz.
Lui scende con la solita calma. Lo sguardo è beffardo e ha una luce strana negli occhi. Non capisco mai se mi prende in giro o no. Ci incamminiamo verso la colonia Juárez.
«Stasera ti porto in un posto speciale, hermano.»
Sorride nella sua faccia da cane irresistibile.
Il posto speciale si chiama Catedral de la Quebradita.
Pavimento di legno coperto di segatura, uomini vestiti da rancheros con camicie bianche, stivali di coccodrillo e cappello da cowboy. Si balla la quebradita, un ballo del nord. Molto acrobatico. La donna viene acchiappata dall’uomo dalla cintura appena sopra il culo. L’altra mano tiene la mano. A quel punto la donna diventa una molla che l’uomo fa saltare in tutti i modi che la mente umana riesce a immaginare. Sopra la testa, sotto le gambe, intorno al corpo. Le ragazze sono dei manichini dinoccolati.
Ordiniamo della birra e ce ne portano un secchio pieno.
Le regole per ballare: si possono invitare le donne altrui chiedendo il permesso all’accompagnatore. Se l’accompagnatore è d’accordo si balla. Se non è d’accordo si fa a botte.
Più si beve più è facile fare a botte. Un ambiente divertente per passare una serata in allegria. Soprattutto se non si va accompagnati da una donna. In questo caso crollano drasticamente le possibilità di scatenare una rissa. Rimangono alte le probabilità di venire coinvolti in una rissa altrui.
Al terzo secchio di birra la mia faccia è un ghigno. Serapio non sembra particolarmente ubriaco. Non c’è nessuna rissa in vista.
Decidiamo che non è serata. Sto posto speciale ci ha un po’ deluso. Cambiamo locale.
Il prossimo si chiama Route 66. Un bar dove suonano un buon blues nella Condesa. Serapio è un cliente abituale. Tutti lo salutano e lo trattano con rispetto.
Il mio amico è uno che vive la notte, ma è pur sempre un editorialista importante della Jornada.
Mi accomodo sullo sgabello.
«Forte Fernando… dove l’hai beccato uno così?» chiedo a Serapio.
Sorride per un attimo distratto. «Hehe. Non è male eh? A molti potrebbe sembrare un po’ sopra le righe. Molti giornalisti patinati non sanno nemmeno dove trovarlo uno così. Ma devi capire che in questo mestiere è importante conoscere tutti. Poter parlare con tutti.»
«Certo. Ne sono convinto. Però devi ammettere che Fernando è un po’ inquietante…»
«Fernando è un volpone. Gli ambulanti a Città del Messico sono una potenza economica e politica. È fondamentale saperci avere a che fare. I suoi modi e il suo aspetto però non ti devono ingannare. È capace di cose terribili se vuole. E quindi è meglio rimanere in buoni rapporti.»
«Non ho dubbi. Spero solo di non litigarci mai.»
«Lo spero anch’io per te. È uno irascibile.»
Quando parlo con Serapio mi sento sempre un po’ a disagio. Ti guarda sempre come se quello che dici fosse estremamente serio. O anche estremamente stupido. Ecco la sensazione è che questi due pensieri gli passino per la testa contemporaneamente.
Ma ora che lo conosco un po’ credo che il vero legame che ci unisce è il nostro rapporto con le donne.
Da giovane Serapio ha intervistato García Márquez, e quando gli è capitata questa occasione ha invitato quella che era la sua ragazza del momento.
Voleva fare colpo su di lei. La prima cosa che gli era venuta in mente era portare la sua donna all’intervista. Farle conoscere il Gabo. Farsi bello agli occhi di lei.
È esattamente lo stesso approccio che ho io.
L’altro tipo di uomini è quello che avrebbe cercato di farsi bello con il Gabo per ottenere qualche beneficio personale. Magari lavorativo.
Invece quelli come noi no. E poi ci ritroviamo insieme in un locale a bere J&B.
E allora ascolto gli aneddoti e le sventure di Serapio. E guardo il suo sguardo illuminarsi quando parla di ognuno dei suoi amori impossibili.
E ogni amore è un brindisi.
Dopo un’ora di racconti di donne Serapio cambia argomento all’improvviso.
«Senti, ti ho portato qui perché il locale è bello, ma anche per farti incontrare una persona. Credo che abbia qualcosa da raccontarti. Dovrebbe arrivare a momenti.»
Un po’ è l’alcol. Un po’ è il torpore che mi ha sopraffatto da qualche tempo. Ma ci metto un po’ a capire di cosa sta parlando Serapio.
«L’inchiesta su Percorso per un’Esistenza Migliore!!»
«Bravo. Urla di più che così ci togliamo il pensiero e rendiamo subito la cosa di dominio pubblico.»
Mi guardo un attimo intorno imbarazzato.
«Ma che dici? Ho girato per un mese in tutti i loro centri. Sono puliti. Non ho trovato niente di niente.»
«Sono puliti o molto bravi a nascondere la sporcizia.»
«Va bene. Sono lucido. Spara. Che hai scoperto?»
«In realtà non ho scoperto nulla, ma mi è capitato di incontrare una persona che forse può darti delle dritte giuste. E questa persona dovrebbe arrivare da un momento all’altro.»
Ordiniamo da bere. Serapio si mette a provarci con un’argentina dagli occhi verdi seduta accanto a noi. È molto bella ed è da sola.
Dopo un’ora scarsa si avvicina al bancone un tizio che sembra giapponese. L’argentina dagli occhi verdi è andata via da un pezzo. Da sola.
Serapio è chino sul bicchiere di J&B come se pregasse e io sono concentratissimo su un bicchiere di mezcal bianco. Il mezcal è un distillato di agave molto raffinato. Molto più raffinato del tequila. Si produce principalmente nella zona di Oaxaca ed è famoso perché in alcuni casi si mette un verme dell’agave da cui è tratto. Che in realtà poi non si tratta proprio di un verme ma di una larva di coleottero, che non aggiunge alcun sapore al distillato, ma è buona da mangiare per chi riesce a finire la bottiglia e anche un po’ esotica.
Il tizio giapponese ha la faccia seria.
Occhiali rettangolari Calvin Klein su un viso rotondo, paffuto. Camicia aperta sul petto. Fisico tracagnotto e compatto.
Mi si avvicina e in perfetto castigliano/messicano mi rivolge la parola, sedendosi sullo sgabello a fianco al mio.
«È occupato questo sgabello?»
«Penso di no.»
«Allora mi siedo.»
«Prego.»
«Vedo che il nostro amico qui è in preghiera…» dice indicando Serapio.
In effetti con la faccia tra le mani, il bicchiere sotto al viso, pieno per metà, immobile sul trespolo, Serapio sembra un monaco zen durante i suoi esercizi di meditazione.
Il giapponese ordina una michelada con birra Victoria. Il cameriere gliela prepara subito.
«Se ti stai chiedendo perché sembro asiatico il motivo è che sono giapponese-messicano.» esordisce il mio compagno di bevuta «Che è una specie di contraddizione in termini, visto che praticamente non ci sono due popoli più diversi l’uno dall’altro come quello giapponese e quello messicano. Almeno secondo me.»
«Forte.»
«E grazie a questo sono riuscito a sviluppare delle caratteristiche diverse dai giapponesi e dai messicani.»
«È molto interessante. Anche se non me lo stavo chiedendo…» Non capisco dove voglia arrivare ma mi sta dando un po’ fastidio il suo modo. Poi ora sorride. E ha un ghigno in faccia che non mi piace per niente.
«Quando sono in Giappone non mi sento giapponese. La gente si accorge subito che non sono di là, anche se i miei tratti somatici sono uguali ai loro. Se ne accorgono da come cammino. Cammino come un messicano. E sto con gli occhi aperti.»
Mi sta proprio stancando questo. «Se potessi arrivare al punto…»
Lui continua come se non avessi proprio aperto bocca. «Invece un giapponese in Messico. Te lo immagini un giapponese in Messico? Nella metro? Come deve essere sconvolto. I giapponesi quasi non concepiscono l’idea di gesti antisociali, tipo rubare un portafogli, o rapinare qualcuno. Te li immagini quando arrivano da Tokyo, enorme come il D.F. ma completamente diversa. Arrivano nel Monstruo e devono sentirsi proprio atterriti.»
Serapio non si muove dalla sua posizione. È una statua di sale. Il nippomessicano invece è vispo. Adesso ride alle sue stesse battute. I capelli coperti di gel come va di moda qui. Indossa dei vestiti costosi ora che ci faccio caso. Non è proprio la prima cosa che guardo.
«Mi puoi dire cosa vuoi da me? Chi sei?» sbotto esasperato dai discorsi etnoantropologici sulle grandi città e le abitudini dei popoli del mondo.
Il mio nuovo amico mi guarda perplesso. Poi si apre di nuovo in un sorriso.
«Sono Akira, il tuo informatore. Mi ha detto Serapio che stavi cercando qualcuno che ti aiutasse a trovare un’entrata per la tua inchiesta. Beh, sono il tuo mastro di chiavi!»
Sono rallentato. Non realizzo subito. Non riesce proprio a convincermi questo nippomessicano sorridente e chiacchierone. Mi aspettavo che un informatore fosse una persona più sobria, più misteriosa, più… cazzo, non lo so, ma non Così!
«E cosa ti ha detto esattamente Serapio?»
«Che stavi cercando qualcuno che ti parlasse in modo più approfondito delle attività del Percorso per un’Esistenza Migliore. Perché pare che da solo tu non riesca a tirare fuori un ragno dal buco.»
«Beh, a parte che non è proprio così… comunque stavo facendo dei passi avanti anche senza il tuo aiuto. Anzi ero arrivato a un punto di svolta.»
«Mi fa molto piacere. Quindi non hai bisogno di me.»
«No. Infatti. Non ho bisogno di te.» la solita arroganza. Piuttosto che ammettere che ho torto mi faccio sfuggire l’unico gancio che ho per fare il mio cazzo di lavoro.
Akira beve con calma la sua michelada.
Una michelada è una bevanda molto rinfrescante che si fa in Messico. È un’elaborazione della birra. Si prende una birra. Si mette in un bicchiere dove c’è del succo di limone, sale e chile in polvere. Sul bordo del bicchiere limone e sale. Le prime volte fa vomitare. Poi ci si abitua ed è buonissima.
Ora Akira sorride silenzioso guardandosi allo specchio dall’altra parte del bancone, dietro le bottiglie di vodka e whisky.
Mi urta doverlo ammettere ma sta aspettando che io torni sui miei passi. Cosa che farò. Ovviamente.
«Va bene. Ammettiamo che quello che hai da dirmi possa interessarmi. Chiaro, non perché non ho niente in mano, ma per completezza dell’informazione. Tu cosa vuoi in cambio?»
Akira si fa serio. Si gira verso di me. Lo sguardo perde l’ironia. Mi fissa.
«Io non voglio niente. Il mio interesse è che si parli nel modo giusto degli affari di Percorso per un’Esistenza Migliore in Messico, e dei suoi rapporti con altre ‘organizzazioni’. Se tu lo farai io sarò contento. Ho un conto in sospeso con questa gente. Mi hanno portato via molti anni di vita. Allora? Che ne pensi? Ti può interessare la mia offerta?»
Sto per rispondere, quando riemerge Serapio.
Ho perso il conto dei J&B (dei jotabé, come li chiama lui alla messicana) che si è fatto ma non sembra per nulla alterato dall’alcol. Anzi sembra molto lucido.
«Forse dovreste parlare con calma. Forse da un’altra parte. Forse con un registratore e forse da sobri. Che dici Samuele?»
Serapio mi spiazza. Ho finalmente trovato qualcuno che mi possa aiutare a fare chiarezza e me ne sto qua mezzo ubriaco in un locale della Condesa a fare la figura del novellino. Quale evidentemente sono.
Akira resta in silenzio.
«Hai ragione Serapio. Credo che sia il caso di fare questa conversazione in un altro momento.»

Fuori dal Route 66 c’è un taxi che aspetta. Saliamo a bordo solo io e Serapio. Akira se ne va a piedi.
Accanto all’ingresso c’è un cane morto.

***

Ho un appuntamento con Akira, a casa sua, nella zona di Tlalpan, a sud della città. Qui vicino c’è uno dei negozi di fiori di Bach che fanno capo a PEM. Ci sono stato pochi giorni fa.

«Ok Akira. Ho acceso il registratore… ORA. Puoi spiegarmi di nuovo come è strutturata nello specifico l’organizzazione Percorso per un’Esistenza Migliore?»
L’appartamento è grande e luminoso. Occupa un intero pianerottolo di un edificio coloniale. L’arredamento è un mix di architettura messicana e design giapponese.
Fa un effetto straniante ma non sgradevole.
Sediamo su un divano comodo color pistacchio.
Akira fa l’architetto. Mi offre da bere un succo di tamarindo. È imbevibile.
«Vediamo. Ho conosciuto il maestro in un momento tremendo della mia vita. Ero molto depresso. Poi è arrivato A. con la sua organizzazione. Mi ha salvato la vita.»
Io guardo a disagio fuori dalla finestra
«Tu vuoi sapere come è strutturata. Il Percorso per un’Esistenza Migliore è un’organizzazione di tipo piramidale.
Gli ordini sono trasmessi dal Maestro direttamente a Sagramolo e lui, in genere via mail, diffonde i messaggi ai responsabili dei gruppi nazionali, che a loro volta li fanno arrivare ai responsabili di gruppi regionali affinché tutti gli adepti possano avere accesso agli ordini-suggerimenti.
In teoria tutti gli adepti potrebbero avere accesso al Maestro, ma si raccomanda di seguire la comunicazione stabilita attraverso la piramide. Solo i capi dei gruppi nazionali, generalmente vecchi discepoli di A., possono e devono comunicare quotidianamente con il Maestro.
I responsabili dei gruppi regionali hanno il dovere di fare rapporto sulla situazione del loro gruppo.»
Akira si muove sulla sedia agitato, cercando di non emozionarsi troppo. Vuole rendere il suo racconto il più chiaro possibile.
Nella sua testa un mondo di emozioni. Le esprime con il linguaggio del corpo.
«Tu facevi parte di uno di questi gruppi?»
«Sì. Io sono stato per cinque anni nell’organizzazione PEM.»
«E da quanto ne sei uscito?»
«Da quasi due anni.»
Il nippomessicano oggi ha un atteggiamento diverso dall’altra sera. È più serio, meno compagnone. Parlare di queste cose lo emoziona ancora.
«Devi capire che per anni il Percorso è stato la mia vita. La cosa più importante. Non è stato facile uscirne. Anzi, è stato molto doloroso.»
«Immagino.»
Non è vero. Non immagino minimamente cosa voglia dire stare per anni dentro un’istituzione totale come questa. Ma sento la necessità di adottare un atteggiamento empatico. Lo faccio per avere le informazioni che mi servono.
Akira non mi fa pena. Non riesce a farmi pena. Fondamentalmente perché in me c’è uno strisciante senso di disgusto per chi si fa abbindolare.
«E come è fatta questa piramide?»
«La cima è composta da A. e da suo figlio Carlo. Carlo sembra un banchiere, ora, visto da fuori. Poi c’è l’altro figlio, Aleph. Lui è meramente decorativo. Intorno a questo nucleo ci sono Claudia Sabelli, l’assistente, compagna e guardia del corpo di A., Sagramolo, che è il responsabile dei gruppi del continente americano e Sante Carocci, il responsabile dell’organizzazione dei gruppi italiani. Un poco al di fuori del nucleo ci sono persone come Marco Santello, che dà il prestigio scientifico al Percorso per un’Esistenza Migliore e qualche altro discepolo danaroso o con un’interessante proiezione del futuro, ma la loro funzione è amministrativa.»
Gente danarosa. Organizzazione piramidale. Mando giù un sorso di tamarindo. È veramente una merda.
Quello che mi incuriosisce è come vengono reclutati gli adepti.
Penso.
«E quindi come vengono reclutati gli adepti?» sembro Gigi Marzullo. Che pena.
«Ah, ci sono diversi modi di reclutare i futuri adepti. Il principale è attraverso quello che gli economisti chiamano il mercato naturale. Ad esempio io dovevo diffondere il libro La Vera Via ad amici, familiari, o invitarli a qualche conferenza o esercizio di gruppo.
Poi quando il mercato naturale si esaurisce il canale più utilizzato sono le conferenze su temi spirituali di moda (come il codice da vinci, il feng shui, il tai chi, lo yoga, ecc.) anche se non hanno nulla a che vedere con l’ideologia del PEM.»
Non riesco a rimanere concentrato. Dalla strada arriva il rumore di un camion che al posto del clacson ha la musica della lambada. Che suona ininterrottamente. Quanto mi piaceva la lambada. Era un ballo onesto.
Akira mi sta raccontando dei momenti importanti e dolorosi della sua vita e io riesco a pensare solo a Kaoma che balla la lambada.
«… E poi ci sono i corsi di IRECA (una brutta copia del Reiki giapponese, salvo il quinto livello chiamato familiarmente lavaggio del cervello), che si strutturano su cinque livelli e attraverso i quali si familiarizza la gente all’ideologia della Vera Via, e con gli Amici della Vera Via, per fargli vedere in maniera sottile, come se non gli si facesse vedere, che dietro ai corsi c’è un gruppo esoterico segreto e un maestro che canalizza l’energia ed è in contatto con la Fonte di tutta la conoscenza…»
Guardo Akira negli occhi. Sono attento.
Hai catturato la mia attenzione finalmente!
Questo modo di far vedere come per caso, senza farlo apposta, è la tecnica che aveva adottato Paolo quando mi parlava della sua setta. Mi vengono i brividi sul collo.
Akira si accende una Camel e sta un bel pezzo in silenzio. Mi guarda. Poi riprende senza che io gli chieda nulla.
«Anche se non c’è un profilo sociale escluso per i discepoli, non sono ammessi drogati né gente con problemi di salute gravi e soprattutto gente che non abbia i 120 euro al mese, la quota che dà la possibilità di essere un cercatore. Diciamo che il profilo del discepolo è giovane, di livello socioeconomico medio-alto, di aspetto fisico sano, vestiti di buona qualità e personalità magnetica e positiva interessata alla crescita personale. Cioè qualcuno che serva da specchietto per le allodole per altre allodole. C’è una sorta di repulsione nei confronti degli intellettuali e di quelli che fanno molte domande, che pensano troppo e “bloccano l’energia”, perché, come insegna il Maestro, “uno è quando non pensa”.
Per questo motivo è necessaria una buona dose di ignoranza e ingenuità e mancanza di autostima per continuare il cammino nonostante tutta la merda che vedi e che ovviamente non puoi giudicare perché se lo fai smetti di essere impeccabile.»
Parla come un divulgatore scientifico. E io sono già stanco di ascoltarlo. Non riesco a mantenere l’attenzione fissa su di lui.
So che è un’occasione importante, ma c’è qualcosa nel suo racconto che mi impedisce di concentrarmi.
«Sai, era molto tempo che volevo raccontare a qualcuno tutta questa storia. È molto liberatorio.»
Sono il suo confessore. Lui si sta liberando. Io mi limito a raccogliere informazioni sul Percorso per un’Esistenza Migliore. Forse è questo squilibrio che mi distrae.
E comunque mi piace sempre meno. Sempre che mi sia mai piaciuto anche solo un po’.

Leggo i miei appunti.
Il reclutamento dell’adepto è la sua fidelizzazione. Si ottiene attraverso minacce più o meno sottili. Al di fuori della Vera Via di A. non c’è nulla e chi se ne va perde la sua unica opportunità. È morto spiritualmente e condannato all’eterno tormento del mondo.
Cazzo.
«Dopo un paio di anni nella Vera Via e aver fatto certi esercizi personali, Aleph ti consegna una parola in arabo chiamata “il segreto”. Mi ricordo bene quel giorno.» Akira suda copiosamente. Si passa le mani tra i capelli ingelatinati. Le mani sudate. Gli occhi si posano sulla ciotola di caramelle sul tavolino di vetro. Gli occhi si posano sulla cima dell’albero fuori dalla finestra. Gli occhi si posano fuori campo. In un punto non identificato del muro dietro la mia testa, in alto a destra.
«È stato un momento di passaggio importante nel mio cammino di non ritorno. E anche una grande minaccia, perché se ti allontani dalla Vera Via dopo che ti hanno dato il segreto “che Dio ti trovi confessato, perché sei peggio che morto”.»
Perfino l’inferno dei cristiani sembra un villaggio Valtour rispetto a ciò che ti può accadere se te ne vai una volta che ti è stato dato il segreto.
Cerco di mantenere l’attenzione focalizzata sul fatto che chi entra in questa setta tragga un beneficio. Ma non mi riesce proprio di immaginare un beneficio basato su queste minacce.
A. è l’unico Maestro Vero che esiste nel mondo in questo momento, e La Vera Via è l’unico Cammino reale.
Uno è quando non pensa, il Maestro è infallibile, mi ricordo dalle mie letture. Esso è infallibile. E fuori del Cammino sei morto.

Uno è quando non pensa.
Il postulato di base si riassume nella consegna “Luce, attenzione, direzione, intenzione”.
Poi c’è l’impeccabilità. In poche parole. Non leggere, non praticare nulla che non provenga dal Percorso per un’Esistenza Migliore, poiché questo ti disallineerebbe. Ti disallineerebbe. Questa parola è stupenda. Akira la pronuncia con dolcezza.
Uno è quando non pensa.
Oh, per un discepolo è importante che guardi dall’altra parte o faccia come se nulla fosse di fronte a eventuali azioni illecite di chiunque dei suoi compagni di cammino, ma soprattutto dei suoi superiori nella piramide.
Sì, perché i membri anziani e i vertici mettono a punto varie truffe e crimini a diversi livelli di illegalità.
Tra i reati più degni di nota: il furto di macchinari, l’intimidazione, il ricatto e la truffa vera e propria, stile Totò che vende la Fontana di Trevi.
Uno è quando non pensa.
Akira è in un delirio logorroico. Io sono confuso. Il succo di tamarindo è acido. Non c’è altro da bere in questa casa?
«Il successo personale è la meta verso cui si orienta la consegna “Luce, attenzione, direzione, intenzione”, e la prova dell’impeccabilità non è altro che la prosperità economica…»
Sta cosa mi ricorda molto Max Weber e la tradizione calvinista: la ricchezza è il segno che Dio è con te, così più ricchezza accumuli, più sei vicino a Dio.
Questa è la chiave del Percorso per un’Esistenza Migliore. La chiave di lettura di tutto è il denaro. Più denaro hai, più stai evolvendo. E più denaro dai al maestro e più ti avvicini alla Verità.
Sono un po’ deluso dalla banalità delle mie conclusioni. Ma la vita in fondo non è un continuo susseguirsi di delusioni e di piccoli successi?
Uno è quando non pensa.
Bisogna guadagnare denaro in qualsiasi modo, più è meglio è, e non importa come, poiché il “come” riguarda l’ego. Sempre riguarda l’ego.
Uno è quando non pensa.
Lo dice il Maestro.
Akira non è più in sé. Questa intervista lo sta devastando.
Ora ride. Ora digrigna i denti.
È zuppo di sudore.
Pausa.
«Senti, magari ora ci prendiamo una pausa, no?» propongo.
«Forse sì. Forse è meglio.»
Va al bagno a sciacquarsi. Ascolto il rumore dell’acqua che scorre nel lavandino. Sento passare gli aerei sopra le nostre teste.
Sono troppe informazioni. Informazioni su una setta che ha sempre meno di mistico. E sempre più di business. E il business mi ha sempre annoiato a morte. Ma questi fanno paura.
«Io pagavo l’equivalente di 120 euro in contanti in nero ogni mese per seguire La Vera Via.» Mi strilla Akira dal bagno.
«Il Percorso per un’Esistenza Migliore è una società con varie società satellite, come Sanitelectronics e Health For Life, che hanno il compito di fare da distributori dei prodotti per la salute, come il guaranà, maca, rosa mosqueta, coenzima Q10, ecc., e attrezzi per smettere di fumare. Poi ci sono i corsi pubblici di Ireca, Perfect Shape, ecc.»
Ascolto.
Ogni guadagno o corso che si faccia in una riunione o che utilizzi il simbolo di Percorso per un’Esistenza Migliore deve dare un tot per cento del ricavato per finanziare il progetto qualità della vita.
È come un franchising.

Ogni anno ci si vede tutti a Cancún. C’è il raduno mondiale degli adepti. I soggiorni a Cancún servono a fare la cresta sui prezzi dell’hotel nel quale si organizza il raduno.
Un esempio: 8 giorni, pensione completa, costa 1800/2000 euro.
Moltiplicando per 400 discepoli che assistono all’evento.
Un bel po’ di cresta da grattare.

Akira ora è spossato. Lo guardo tornare dal bagno. Vedo un atleta che ha appena corso la maratona. Sembra dimagrito, si è asciugato.
«Devi considerare la potenza suggestiva di A. Lui è il “Maestro contemporaneo” operante in Occidente, che ha il compito di aiutare l’uomo a svilupparsi al fine di partecipare al processo evolutivo del pianeta in maniera armonica rispetto all’universo.
Il Maestro è uno di coloro che operano generalmente nei momenti di particolare crisi e necessità per l’umanità, rimanendo sconosciuti.»
Sembra di sentire parlare un libro stampato. Sembra di sentire La Vera Via. Un audiolibro.
La versione della storia che spaccia il Maestro è che da quando l’uomo è apparso sulla terra è cominciato ciò che viene chiamato “Il Lavoro”, che fa parte di un “Disegno” che prevede l’evoluzione del nostro universo a cui l’uomo stesso, grazie ad alcuni Maestri che hanno la funzione di aiutarlo, deve partecipare.
Adesso “Il Lavoro” di A. è in una “Nuova fase”, che segue quella in cui ha viaggiato per tanti anni per tutto il mondo, trasmettendo l’insegnamento.
La “Nuova Fase” può essere vista come un UFO, che ha la missione di portare l’umanità verso un futuro più evoluto perché “Questo viaggio è ideato, desiderato, protetto e teleguidato dall’Essere Unico che ha in Sé tutta la conoscenza dell’Universo e dei Mondi”.
La mia conclusione personale è che per fare grossi affari in questo paese non si può prescindere dalla criminalità organizzata. Dal narco o da sue diramazioni.
È impossibile.
Uno è quando non pensa.
Proprio quello che pensavo. Ora cosa faccio?
Le conseguenze delle proprie azioni. VII.

Devo uscire di qui. Devo prendere aria. Devo pensare. Questa stanza è opprimente. Voglio vedere gente.
Questa città è piena di gente. Di facce, persone, vite.
Non posso stare chiuso qua dentro a guardare il soffitto.
Ho paura. Ho paura? Mi fa paura l’idea.
Che qualcuno possa cancellare la propria individualità, la propria volontà a tal punto.
Che qualcuno possa piegare la mia volontà e costringermi a fare ciò che non voglio. Ciò che non vorrei. Ciò che non ha senso.
Non sono sorpreso teoricamente. Di queste cose se ne sentono.
Sono abituato a sentire parlare di estremisti religiosi che si imbottiscono di tritolo e si fanno brillare in un autobus a Haifa, per esempio.
È una vita che ci bombardano la testa di terrore islamico.
Non è una sorpresa.
È sorprendente vederlo di persona, però.
È sorprendente guardare il mostro negli occhi. Fa paura il vuoto. Ti lascia senza parole, la naturalezza.
Vedere una persona che sembra come te. Che fa le stesse cose che fai tu, che si veste come te. Con cui puoi parlare di calcio, del tempo, di politica, di cinema.
Ma contrariamente a te, ricevuto un comando, semplicemente esegue.
Obbediente.
Sereno.
Non si fa domande. Perché ha già tutte le risposte.
Fa paura l’idea che si infila sotto la pelle che TU potresti essere così.
Terrorizzano i dati biografici. Potresti essere tu.
Potrei essere io, quello.
Non ci separa molto. Una casualità ha voluto che il Maestro lo abbia incontrato lui e non io.
Mi sconvolge il pensiero che possa essere io il prossimo.
Mi atterrisce l’eventualità che questa opzione MI RENDA FELICE.
Sono due giorni che ho paura.
E se l’infelice fossi io?
E se l’oppio della mente fosse la vera risposta?
E se i miei dubbi, la mia rabbia, il mio malessere, si potessero davvero curare così?
Se avessero ragione loro? Se la soluzione fosse una bella religione freelance?
Il soffitto non sa rispondermi. Il ragno che aspetta in un angoletto sopra la mia testa è due giorni che mi guarda. Se avesse la risposta me l’avrebbe data.
Vittorio ha l’aria di chi ne sa qualcosa. Ma esso fissa il vuoto e tace.
Devo uscire.
Salgo su un taxi rosso e oro parcheggiato proprio sotto casa mia. Sul cruscotto una nicchia con dei fiori a omaggiare la statuetta della Vergine di Guadalupe.
Dalla radio esce la voce da bambino del cantante dei Loony Tunes, gruppo portoricano di reggaeton, che canta Te he querido, te he llorado. Versione tamarra di una canzone d’amore disperato. Proprio quello che ci vuole.
Il tassista è giovane. Camicia giallognola, gilet di pelle. Sorriso caldo. Occhi tristi.
«Andiamo alla Condesa per favore. Libreria Fondo de Cultura Economica, su Avenida Tamaulipas.»
«Sì, señor.»
«E per favore, puoi alzare il volume della radio?»
Leggo il nome del tassista sul cartellino attaccato al parabrezza con una ventosa. Luis Escobedo Linares. È gentile. Per una volta. Alza il volume e mi guarda soddisfatto dallo specchietto retrovisore panoramico convesso.
La città sfreccia grigia fuori dal finestrino aperto.
Entra aria tiepida che sa di smog e asfalto. E tacos.
Mi appoggio allo schienale.
Qualcosa succederà.
Qualcuno mi darà una risposta.

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Radical Shock. Una storia sinistra. Capitolo sette. Salida

Se avete progetti seri, è il momento di deciderne la sorte. Ma prima dovreste allentare l’angoscia per il futuro motivando la profondità e la ponderatezza delle vostre iniziative. E se l’amore rema contro, convincetelo con l’eterna seduzione della parola. PONDERATI.

«Pronto?»
«Ciao Antonella, come va?»
«Bene. Tu? Dov’eri sparito?»
«Mi ero un attimo chiuso. Sai questa storia con Ginevra. Ero in fase autocommiserazione. Ti devo dire una cosa. Ho deciso: io me ne vado in Messico.»
«Finalmente!»
«Come finalmente? E non mi chiedi nemmeno perché?»
«Ma lo so già perché, Samuele. Perché non hai più nulla qui, non hai un lavoro, la tua donna ti ha lasciato e ti senti in gabbia. Tesoro perché devi sempre farmi fare il grillo parlante?»
«Perché mi piace da morire quando mi dici quello che penso. E quando sai già, senza che te lo debba dire, quello che farò e perché.»
«Ci conosciamo da un bel po’ ormai. E per un sacco di tempo abbiamo lavato le mutande insieme… e poi anche tu mi conosci bene.»
«Comunque non ridere, ti sto cercando di dire una cosa drammatica e solenne, cazzo. Non posso buttare sempre tutto in caciara!»
«Ok, ok. Scusa scusa scusa. Dai ricomincia.»
«Allora, ti volevo dire questa cosa. Che ho preso una decisione irrevocabile. Ho deciso che devo partire per il Messico. Devo emigrare.»
«Mmm»

«Voglio fare un’inchiesta giornalistica sulle sette esoteriche. Su questo Percorso per un’Esistenza Migliore, che c’è anche lì. Giorgio mi dovrebbe procurare il contatto nella rivista con cui collabora, Mondo Oggi.
Ho capito che è tempo di nuovi inizi. In fondo è un bene che Ginevra mi abbia lasciato. Devo dirle grazie perché mi sta dando la possibilità di fare quello che voglio veramente. Mi devo dedicare al giornalismo. Tanto qui non ho nulla che mi trattenga.»
«Mi hai convinto. Ora però cerca di mantenere questa decisione il tempo necessario per consentirmi di farti il biglietto. Tanto lo so che se non ti ci metto io su quell’aereo te fai in tempo a innamorarti follemente della prossima della lista e siamo punto e a capo.»
«Farò del mio meglio ma non posso assicurarti niente.»

Ho appena deciso di emigrare. Sono anni che dico che lo farò. Oggi so che stavolta è andata. Sempre che Antonella mi metta su quell’aereo.
Decidere di emigrare a trent’anni in un paese come il Messico può sembrare l’ammissione di una sconfitta.
E in parte lo è. Meglio. È la presa d’atto che non sussistono più le condizioni per una serena sopravvivenza in patria.
La considerazione è abbastanza lineare. Non ho un lavoro, non ho una casa, non ho una donna, non ho un patrimonio, non ho dei figli che mi leghino a questo paese.
Con i pochi soldi che guadagno con articoli e traduzioni, a Roma a stento posso pagarmi le spese se occupo a scrocco una stanza nella casa dei miei genitori.
A Città del Messico ci pago affitto e cibo. E posso trovarmi un lavoro part time. E magari anche scrivere.
La logica è stringente.
Ormai questo discorso l’ho imparato a memoria e lo spiattello in faccia a tutti quelli che mi chiedono se sono pazzo ad andare a vivere in “un paese sudamericano del terzo mondo”.
A parte che una volta per tutte voglio spiegare che il Messico NON è un paese sudamericano, ma è NORD americano. Poi terzo mondo è una categoria che non condivido e per me è priva di significato.
Il fatto è che credo a tutto quello che dico, alle ragioni logiche e convincenti, ma poi quando sto da solo nella mia cameretta guardo in faccia la realtà. Ci sono altri motivi che mi spingono a lasciare questo continente morto per cacciarmi nella pancia del Monstruo.
Il Messico non l’ho scelto a caso. È il luogo dove tutti i reietti, i perdigiorno, i rivoluzionari senza rivoluzione, i perdenti, gli innamorati e i sognatori si sono rifugiati. Città del Messico ha sempre accolto tutti con amore e compassione. E in qualche modo, ognuno a suo modo, tutti quelli che hanno scelto il Distrito Federal, hanno trovato quello che cercavano. La pace interiore. La serenità. La rivoluzione perduta. I sogni.
Sono anni che cerco Città del Messico. Mi chiama.
Ogni fallimento che vivo fa crescere il mio desiderio di lasciarmi cullare nel ventre della Città. È un desiderio di fuga, certo. Ma non di fuga generica. È un desiderio di fuggire verso, non di fuggire da.
Non so se troverò quello che cerco, ma so che devo andare a vedere di persona.
Un altro motivo è che Ginevra mi ha lasciato in ginocchio. Cioè non che quando mi ha lasciato lo ha fatto inginocchiandosi per terra. Ha lasciato me in ginocchio. Faccio lo splendido ma Ginevra mi ha proprio spezzato le gambe. Ha frantumato desideri, ambizioni, sentimenti.
Non è stata la donna che ho amato di più. Quella era Lauréda.
Ma con Ginevra stavo finalmente costruendo. Con Ginevra avrei messo su famiglia. Ci avevo creduto. E nella mia nuova vita non ci deve essere più lei. I suoi amici. Il suo viso in televisione. Il suo mondo di bachelite.
Poi la storia della setta esoterica mi sta mangiando il cervello. Da quando ho saputo che in Messico PEM ha una delle sue sedi più grandi è come se si fosse chiuso un cerchio.
È come quando nei romanzi di Agatha Christie arrivi al punto, più o meno a tre quarti di libro, in cui hai sul piatto quasi tutti gli elementi e devi mettere a posto i pezzi insieme a Poirot o Miss. Marple, per arrivare alla soluzione finale. Ho davanti a me tutti indizi della mia vita che conducono inevitabilmente al Messico. Alla soluzione finale dell’enigma. Lo devo fare. Altrimenti IO MUOIO.
Ora devo sperare solo che la soluzione io la possa scoprire e accettare.

***

Una sera qualsiasi in una Panda rossa. Sotto casa di Giorgio. Sono tre quarti d’ora che parliamo. Mi sta guardando in faccia. Si ferma un attimo. Sguardo assorto. Poi serio. Poi sbotta.
«Comunque sai qual è la cosa più bella di tutte?»
«Nella vita? Scopare?»
«No… idiota. Del Messico.»
«Ah, no. Dimmela.»
«È il canto delle balene. Se ti capita vai in Baja California verso febbraio, quando arrivano a svernare e a partorire le balene dall’Alaska. Se arrivi al mar di Cortés in quel periodo con una tenda ti accampi sulla spiaggia. Il deserto alle spalle e di fronte mamme balene coi loro cuccioli che cantano! È quella la vera pace. Non c’è niente di più bello…»
«…»
«…»
«Ok Giorgio. Ora dovremmo baciarci?»
«Mortacci tua, NOO!!»
«Hai detto una frociata rara! Pareva una scena di un film con Vaporidis. Pensavo che mi volessi baciare…»
«Ok è una frociata. C’hai ragione. Però te lo dovevo dì. È troppo bello.»
«Non c’è niente di male a essere froci. Io ho sempre pensato che tu lo fossi… sei così sensibile…»
«Vaffanculo! Smettila. Non dirlo nemmeno per scherzo! Cristo che schifo! Vabbè buona notte.»

***

Facebook.

13:25Ginevra
vai a prendere il virus per le palle?
13:25Samuele
si
13:25Ginevra
bravo
13:25Samuele
ho fatto già il biglietto. vediamo se è così cazzuto come dicono…
secondo me è mezzo frocio
13:25Ginevra
vediamo
facile
13:27Samuele
stasera credo che non verrò al tuo spettacolo. non mi va di vederti così. sarà un bellissimo spettacolo ma credo che ne farò a meno. grazie per l’invito comunque. se per te va bene lo giro a Fausto. se poi ti va, prima che parto ci salutiamo come due cristiani.
13:28Ginevra
ho letto ieri l’ultimo articolo che hai scritto…
13:28Samuele
🙂
13:28Ginevra
se non l’hai ancora fatto non lo girare a Fausto il biglietto
in realtà era un biglietto inventato
non c’è posto quindi se non vieni tu lo cancello
13:29Samuele
ah
tipo che arrivavo e non era vero un cazzo
era una gag?
faceva ride…
13:29Ginevra
si era vero ma sono in crisi per i biglietti
ce ne sono -32 quindi se non vieni tu alleggerisco
13:30Samuele
mi fa piacere essere d’aiuto
13:30Ginevra
?
13:30Samuele
un motivo in più per non venire
13:31Ginevra
fai come ti pare
per me non aveva senso che tu non lo vedessi
non per me, per lo spettacolo che ti piacerebbe da morì
13:31Samuele
lo so che mi piacerebbe da morì
me lo hanno detto tutti quelli che ce so venuti al primo giro
ma credo che sia meglio così. Credo che non ha alcun senso che io venga.
13:32Ginevra
ok
13:32Samuele
comunque grazie. veramente. l’ho apprezzato molto
13:32Ginevra
ok
13:32Samuele
io parto il 22. se prima ti senti che hai voglia che ci salutiamo il mio numero lo sai. io non ti chiamo.
merda merda per stasera
13:33Ginevra
merda merda!
ti trasferisci?
13:34Samuele

13:34Ginevra
in bocca al lupo Sam.
13:35Samuele
il lupo sono io!
13:35Ginevra
:):)
Non la rivedrò più
(e sputerò sulle vostre tombe!)

***

Rinnovo del passaporto. Selezione accurata dei libri da portare con me (un po’ tipo quali sono i libri che ti porteresti su un’isola deserta…). Questa è dura. Delitto e castigo, Q, La convivialità, i racconti di Philip K. Dick, Ebano di Kapuscinski, Taccuino di un vecchio porco di Hank Bukowski e Cronache mediorientali di Robert Fisk. La mia borsa ora pesa già sette chili solo di carta. Un mucchio sparso di vestiti completa il bagaglio. Computer, macchina fotografica, registratore, quadernini vari, penne. Mutande.
Mia madre mi consegna commossa una latta da tre litri d’olio extra vergine della Sabina che produciamo noi, ogni anno, con fatica, sudore e tanta soddisfazione. È un momento solenne. Racchiude in sé tutto l’amore materno, la preoccupazione per la mia alimentazione sana.
«Chissà cosa mangerai in Messico, poveretto.»
«Mamma, in Messico si mangia benissimo.»
«Sarà… ma non hanno l’olio d’oliva!»
«Mamma, tu hai scoperto l’olio d’oliva negli anni settanta, quando sei venuta a Roma. A Venezia nel dopoguerra usavate il burro, l’olio è una cosa a voi sconosciuta…»
«Va bè, comunque questo è più buono. Te lo devi portare.»
«Certo mamma, grazie.»
Mi abbraccia.
Mia mamma è la mamma di tutti. È la donna che a 70 anni suonati si gira ogni volta che sente una voce di bambino chiamare mamma.
Il suo è l’abbraccio di mamma. Una delle cose da mettere in valigia. Del resto sono un maschio trentenne italiano. Non mi vergogno.
Mio padre è formale e impacciato come sempre quando si tratta di me. Non riesce a nascondere l’emozione che tenta di mascherare dietro a una solennità goffa. Ho imparato a volergli bene.
Mia sorella è divertita e fiduciosa. Anche se ci scanniamo a sangue da sempre, in fondo approva le mie scelte in silenzio. E mi para il culo. In silenzio.
«Molla quei gatti di merda e fai un salto in Messico se ti capita», le dico.
«Vediamo che dice l’oroscopo.»
«Che deve dire? Che è tempo di nuovi inizi!»

Il tiggì uno dice che il Ministero degli Esteri consiglia di non partire per il Messico a causa della violenta esplosione di “febbre suina”. Ad oggi si contano 103 morti (dei quali 21 riconducibili direttamente al virus mutante).
Il nostro inviato a Città del Messico mostra la città fantasma. Le autorità messicane hanno detto di non andare a lavoro. Di non andare allo stadio, a scuola, all’università. La Chiesa ha addirittura sospeso tutte le funzioni religiose a tempo indeterminato per paura dell’epidemia! La Chiesa cattolica!! Hai visto mai che un po’ di disintossicazione da Cristo gli fa bene ai messicani. Sta “febbre suina” è una benedizione.
Le strade di Città del Messico nelle immagini del cameraman della Rai sono deserte. Mi ricordano la scena iniziale di 28 giorni dopo di Danny Boyle.
Ovviamente l’unica volta che decido sul serio di partire, di mollare gli ormeggi, di lanciarmi verso nuove entusiasmanti esperienze, si scatena un’epidemia mortale tipo ebola.
Cazzo non succede mai niente in Messico! Proprio ora che sto facendo il biglietto??
È evidente che sono di fronte a un complotto ordito da forze oscure per impedire la mia partenza (c’entrerà qualcosa l’influsso della madre superiora/batman dell’autobus?). Non vi può essere altra spiegazione. Ma non mi faccio intimidire. Pensano che mi spaventi un po’ di mocciolo e di febbre? “Febbre suina”, non mi fai paura, ti sfonno quando me pare!
La cosa buona è che i biglietti ora costeranno pochissimo, perché tutti, terrorizzati dall’epidemia mortale non vorranno più andare in Messico e io volerò da solo pagando venti euro.
Ovviamente no. Il biglietto costa uguale a prima e quella dell’agenzia mi dice che è tutto pieno. Devo rinviare di qualche giorno.
Ma in che cazzo di paese siamo? Porca troia, il MINISTERO DEGLI ESTERI SCONSIGLIA DI VIAGGIARE IN MESSICO e tutti che fanno? Vanno in Messico? Ma allora siete dei deficienti! Volete tutti morire di febbre suina fulminante? Dall’altra parte del mondo poi… roba che solo per riportare a casa le salme le vostre famiglie dovranno fare i mutui per i prossimi quarant’anni! Irresponsabili!

***

Antonella alla fine mi mette davvero su quell’aereo.
Il volo Lufthansa mi culla. Anche grazie ai quattro bloody mary che mi faccio preparare dalle belle hostess teutoniche. Ho preso questa abitudine, di sfondarmi di bloody mary in aereo, proprio sui molti voli transoceanici che facevo a diciannove anni.
Ogni volta che tornavo in Italia dalla Colombia dovevo sbronzarmi per dimenticare che stavo lasciando l’amore in quel paese. Ero fidanzato con una colombiana. La donna che mi ha reso un uomo. La donna che mi ha fatto capire il mio destino con le donne.
E ubriacarmi in aereo è diventato un rituale al quale non ho nessuna intenzione di rinunciare.
Il film che trasmettono oggi nello schermo incastonato nella testiera del sedile davanti al mio è Mostri contro alieni della Dreamworks.
A me quelli della Dreamworks stanno sulle palle. Shrek non mi è piaciuto. Nessuno dei tre. È un po’ come la questione se sei della Roma o della Lazio. Io non sono uno sportivo. Io tifo. Devo per forza prendere una posizione che esclude l’altra, altrimenti IO MUOIO. E io tifo Pixar. Tutta la vita.
Mentre sto per addormentarmi aiutato dall’alcol ripenso al progetto che voglio portare avanti. Alla mia inchiesta sulle ramificazioni messicane del Percorso per un’Esistenza Migliore, alle sette esoteriche, ai maestri e alla Via.
Mi tiro su il cappuccio della felpa per ripararmi dall’aria condizionata a palla e parto per il mondo dei sogni.

***

L’arrivo all’aeroporto internazionale Benito Juárez è emozionante.
Ho la gastrite.
Dopo una discesa in una cappa marrone di smog si atterra in mezzo ai palazzi. Il più importante scalo messicano si trova in mezzo alla città, quindi i piloti devono stare abbastanza attenti a non scorticare tetti e cornicioni degli edifici circostanti.
Si riempie il naso di caccole di smog. Sono arrivato.
Mi viene a prendere in taxi Serapio. È come Giorgio me lo ha descritto. Faccia ironica da mastino navigato, pizzetto, stempiato, pancia da bevute dure.
Serapio è un editorialista della Jornada, il quotidiano più importante di Città del Messico (se per importante consideriamo il più autorevole, non il più venduto).
«Ciao Samuele. Benvenuto in Messico! Giorgio è un buffone rinunciatario. Però sono contento di conoscerti. Mi ha parlato bene di te. Se sei amico suo sei anche amico mio!»
«Giorgio è un indeciso, non un rinunciatario. Comunque grazie. Magari verrà pure il gigante prima o poi.»
«Hai fatto bene ad andartene dall’Italia. Con quel presidente che vi ritrovate… Almeno qui l’anno prossimo c’è la rivoluzione, sempre che sopravviviamo alla febbre suina…»
I messicani si vantano perché ogni cent’anni hanno mostrato al mondo i denti della rivoluzione.
L’Indipendenza del 1810 dalla corona spagnola ha aperto il secolo di Hidalgo e Morelos, con una rivoluzione che si ricorda ancora il 15 settembre con il famoso grito dal palazzo di governo dello Zócalo di Città del Messico (¡Viva México!).
Nel 1910 la Revolución di Villa e Zapata dava inizio al secolo breve.

Serapio mi porta a mangiare. Tacos.
Siamo in una taqueria nel quartiere della Condesa, pieno di locali alla moda, librerie e sale da tè. Questa zona ha un’aria bohemiénne nella sua versione messicana.
Arrotolo la piccola tortilla di mais con dentro carne fatta a pezzetti, salsa verde e un tocchettino di ananas. La carne cuoce su un’asta verticale, come il kebab. In cima c’è un ananas. I taqueros tagliano la carne dall’alto in basso direttamente nella tortilla e poi con un colpo secco di coltello staccano un pezzetto di ananas che dalla cima precipita in mezzo al taco. Un bell’effetto scenico.
Ci spremo sopra succo di lime. Molto buono. Molto piccante. Annaffio con cerveza Bohemia (la Corona non mi è mai piaciuta, nemmeno in Italia).
«Vacci piano con quel chile, che se no piangi!»
«Hai ragione, ma mi piace piccante. E poi dicono che ha effetti miracolosi contro la gastrite…»
«Chi lo dice? Se mai il contrario… ma fai come vuoi. Invece dimmi. Cosa ti porta qui Samuele? Giorgio mi accennava a un’inchiesta su una qualche setta…»
«Sei uno che va subito al punto eh? Non so cosa mi porti veramente qui. Però sì. Sto prendendo informazioni su una setta che si definisce esoterica. Ha una faccia pubblica new age. Il Maestro è italiano. Faceva l’assicuratore. E ora controlla un’organizzazione internazionale che fattura milioni di euro l’anno, sparsa in molti paesi che continua a fare adepti. E il Messico è il paese in cui il Percorso per un’Esistenza Migliore ha prolificato più rapidamente e in modo più massiccio.»
«Beh, diciamo che non mi sorprende. Qui siamo bravissimi a farci prendere per il culo con questo genere di cose…»
Le macchine ci passano davanti in un traffico lento e annoiato. Stereo a palla che sparano reggaeton. Per un attimo mi immagino i figli di Sevla a Città del Messico. Non mi viene in mente una location più adatta di questa.
«Mi ha detto Giorgio che hai lavorato per l’Agir, quell’agenzia di stampa così filozapatista…»
«La conosci?»
«Conosco il suo direttore. Veniva in Chiapas a fare il compagno quindici anni fa. Si è fatto un pessimo nome.»
«In Italia si spaccia per uno dei più grandi conoscitori di zapatismo…»
«Che ipocrita…»
«Io ho lasciato quel posto, comunque. Qualche anno fa hanno organizzato una manifestazione contro il precariato. Piazza San Giovanni piena di gente incazzata. Sul palco gli intellettuali della sinistra radicale a urlare contro il NEMICO. Torno in redazione e mi rendo conto che non mi pagano da sei mesi, che metà delle persone che lavora con me è in nero e l’altra metà è precaria e che il mio direttore è uno stronzo che non ha mai lavorato un giorno in vita sua.»
«Hanno tutti pochi soldi comunque…»
«Non è vero. Quelli che rimangono sono quelli che possono permettersi di farlo. I mantenuti. Quelli che hanno un cognome importante. Poi il tuo amico direttore ci ha detto che dovevamo chiedere un prestito alla banca per farci dare l’anticipo sullo stipendio. Secondo lui dovevo pagare gli interessi sul mio stipendio!»
«Lui è comunista, vero?»
«Direi che lui è una merda, piuttosto!»
«Finisci i tuoi tacos che così possiamo andare a bere qualcosa di più serio.»
Le conseguenze delle proprie azioni. VI.

Il taxi mi lascia di fronte alla libreria. Pago ventisette pesos. Scendo. L’aria è tiepida e sento profumo di fiori. Nella città più inquinata del mondo.
Mi accendo una sigaretta. Qui non si trova il tabacco Old Holborne. Il poco che ho portato dall’Italia è per i momenti speciali. Quindi mi devo adattare a quello che c’è.
Fumo Delicados ovaloides.
Sono le quattro del pomeriggio. Sono stordito. Il tabacco mi fa stare meglio.
Fumare mi aiuta a pensare. E a rilassarmi.
Perché sono così ossessionato dalle sette e dalle loro dinamiche?
In fondo gli adepti ricevono un miglioramento della vita dalle pratiche dettate dai maestri.
Sono persone che hanno bisogno di trovare una figura carismatica che li comandi a bacchetta. Che dia delle risposte semplici. Risolutive, come tutte le religioni, in fondo. E che dia delle direttive da seguire senza discutere. È rassicurante.
Cos’è che mi disturba tanto allora, nel fatto che qualcuno possa annullare sé stesso per eseguire gli ordini di un Maestro?
Forse è perché non sono abbastanza narcisista da pensare che si possa essere adorati da propri simili? Oppure mi fa rosicare il fatto che esista qualcuno che si arricchisce truffando la gente senza fare il minimo sforzo? La mia è invidia? Non lo ammetterò mai. Il retaggio cattolico che mi mangia il cervello.
Mi piace pensare che il problema sia collettivo. Che è inaccettabile una delega così totale di responsabilità. Il bisogno di mettersi al fianco di una figura carismatica per non prendere delle decisioni, per farsi dire sempre con CERTEZZA cosa è giusto e cosa è sbagliato, per rimanere per sempre adolescenti.
È la vicinanza al carisma.
Il carisma è una cosa semi divina che attrae la gente che si fa attrarre. E ha un ché di potentemente naturale.
Chi ha il carisma sembra che non possa fare altro che il leader ma chi non ha il carisma, stando vicino al carismatico…beh, splende di luce riflessa. Ed è disposto a fare qualsiasi cosa. A occhi chiusi.
Si sente meglio di chi sta lontano dal carismatico. Solo per questo è già superiore agli altri e ha risolto il problema. Per cui si torna alla questione del riconoscimento sociale, che al di fuori della setta non avresti.
Ti sottometti ad un leader, ma attraverso di lui puoi sottomettere almeno simbolicamente altri, perché stai dentro una struttura piramidale che però ha una certa mobilità interna. Anche fratricida.
Finisco la sigaretta. La schiaccio con la punta del piede destro. Entro. Vago a caso tra gli scaffali.
Mi sento più calmo.

Radical Shock. Una storia sinistra. Capitolo sei. Alla scoperta di un maestrodel nostro tempo.

Sei. Alla scoperta di un maestro del nostro tempo.

Il piacere di vivere la casa e le parentele non intacca l’indipendenza interiore degli spiriti liberi ma li aiuta a radicarsi nella felicità coniugale-domestica. Le porte si aprono ad amici e ospiti in spirito di convivialità. All’esterno, la lotta continua… INDIPENDENTI.

È oggettivamente un libro brutto. Scritto male. Una scrittura patetica, sgrammaticata, infantile. Diretta. È tutto elementare. Meglio. Didascalico. È un libro per deficienti. Per subnormali. È come se in ogni pagina ci fosse scritto GUARDA CHE QUI C’È QUELLO CHE CERCHI E NON ALTROVE.
La storia è imbarazzante. Un giovane che non sa più in cosa credere, sbandato.
L’incipit: Non sapevo che fare, ero in un momento di crisi totale.
La terza riga: Avevo diciassette anni e non sapevo dove sbattere la testa. Nulla mi andava bene, mi trovavo male in ogni luogo, non mi sopportavo e non sopportavo nessuno.
Amico mio. Si chiama ADOLESCENZA. Non conosco una sola persona che non abbia provato almeno una volta in vita sua quella sensazione a quell’età. Anche per anni.

Con i miei genitori era impossibile avere qualsiasi tipo di comunicazione, in particolare con mio padre. Erano quasi due anni che avevo deciso di non andare più in chiesa.
Mi fermo. Mi viene da ridere di questo idiota e contemporaneamente monta un senso di rabbia.
Tu sei un cialtrone! Non è finita la prima pagina e già ti sei rivelato un cialtrone. Ne mancano ancora 299 e io già ti odio.
Smetto perché vorrei affrontare la lettura con meno pregiudizi, ma è molto più dura di quello che credessi.
Per me poi la lettura è un momento di piacere, o di crescita. O di svago. Seduto sul cesso. Quando sono costretto a leggere una cosa che mi fa orrore lo sento come uno stupro.
Ma è per il bene dell’umanità! Sto conducendo un’inchiesta. Devo documentarmi.
Respiro.
Vado avanti.

Sto qui, nella mia stanzetta da adolescente nella casa dei miei genitori a leggere questo libro malscritto. Sdraiato sotto i poster di Che Guevara di quando avevo sedici anni. Proprio l’età del personaggio di questo capolavoro della letteratura.
I miei sono in campagna. E io posso avere un po’ di privacy solo quando loro sono assenti.
Se mi viene voglia di invitare una donna devo farlo ORA, perché è l’unico momento che ho a disposizione. Proprio come quando ero ragazzino.
Solo che oggi ho trent’anni e non è entusiasmante calibrare le proprie scopate con gli impegni dei miei genitori.
Ma questo è il meno. Insomma.
Ho le valigie pronte da tre mesi. In realtà non le ho mai sfatte, le valigie, da quando sono qui. Vivo con i bagagli ammucchiati nella mia ex stanza da adolescente, che ora è un ambiente informe, pieno di oggetti non miei, di una madre che giustamente l’ha fatto proprio, dopo che me ne sono andato di casa.
E ora di nuovo qui tra due genitori preoccupati, che non riesco a guardare in faccia, che si angosciano perché il loro figlio maschio non trova il modo di tirare avanti dignitosamente.
Ormai mio padre dice ai suoi amici e colleghi frasi tipo:
«Eh, mio figlio purtroppo è un disoccupato.»
UN disoccupato. Nemmeno disoccupato e basta. No proprio sono parte della categoria dei disoccupati, UNO dei disoccupati. M’hanno messo il timbro.
E quella specie di tono pietoso, lamentoso, e triste con cui lo dice, mi fa venire il veleno. Non contro di lui. Contro me stesso.
E accumulo veleno che scarico ormai appena ne ho occasione. Mi rendo conto che ultimamente cerco sempre la rissa, lo scontro con degli sconosciuti che fino a qualche tempo fa non avrei minimamente filato.
Mi sono appiccicato con il proprietario di un locale a San Lorenzo perché mi ha fatto pagare sette euro una birra Menabrea da venti cl. È buonissima la Menabrea, per carità, ma gli ho dovuto urlare che è un ladro. E lui mi rispondeva male. E più mi rispondeva più mi incazzavo e cercavo lo scontro fisico. Mi hanno buttato fuori a forza dal locale.
Cazzo, devo fare qualcosa.
Il mio psichiatra dice che ho una specie di tendenza a fare il giustiziere, che estremizzo le situazioni per trovare lo scontro. Non ho capito bene che dice il mio psichiatra, perché sono sempre troppo occupato a incazzarmi e a urlare cose senza senso per cinquanta minuti. Poi, dopo che mi sono sfogato, gli stringo la mano e ci vediamo mercoledì prossimo.

Continuo a leggere le banalità di Sagramolo. C’è una parte di me che si ritrova nelle riflessioni di bassa lega di questo autore di culto. Sono problemi così generici che si potrebbe tranquillamente definirli universali, riguardano un po’ tutti.
Come gli oroscopi.
È facile accalappiare adepti facendo loro sentire che anche altri hanno avuto gli stessi turbamenti.
Grazie al cazzo! Sono i turbamenti di tutti quelli che si fanno domande. È la risposta che non va.

Da mesi continuo a mandare articoli e reportage in proposta a varie redazioni.
Apprezzo molto le risposte negative da parte dei vari redattori. Le apprezzo perché è quasi impossibile che qualcuno ti risponda. In assoluto. In genere vige la regola del silenzio. E non è un assenso.
Perciò quando uno si prende la briga di mandare due righe di risposta a uno sconosciuto, benché nelle due righe dica che «purtroppo in questo momento non abbiamo in previsione alcun tipo di collaborazione esterna», mi sembra uno dei gesti più umani e nobili che si possa immaginare.
Oggi ho ricevuto questa risposta per un lavoro in una nuova redazione online:
«Abbiamo risettato e ottimizzato la struttura del progetto e non avevo ancora chiarito meglio il target e le fasi di sviluppo.
Comunque da una prima valutazione del suo curriculum, davvero interessante, il capo ha pensato che probabilmente non sarebbe adatto al ruolo.
Lei è già ad un livello decisamente più alto rispetto all’esperienza dei redattori che stiamo valutando – e forse andrebbe anche incontro ad un calo di interesse rapido verso le tematiche che cureremo.
Sinceramente, se dovessimo affrontare progetti in cui le sue competenze possono essere adeguatamente valorizzate, sarà nuovamente preso in considerazione.»
Questo sì che è poesia. Poesia delle risorse umane.
Traduzione: non abbiamo bisogno di te, ma è colpa tua, perché sei sovradimensionato e ti annoieresti!
Siete dei geni.
Traduco un’enciclopedia della scienza dallo spagnolo. All’inizio è interessante non conoscere nulla di quello che stai traducendo. Mi pento quasi di non aver intrapreso una carriera scientifica. Chissà com’è fare il precario del CNR.
Se non sapessi che mi consente di sopravvivere mi permetterei di dire che è una delle cose più noiose che abbia mai fatto. Ormai è un lavoro meccanico. Riesco addirittura a pensare a progetti e idee per nuovi articoli mentre traduco cartelle e cartelle di definizioni scientifiche (divulgative. È una bellissima enciclopedia per ragazzi).
Ascolto Smells like teen spirit dei Nirvana. Mi ricaccio nella mia adolescenza. Già che ci sono…

Prosegue la lettura.
Dopo alcune vicissitudini e incontri fortuiti davvero poco interessanti (e poco credibili), il protagonista del libro del secolo arriva finalmente a conoscere il Maestro. A.
Esso si rivela subito un saggio, ma soprattutto trasmette un’energia enorme.
«Una sensazione incredibile mai provata prima.»
Cazzo che descrizione. Ma chi sei Tolstoj?
Leggendo questa frase mi viene in mente SUBITO la prima volta che allo stadio ho visto segnare Francesco Totti.
Una sensazione incredibile mai provata prima.
Poi anche la prima volta che ho vomitato l’anima dopo una sbronza colossale. Notevole.
Poi anche la prima volta che mi sono fatto una sega. Sempre incredibile.
O il primo pacchetto di patatine alla paprika. Incredibile.
Mi convinco che Sagramolo intenda una specie di mix tra tutte queste esperienze incredibili mai provate prima.
A pagina novanta succede una cosa straordinaria. Il personaggio narrante è argentino. Il Maestro italiano. Ma parla un ottimo castigliano e riesce persino a imitare molti accenti latinoamericani. Questo lo faccio anche io. E non sono un Maestro.
Però l’autore si sente in dovere di dire una frase del genere, subito prima di descrivere la prima riunione di gruppo:
«E si mise a imitare i differenti toni di questi paesi, questo mi impressionò moltissimo perché io ero negato per le lingue.»
Cazzo! Sei un vero guru, porcatroia! Devo ammettere che tutto questo è proprio scioccante.
Inizia una vertigine di capitoli in cui vengono tracciate le caratteristiche del Maestro. Esso è infallibile. Viene dichiarato come un assioma immediatamente.
Gli adepti sono scelti in quanto hanno delle caratteristiche particolari (che però sfortunatamente non vengono spiegate) e viene loro chiesto di seguire alla lettera alcune indicazioni del Maestro. È richiesto esplicitamente di non ribellarsi mai. Per nessun motivo. Anche se non sono d’accordo con il Maestro.
È perché ancora non possono capire, ma Esso tutto sa e soprattutto sa esattamente cosa è giusto per ognuno degli adepti.
Esso si premura di dire che molte delle cose che lui dirà non verranno capite se non al momento opportuno.
Poi l’autore sottolinea ripetutamente che il Maestro è persona estremamente simpatica, divertente e con un innato senso dell’umorismo. Io penso che anche in me nascerebbero impulsi di ilarità se sapessi che sto plagiando e manipolando gruppi di gente che mi adora come un dio in terra, oltre che farmi arricchire.

Ne ho piene le palle di questa roba. Sono le 02:18.
I miei dormono nella loro stanza in fondo al corridoio e fuori piove.
Ma non mi va di dormire. Devo fare i miei compiti. Devo leggere questo libro.
È come se domani avessi l’interrogazione. Sto regredendo insieme al grande scrittore Sagramolo.
A sedici anni la vita era: paura dell’ignoto. Insicurezza. Voglia di spaccare tutto e domande su domande.
A trenta è: paura del conosciuto. Insicurezza. Voglia di avere voglia di spaccare tutto. E rabbia perché tutti ti trattano come se avessi sedici anni.
La verità è che leggere “La vera Via” mi spaventa. Mette a nudo un pensiero che si fa strada e diventa un ciccione chiuso nella stanza insieme a me. Non posso fare finta di non vederlo.
È ciccione, sudato e si scaccola sul mio letto.
Questo pensiero ciccione è che guardandomi intorno vedo dei trentenni che vivono, pensano, si comportano e vengono trattati da adolescenti. Questo siamo. Siamo stati allenati a rimanere adolescenti. Contratto di adolescenza a tempo indeterminato.
Per poter consumare per tutta la vita come i ragazzini.
Donne e uomini che gestiscono rapporti di coppia a trent’anni come se andassero alle medie.
Affrontiamo i problemi della vita come al liceo.
Le nostre attività, divertimenti, svaghi, impegni, sono da sedicenni. Non possiamo lamentarci allora che ci si tratti così. Che i datori di lavoro, che dovrebbero essere in pensione da anni, ci considerino ancora troppo giovani, che i maestri di vita si prendano gioco di noi lucrando sulle nostre debolezze. Fanno bene. Lo farei anche io se solo riuscissi a crescere. Se solo riuscissi a non avere sedici anni.

Sagramolo mi stanca. La mia disciplina è come una bandiera. Quando cala il vento si affloscia. Devo fare altro.
Mi metto a leggere Survivor di Chuck Palahniuk.
Domani provo ad andare avanti con Sagramolo. Domani vedremo.

***

Mi chiama Massimiliano. Mi invita a cena. È invitata anche una mia amica. Una mia amica che ho conosciuto la sera alla festa sul terrazzo a San Paolo. Una amica di Ginevra. Un’amica che mi piace. Con la quale non è possibile fare sesso perché è amica di Ginevra.
E l’ipocrita etica femminile le “impedisce” di fare sesso con l’ex della sua amica.
Lei si chiama Margherita. È bella. È roscia. Roscia finta, ma una bella roscia.
Una volta siamo andati al mare insieme a Ustica. Ginevra, Margherita, io e Michele, il migliore amico di Ginevra.
Margherita è in topless a fare il bagno e viene pizzicata da una medusa. Grida. Fortissimo. Piange. La medusa l’ha pizzicata proprio su un capezzolo.
Io mi tuffo, la raggiungo e la traggo in salvo.
Sono un eroe.
Lei grida.
Mentre grida mi viene in mente una scena che non mi tolgo dalla testa. Il caldo è torrido. L’acqua è fresca e il suo capezzolo arrossato.
Ti DEVO pisciare addosso. Altrimenti io MUOIO.
«Margherita, non preoccuparti. Ora calmati. La soluzione è che ti piscio addosso.»
Non vengo preso sul serio. Tutti pensano che sia una battuta e persino Margherita apprezza il gesto.
Ero serissimo invece. Un eroe che piscia addosso alla migliore amica della sua donna. Clamoroso!
Michele suggerisce di mettere due pietre calde sul seno.
Per quale cazzo di reazione chimica al mondo il dolore dovuto a una medusa su un capezzolo diminuisce a contatto con pietre calde??
Ero già pronto a fare una bellissima golden shower a Margherita. Già mi gustavo la scena. Invece interviene Michele a rovinare tutto.
Poi un giorno Margherita si è stupita perché le ho detto che per me l’amicizia tra uomo e donna non esiste.
«Ma come? E noi non siamo amici Samuele?»
«Sì. Ma non come siamo amici io e Giorgio. Io con Giorgio non ci vorrei scopare.»
«Perché? Con me sì?? Ma sei pazzo?»
«No. È che non sono ipocrita. Sei bella. Simpatica. Intelligente. E sei una donna. Non vedo perché non dovrei voler scopare con te.»
«Ma perché sono amica di Ginevra! Anche se vi siete lasciati è una cosa impossibile. Non accadrà mai. Toglitelo dalla testa.»
«…»
L’ha detto come se davvero fosse una cosa ovvia.
Per un momento ho dubitato di me. Poi mi sono ripreso.
«Senti Marghe. Noi magari non scoperemo mai nella realtà. E per mille motivi. Non certo perché siamo amici. Anzi. Magari siamo amici perché non scopiamo. Io ti trovo attraente. È naturale. Poi si mettono in mezzo tante ragioni contestuali per cui magari non finiremo mai a letto insieme. E sarà un bellissimo rapporto. Però questo non toglie che in condizioni favorevoli io non mi tirerei indietro.»
«Sei un maiale!»

Arrivo a cena da Massimiliano alle 22:26. Massi ha preparato un’ottima pasta coi broccoletti romani. C’è Margherita e Martino, un amico di Massimiliano. Ha la faccia sveglia. Mi piace.
Dopo mangiato ci mettiamo a bere e a suonare un po’. Massimiliano non può fare a meno di esibirsi. Per chiunque sia il suo pubblico. È un animale da palco.
È creativo. Gioca. Si diverte come un matto. Il suo lavoro è giocare.
Ci mettiamo a suonare e a improvvisare con una chitarra, un piano, un jambé e un kazoo.
La serata è allegra. Distesa.
Arriva Shirin, un’amica iraniana di Margherita. Continuiamo a bere e a suonare finché i vicini non ci chiedono di smettere.
«Ok. Adesso che si fa?»
«Un’orgia, ovviamente!» è l’iraniana a parlare. Parla e ride. È una boutade da ubriaca. Ma la parola è diventata solida e ha spaccato l’aria attraversando la stanza.
Il concetto espresso da Shirin ha frantumato gli equilibri della serata. Si è diffusa una sensazione strana di tensione elettrica e imbarazzo. Sguardi smarriti e vogliosi vagano per la stanza a casaccio, mentre si ricomincia a chiacchierare di cazzate. Non è più come cinque minuti fa però.
Si è aperto il vaso di Pandora. Ognuno di noi sta pensando a una inquadratura diversa della stessa gangbang evocata dalla Persia.
Ok. allora facciamo così. Ognuno deve dire qual è la sua perversione sessuale preferita.
In che senso?
In senso orario.
Idiota.
Inizia tu.
A me piacerebbe essere legato da una donna, poi scopato. Poi slegato e incularmela. Poi darci dei baci.
A me piace essere sopraffatta. Umiliata.
A me piacerebbe menare. Dare dei pugni.
Io amo il sesso in piedi. Amo i piedi.
Io odio i piedi. Mi fanno impressione. Mi fanno schifo.
Voglio essere scopata da due maschi.
Mi piace dire le porcate.
Mi piace stare in silenzio. Sentire solo ansimare.
Mi piace stare in finestra mentre faccio sesso. Che da fuori si veda soltanto la mia parte superiore e la gente pensi che sia tutto normale. Invece sto facendo sesso.
Attacchiamo una bottiglia di Tequila reposado. È buono.
Siamo un branco di animali affamati. La tensione sessuale passa attraverso le nostre parole. Ci facciamo schermo con le nostre parole perché siamo un po’ intimoriti da quello che potremmo fare ora. Teoricamente con un altro tipo di desiderio potremmo anche uscire e andare a ammazzare di botte i barboni. Noi cinque, nella stessa formazione. Se solo questa carica invece di essere sessuale fosse rabbia.
Siamo carichi.
Decidiamo di spostarci a casa di Shirin perché lei ha altro alcol, si può mettere la musica. Ha la casa più accogliente.
Infatti sembra di stare dentro una bomboniera. Le pareti lilla. Divano bianco, sedie una diversa dall’altra. Enorme lampadario di cristallo “a cascata” stile Italia anni ’20. Profumo e fiori elegantissimi in tutta casa. Cinque persone adulte ubriache che devono fare sesso di gruppo. Senza motivo.
Le due donne si rintanano nel closet a cambiarsi per noi. Corpetti, scarpe col tacco, gonne, sottovesti.
Noi: a continuare a bere.
Massi mette i dischi. Ottima musica world. Scalda l’ambiente. Un pessimo Bacardi brucia lo stomaco. Il Bacardi fa schifo. In più la famiglia Bacardi è stata cacciata dalla Revolución dei barbudos e ora non può nemmeno dire che il rum Bacardi è cubano. Pare tra l’altro che la Bacardi finanzi attività terroristiche anticastriste per rovesciare il regime cubano.
Forse è per tutti questi motivi che comincio a sentirmi male. Sta arrivando una pezza tremenda. Per contrastarla continuo a bere. Aggiungendo succo di pera.
Entrano le donne. Finalmente femmine.
Noi: tre cani arrapati. E ubriachi.
Mi ritrovo a leccare il capezzolo di Shirin mentre un altro maschio (Massimiliano?) si struscia dietro di lei e le bacia il collo. Le mani sotto la gonna. La musica è un’evoluzione dei ritmi tzigani, mixati da un genio.
O dall’alcol che ho addosso.
Per me essere ubriachi in generale non è una giustificazione per comportamenti antisociali o per fare cose che “normalmente” non farei. Anzi. È un’aggravante.
Il mio essere ubriaco in questo contesto denota solo il fatto che GLI ALTRI potranno avere la scusa di dire «eh, dai, eravamo ubriachi.» Se io sono il solo sobrio non reggerà mai.
Continuo a navigare nella carne morbida e profumata della padrona di casa persiana. Faccio scendere le mani sul corpetto. Sulla gonna. Sulle gambe. Continuo a leccare un capezzolo, quasi mi ci aggrappo, come se fosse l’ultimo appiglio per non cadere dalla rupe giù nel baratro.
La sua fica è bagnata. Ma sopra, la testa dice «no, dai, vi prego….»
Io non capisco.
Due maschi ti circondano. Fanno quello che desideri. Ti leccano, ti accarezzano, ti baciano, ti toccano.
Continua a dire no. Mi stacco. Bevo un sorso di quella merda di rum. Ora riconosco l’altro maschio. Massimiliano balla bene con Shirin mentre io sono seduto a bere. Si toccano e si leccano. Finita la canzone Shirin mi prende per mano. Balliamo noi. Io ballo meno bene, ma la lecco meglio.
Mi gira la casa intorno. Che cazzo ci fa il lampadario sul muro viola? Però il divano bianco non sta male sul soffitto.
Mi riprendo e continuo a tuffarmi sempre più sconvolto nel decoltè generoso e morbido della regina di Persia. Massimiliano sempre dietro. Ci scambiamo di posto nel ballo. Ora non ce la faccio. Mi risiedo. Ma dove cazzo sono finiti Margherita e Martino??
Hanno tradito il patto di gruppo e sono andati a scopare DA SOLI??? che merde!
Entro in camera da letto barcollando. Margherita e Martino!! TANA!! AMMERDE!! che cazzo ci fate qua da soli??
Imbarazzo. Ridono. Si rivestono e vengono di là!!
Io però, ottenuta la mezza vittoria, non ce la faccio proprio più. Ho gli occhi di nebbia.
Il Bacardi ha vinto.
Recupero la giacca, apro la porta e rovino giù per le scale.
Il selciato di sampietrini è verticale.
Cammino senza vedere.
Raggiungo la macchina e comincio a vomitare.
Vomito tutto. Il sesso, i muri viola, la cena, la musica, l’amore finito, il rum di merda. Vomito le orge, i capezzoli, l’amicizia, la tristezza. Vomito la gente dello spettacolo, la mediocrità, il successo, i maestri di vita.
Vomito me stesso. E continuo a vomitare.
Le conseguenze delle proprie azioni. V.

Sono in libreria. Ho nelle mani un libro di Ivan Illich. La convivialità, l’opera di uno dei più grandi pensatori del novecento. Edizione Fondo de Cultura Económica. Ma in realtà non lo leggo. Sfoglio a caso.
Sto cercando di mettere insieme i pezzi. Di schiarirmi le idee. Sono passati due giorni dal mio incontro con il baratro, con il lato oscuro della “Vera via”.
Sto depressurizzando.
Entra El Santo in libreria.
Entra Blue Demon in libreria.
Entra El Mistico in libreria.
Entrano tre lottatori della lucha libre messicana in libreria.
Due dei quali in teoria dovrebbero essere morti più o meno da trent’anni.
Sono Armadi. Vestiti eleganti. Come può essere elegante un doppiopetto. Al giorno d’oggi il doppiopetto è elegante solo in America latina e a casa Berlusconi.
A una prima occhiata non sembrano intellettuali. Non sembrano fanatici di letteratura francese.
Oddio, magari invece sono studiosi di Foucault o di Proust.
Pregiudizi piccolo borghesi.
Entrano in libreria tre energumeni mascherati da luchadores e nessuno fa una piega.
Loro non si preoccupano nemmeno di fingere di essere dei clienti. Non si prendono nemmeno la briga di dare un’occhiata alle ultime novità editoriali. All’ultimo libro di Paco Ignacio Taibo II.
Filano dritti e silenziosi verso il settore sociologia.
Filano dritti e silenziosi verso lo scaffale “teologia della liberazione”.
Filano dritti verso di me.
Io sto cercando di far capire alla commessa che sono un’intellettuale italiano molto curioso delle teorie sviluppatesi in America latina e anche molto libero per la serata.
Mi sembra che lei mi abbia appena lanciato uno sguardo incoraggiante. Uno sguardo. Che io leggo senza dubbio incoraggiante. Ha un bellissimo vestito a fiori giallo, che mette in risalto il colore bronzeo della sua pelle di mestiza.
Le sue labbra carnose e umide e gli occhi nero carbone sono il mio cartellino di garanzia.
Tra un secondo mi lancio.
Tra un secondo una manona si appoggerà sulla mia spalla destra. Senza violenza. Si appoggia. Come un tricheco si appoggia sullo scoglio. È calmo, tranquillo. Solo che appoggia cinque quintali su un corpo inerte.
Lo guardo in faccia.
Guardo la faccia di Blue Demon.
Ho anche io una maschera così a casa. Me l’ha portata Giorgio dal Messico anni fa. L’ha comprata all’Arena México dopo uno spettacolo di lucha.
Io l’ho indossata al Carnevale di Civita Castellana, diventando subito il re della festa.
Bisogna saperla portare una maschera del genere.
E lui oltre a saperla portare ha anche il physique du role.
Va detto questo.
Guardo Blue Demon e lui mi prende per mano. Come un padre prende per mano un bambino dopo averlo chiamato inutilmente per mezz’ora al parco giochi.
Io lo seguo più per automatismo che per convinzione. Non ho capito bene cosa sta succedendo, ma non so perché decido istintivamente che non è il caso di contraddire papà/Blue Demon in una libreria della Condesa.
Anche perché magari lui non si incazza, ma zio El Mistico e zio El Santo forse sì.
Stanno zitti e camminano ai lati.
Usciamo in strada.
Sono le cinque del pomeriggio. La calle Tamaulipas è trafficata e piena di gente, ma nessuno mostra stupore per le tre figure mascherate e l’italiano bambino che trascinano per mano.
Si vede che questo paese ha una lunga tradizione surrealista!
Qui amava girare i suoi film Luis Buñuel, perché sosteneva che il Messico è già abbastanza surrealista.
O forse era Breton?
Comunque un grande surrealista era convinto che in Messico non c’è bisogno di fare niente.
Salgo su un Vocho bordeaux.
Vocho è come i messicani chiamano il Maggiolino VolksWagen.
L’ultima fabbrica di maggiolini ha chiuso qui nel 2003. Si producevano a Guadalajara e nonostante questo nessun messicano è mai riuscito a pronunciare come si deve questo nome teutonico. Il risultato è Vocho. Molto più amichevole e adatto di VolksWagen in effetti.
El Santo guida. Io sono seduto tra Mistico e Blue Demon. Mistico si gira. Mi guarda e tira fuori due stracci dalla tasca della giacca.
Con uno mi benda gli occhi.
Buio.
Con l’altro capisco che mi vuole bendare la bocca, visto che mi ci caccia un ditone dentro per aprirla.
Mistico si accende una sigaretta senza aprire il finestrino.
Odore di fumo.
Cazzo. Sono stato rapito!

Radical Shock. Una storia sinistra. Capitolo cinque. Sociopatia

Cinque. Sociopatia.

Un clima di sfide vi metterà – sia pure casualmente – alla prova, costringendovi a ridiscutere le scelte. È solo ponendovi domande di senso che gestirete le provocazioni riconquistando la sicurezza. Mentre l’amore è “terra promessa”. PROVATI.

Sono due mesi che piove sulla città eterna. Noi romani non siamo abituati alla pioggia. Ci destabilizza e ci fa incazzare. E oggi piove di brutto.
Sul 70 a piazza Cavour sale un gruppo di novizie. Indiane, latinoamericane, qualche sarda e qualche africana. Due sono giovanissime.
Ginevra mi ha lasciato. Sto leggendo In Vespa, di Giorgio Bettinelli.
Questa è la storia. Un uomo che vive da anni a Bali, dopo aver viaggiato in lungo e in largo per il mondo, riceve in dono da un amico balinese una vecchia Vespa quasi da rottamare.
A 37 anni decide di usarla per uscire dal paese per rinnovare il passaporto. La cosa sorprendente è che non è mai salito prima in vita sua su una Vespa e sviluppa subito un amore viscerale per questo mezzo. Fa aggiustare il catorcio e parte. Impazzisce di gioia, letteralmente. E dopo venti giorni, quando torna a Bali, ha preso la sua decisione. Dovrà percorrere i 24mila chilometri da Roma a Saigon in Vespa. Lo DEVE fare, altrimenti LUI MUORE! Dopo appena due mesi dalla sua decisione è a Roma, in partenza per il Vietnam. È il luglio 1992. Da allora non si è più fermato e le sue imprese sono state strabilianti. Memorabili. Ha girato tutto il mondo sulla sua Vespa fino al settembre 2008, quando è morto per un malore improvviso in Cina a cinquantatré anni, lasciando un vuoto enorme.

Ogni pagina che leggo mi commuove e allo stesso tempo mi genera una fitta allo stomaco.
È devastante avere dei sogni e sentirsi in gabbia. E avere testimonianze di persone che semplicemente hanno deciso e fatto quello che desideravano di più al mondo è uno stimolo e una frustrazione.
Per distrarmi un attimo dall’intensità della descrizione del Pakistan alzo lo sguardo e mi guardo intorno. Incrocio gli occhi di una giovane e bella novizia.
Deve essere colombiana. Anzi sicuramente è colombiana. Ho un fiuto tutto speciale per le donne colombiane. Non mi sbaglio mai. Mi sento arrossire mentre la guardo.
Ho appena capito che ci sto provando con lei. Che è partito lo sguardo provolone da autobus. Non sono riuscito a evitarlo. Lei non abbassa gli occhi. Anzi mi fissa incuriosita.
Tu col cazzo che sei un’ingenua novizia, dì la verità… Sorrido. Sorriso di risposta. Sto per partire. Parto.
«Sei colombiana, vero?».
Si illumina. «Sì!! sono di Cali! Come hai fatto a indovinare?»
«Beh, le novizie più carine sono colombiane…»
ODDIO CHE CAZZO DICO?? non solo ci sto provando con una SUORA, cioè una crisalide di suora, una suora in potenza, ma dico pure delle frasi del genere? Sono veramente un poveraccio. Ha ragione Fausto.
Lei arrossisce (non più di tanto a essere sinceri) e mi fa una faccia come a dire sciocchino non vedi che sono una suora, che mi dici mai?
«Ma voi siete già suore? Cioè tipo potete già dire messa e cose così?» Lo so benissimo che le suore non dicono messa. Lo hanno deciso al Concilio di Nicea nel 325 dopocristo.
E so anche che una novizia non è una suora, è più come una primizia.
Non so perché ho sempre associato la parola novizia a primizia, anche se già da novizie le religiose dimostrano una caratteristica comune. Sono brutte forte!
Mi sono sempre chiesto se le suore sono brutte perché suore oppure sono suore perché brutte…
«Guarda, veramente noi non diciamo messa…» è imbarazzata per me. Adorabile. La devo assolutamente rimorchiare. Già me la vedo che si strappa il vestito di dosso, e si sdraia vogliosa sul tavolo della cucina languidamente… il più banale dei cliché del porno.
Mi faccio pena. Devo continuare.
«Ah, è vero. Che figuraccia. Senti, ma voi non uscite mai a fare passeggiate, a prendervi un gelato con le amiche, o con gli amici?»
La pioggia fuori dall’autobus scroscia. I finestrini sono appannati di condensa, sento che la mia tecnica infallibile di rimorchio (sguardo da autobus, sorriso disarmate e domande sceme) sta funzionando alla grande. Lei ride (ingenua) e si avvicina un po’. La guardo meglio. È proprio carina. Peccato per i capelli corti e quel vestito da suora… ma ce l’avrai un cellulare, no? Potrò chiamarti quando non ci stanno le tue compagne… le superiori.
Appena evoco lo spettro della madre superiora si materializza un essere satanico a fianco della novizia colombiana.
È un mostriciattolo di un metro e dieci. Siccome è vestito da suora decido che è una donna, anche se sono certo che della donna non le sia rimasto nulla. Il male l’ha divorata!! Ha gli occhi piccoli e cattivi. Un sorrisetto sardonico e le manine a uncino. Ha capito tutto, la stronza. Ha intuito il mio piano. Si è accorta che stava funzionando e ha voluto aspettare a intervenire per godersi meglio la mia reazione.
Non parla. Essa guarda e brucia.
È come un supereroe del male. Nano. Col vestito da Batman.
Prima guarda me. Esprime secoli di odio per i maschi e per il loro pene. E per il sesso in generale e per i miei pensieri osceni. L’odio esce dagli occhietti e mi brucia come un raggio laser.
L’angolino del mio libro intercetta per un secondo questo sguardo e comincia a fumare. La cazzo di suora ha bruciato il mio libro!! Lo spengo con le dita.
Poi la megera rivolge il suo sguardo alla dolce novizia colombiana. La deve umiliare. Punire. Deve distruggere in lei ogni desiderio di felicità, di accoppiamento, di vanità, di gioia. Lo fa. (sempre col raggio laser).
E la giovane colombiana diventa piccola piccola come la vecchia. Si vergogna da morire. Torna fra le altre senza rivolgermi più uno sguardo.
Ho perso. Sono ancora scosso. Ma è stata solo una battaglia. Ho perso una battaglia con le forze del male, non la guerra. La guerra, la gloria e la vittoria finale saranno dei giusti. Saranno mie!!
Ho perso di nuovo la fermata.
Rotolo giù dal 70 ormai a largo Argentina. Piove troppo e io come sempre sono senza ombrello.
Oggi è una giornata di merda!
Arrivo al Consiglio di Stato completamente zuppo e incazzato. C’è da dire che sono un po’ permaloso… e rosicone. E quando mi va male con una donna (anche una novizia colombiana durante un tragitto di dieci minuti in autobus sul 70. Sì! Lo considero comunque un approccio) mi viene subito un violento attacco di incazzatura. Poi passa entro breve, quando mi rendo conto che in effetti non è da ascriversi a una mia sfiga particolare il non riuscire a rimorchiare ogni volta che ci provo. Piuttosto a una questione statistica. Esistono delle Leggi superiori a noi, quelle della statistica appunto, che sono inviolabili.
Quindi se mi spettano 3 successi su 10, mettiamo per dire, allora non vi è alcuna ragione al mondo che possa cambiare questa proporzione.
Appena mi ricordo di questo, la mia delusione si smorza e posso ricominciare a respirare bene.

La respirazione è fondamentale per i membri della setta del Percorso per un’Esistenza Migliore. Sugli esercizi respiratori il vecchio consulente finanziario, che oggi si fa chiamare maestro e raggira migliaia di persone nel mondo, ha fondato una religione neopagana. Una setta esoterica che si rifà al sufismo!
Gli adepti si incontrano in gruppi una volta a settimana. Mettono nel calderone tutti i loro problemi (va detto che ne hanno davvero molti. Ognuno si porta da casa quintalate di merda da condividere con altri poveracci distrutti e vessati) e ne parlano tutti insieme.
E i capi fanno tesoro delle disgrazie, delle debolezze, della paura di queste persone per legarli al gruppo. Affinché non possano uscire. Se tentano di uscire infatti diventano dei reietti. Verranno odiati, schifati da tutti, non avranno più nessuno. Non avranno più nulla.
E i poverini ogni giorno fanno i loro esercizi respiratori, le loro “preghiere” per evocare l’energia del cosmo. Seguendo le indicazioni del Maestro.
La respirazione è fondamentale. In tutte le religioni la preghiera e gli esercizi respiratori aiutano a tranquillizzarsi, ad avere l’impressione di stare meglio. Addirittura a stare meglio.
Si chiama alcalosi respiratoria. È quando si abbassa la quantità di anidride carbonica nel sangue e si aumenta la quantità di ossigeno.
È quando si genera quel senso di ebbrezza. È quando si genera quel capogiro. È così che uno si stordisce e vede dio. In tutte le religioni. Più o meno.
Non ci vuole Rita Levi Montalcini.
Poi si ripetono dei rituali. Delle frasi. Invece del padre nostro uno può guardare contro il muro e ripetere compulsivamente il nam myoho renge kyo, o può ripetere una parola segreta. In iperventilazione. E vedere la luce. E avere l’illuminazione.
Però affaristi spietati e sanguinari si approfittano della debolezza e della buona fede di gente che soffre per costruire imperi e soggiogare il prossimo.
Ok magari non è esattamente così, ma sono condizionato dalle tonnellate di fumetti che ho letto durante la mia adolescenza e dai libri di Bukowski, per cui tendo a essere esagerato. Ma il concetto è chiaro.
Dopo il lavoro finisco da Feltrinelli a Largo Argentina a bermi un tè caldo.
Non mi piace come hanno reso questo luogo di culto della mia adolescenza. Sembra un centro commerciale. È pieno di libri di merda e mi viene voglia di rubare. Non ho voglia di dare i soldi a questi qua. Mi hanno tradito. Guardo un po’ in giro a casaccio cercando un bel libro che mi piaccia.
Asce di guerra di Wu Ming e Vitaliano Ravagli. Una certezza di qualità.
Poi nella parte religioni vengo colpito al volto da un libro. Mi sta chiamando il libro con la copertina più brutta del mondo. Lo devo prendere. Ma questo col cazzo che lo pago. Invece pago il libro vero. Esco con La vera via in mano. Nessuno mi ferma. Torno a casa senza nemmeno aprirlo.
I Wu Ming sono dei geni.

Passo il resto della giornata davanti al computer. Davanti al mio Mac. Che è uno status symbol, ma anche una scelta di vita. È come essere di destra o di sinistra, della Roma o della Lazio, se ti piace il salato o il dolce. La fica o il cazzo. Io ho scelto il Mac. Ed è per sempre. Come la Roma, la sinistra, il salato e la fica.
Quindi entro nell’orrenda chat di facebook con Filippo Rossi.
La chat di facebook fa schifo. Oggettivamente. È lenta, si impalla e non puoi nasconderti. O ti si vede o non ti si vede. Non è che puoi, metti, bloccare uno per mezz’ora mentre ti fai i cazzi tuoi e poi riattivarlo. Non si può fare.
Filippo è lì che aggiorna il pensiero del giorno.
Dopo che Gioacchino Sinibaldi gli ha stretto la mano e gli ha proposto di diventare il direttore di youdem.tv lo prendo sempre per il culo.
«Senti una cosa Filippo. Ti volevo fare i complimenti per il video sul congresso del PDL. Mi ha commosso».
«Hahahaha so’ contento. Grazie. Mi hanno detto che ha suscitato anche un po’ di angoscia…»
«Beh, sì, ma quell’angoscia educativa. Vedere quei fascisti ripuliti, con la musica techno sotto, te che invecchi, nella vasca da bagno, il montaggio. Era davvero un pezzo psichedelico. Educativo. Mi è molto piaciuto. Ai livelli delle migliori telefonate con Sinibaldi. Il tuo nuovo migliore amico…»
«Dai, non lo dire neanche per scherzo che poi la gente ci crede. Invece a proposito di gossip. Ho saputo che tu e Ginevra non state più insieme.»
«Direi piuttosto che mi ha accannato. Sì è vero.»
«Beh, mi dispiace proprio Samuele. Davvero. Mi piacevate. Comunque mi sa che ho fatto una mezza figura di merda con lei.»
«Sarebbe?»
«Eh, l’ho incontrata, le ho detto di salutarti tanto e lei mi ha detto ‘Eh quando lo vedo. Non stiamo più insieme’. Non lo sapevo, le faccio, e lei ‘vabbè, mica vado a dire i cazzi miei in giro’. Comunque salutamelo se lo vedi.»
«Mmm. Ma secondo te possiamo continuare a parlarci io e te anche se non sto più con Ginevra?»
«Sei un coglione. Considera che ho parlato molto di più con te che con lei in assoluto. Lo so, è tosta. Comunque ti stai vedendo con qualcuna?»
«Sì. Ma in realtà ho voglia solo di lei. Non me la tolgo ancora dalla testa. E soprattutto me la sogno di notte. Il fatto è che in questo periodo sono circondato da femmine. Mi girano intorno come squali. Ma ti pare possibile? Che cazzo fanno, sentono l’odore?»
«Certo! È l’odore della fica. Un mio amico ha questa teoria. Un uomo quando scopa si porta addosso un odore di fica, che le altre donne sentono inconsciamente. Finché lo sentono dimostri che sei uno sessualmente attivo, che piace ad altre donne, e quindi che sussistono le ragioni perché tu sia un maschio interessante, buono per l’accoppiamento.»
«Beh è una teoria interessante.»
«Sì. Cioè non è che io aderisca proprio completamente, però è vero che si vede quando scopi. E questo le altre donne lo percepiscono e parla bene di te.»
«Vabbè, quindi nel dubbio devo continuare a scopare, anche se nessuna di loro è Ginevra?»
«Che domande fai? Ti è mai venuto il dubbio che potessi smettere di tifare la Roma?»
«No, hai ragione. Sono un coglione. Ora mi metto a riflettere su questa teoria dell’odore di fica. Ti saluto frate».
«Ciao bello.»

***

«we»
«ò»
«staffà?»
«tra un po’ arivano i mostri pe’ giocà a poker»
«Forte. Seratone. Novità?»
«Miss Liceo ’96 stanotte è passata da casa mia e mi ha lasciato davanti alla porta una bottiglia di vodka. PIENA»
«GENIO ASSOLUTO! Ma chi cazzo è?»
«Guarda Shemuel, nessuna donna ha mai fatto una cosa del genere per me. E pensa che manco mi rompe il cazzo!! Sono frastornato.»
«Te credo. Secondo me però è un esperimento che lei sta facendo su di te per conto del CNR. Non può essere altrimenti»
«huahuahuahuahuahuahuahuahua»
«jejejejejejejejejeejejejejej»
«Senti sto skype me rompe le palle. Cala qua. Porta qualcosa da beve e vieni»
«Perché non vieni te, cazzo? Solo perché non hai la patente non vuol dire che non puoi alzare il culo»
«Hai ragione ma vengono quelli a giocà a poker. Dai, cala»
«Daje»
«Daje»
Gli calo a casa portando in dono due miserabili bottiglie da 66 di Nastro Azzurro, comprate illegalmente al ristorante abruzzese più fetido del quartiere.
Giorgio fa scrosciare la sua risata fragorosa da gigante, dall’alto dei suoi “due-metri-punto-zerozero” e dai suoi non si sa quanti tatuaggi.
Giorgio è un bambino di 12 anni imprigionato nel corpo tatuato di un giocatore di basket trentenne e alcolizzato.
«Te sei ripreso? Come va?»
«Che ti devo dire? Come al solito. Me la sogno di notte. So’ un poraccio!»
«Ok tutto normale. Hai fatto qualche altra cazzata che non mi hai raccontato?»
«Mah, cazzate… bè? Dove sono i mostri? Non hai ancora acchittato il pokerino?»
«Ancora è presto. Apriamo le birre».
Giorgio scrive su un settimanale femminile. Le donne che leggono la rivista ogni tanto lo cercano. Inviano lettere appassionate alla direttrice citando parti dei suoi pezzi.
Non sanno che Giorgio le odia. Odia le sue lettrici con passione. Metodicamente. Le disprezza. Non può fare a meno di loro e questo non fa che aumentare il suo disgusto.
Vive nella casa dei suoi genitori da solo. Loro sono da anni in altre città per motivi di lavoro e lui sta per conto suo in una casa grande e vuota. Che a ondate si riempie di amici per le partite della Roma. E a volte ospita, per il tempo minimo indispensabile, donne che Giorgio mal sopporta. Più l’omone le tratta male e più quelle insistono. E la sua non è una strategia.
Fondamentalmente è un sociopatico. Ma non so come siamo riusciti a trovare un modo di comunicare e di volerci bene a modo nostro.
In genere le nostre conversazioni prendono a un certo punto la forma del flusso di coscienza senza capo né coda, ma il cui “corpo” è sempre il nostro rapporto col genere femminile, sperticandoci in analisi psicologiche azzardate, letture della società e del mondo che non hanno alcun fondamento tranne la nostra retorica e brevi commenti pertinentissimi sulle scelte tattiche di Luciano Spalletti e sulle caratteristiche tecniche di giocatori della portata di Philippe Mexés, Marco Motta, Daniele De Rossi o Mirko Vucinic.

Squilla il telefono proprio mentre cominciamo ad affrontare temi seri. Siamo finiti a parlare di dio e della Chiesa. Ma al telefono c’è la madre di Giorgio. Il gigante risponde. Mette in vivavoce.
Madre di Giorgio: «Ma insomma? Che volete fare? Qui i soldi so finiti eh? Io all’età vostra già lavoravo, già avevo le idee chiare e mi ero già sposata. E voi? Guardate che la pacchia è finita, i soldi sono finiti. Che avete intenzione di fare?»
«I soldi sono finiti, perché li avete finiti voi, mamma. Io ero a scuola, alle elementari, giocavo con le figurine e guardavo Mimì e la Stella della Senna perché mi attraevano le loro cosce. E nemmeno lo sapevo, allora!»
«Meno male che ti piacevano le cosce…»
«Non sono io a dover pagare la pensione a voi, ma voi a finanziarmi per il resto della mia vita. Dovete prendervi la responsabilità delle vostre azioni: il mondo non è come me l’avete descritto per trent’anni? Cazzi vostri, perché io non so muovermi in nessuna alternativa.»
«Senti Giorgio, non è possibile che ogni cosa la prendi così male. Stiamo parlando tranquillamente. Non ti agitare così. Comunque volevo dirti che pensavo che avessi capito che tua sorella tornava a Roma. Che problema c’è?»
«Che nessuno mi aveva avvertito, per esempio! Che io mia sorella praticamente non la conosco. Cristo, abito in questa casa da solo da 10 anni. La potrò considerare mia, anche se è di proprietà tua e di papà?? Ora mi dici che mia sorella, che non conosco, verrà ad abitare qui con me. Cazzo ma non ci sono alternative??»
Lei si scusa: «Senti Giorgio, mi dispiace ma non sono riuscita a mettermi da parte i MILIARDI!»
«Ma quali miliardi mamma!!! Non sto parlando di questo… vabbè senti, parliamone in un altro momento va, che c’è un amico.»

La schizofrenia consumista: lamentarsi di essere poveri perché non ci si può permettere la quarta casa in affitto, l’acquisto di una villa al mare, la mancanza dei MILIARDI messi da parte.
E io nel frattempo non ho un lavoro. Non solo. Non riesco a immaginare me stesso con un lavoro nemmeno tra dieci anni.
Quando Giorgio chiude la conversazione ci guardiamo in faccia e ci attacchiamo alle birre aperte e intonse.
«Comunque il cattolicesimo è una follia.»
«Brindiamo al cattolicesimo allora!»
«Hehe. Ma ti rendi conto che al Concilio di Nicea hanno deciso che Maria era vergine per alzata di mano?!»
«Geni.»
«Cioè fino al 325 dopo Cristo la Madonna era una che aveva partorito come le altre, poi arriva un gruppone di vescovi e decide che, no, Cristo è frutto di una nascita verginale.»
«Vabbè, già lo diceva San Matteo.»
«Ho capito ma lo hanno messo ai voti!! Cioè è come se io mo convinco tutti che sono il Maestro, poi che mio figlio l’ho partorito dal culo e lo faccio mettere ai voti. E poi è vero e è sacro!! Siete dei disturbati!»
«Pure l’inferno se lo so inventato nel Medio Evo se è per questo. Allora, io capisco che nel 1100 abbiano creato l’inferno. Fuori era una merda, almeno mettevano un freno alla gente. Le leggi in genere le fanno perché esistono dei problemi gravi da risolvere. È un controllo della violenza. Immagina che cazzo doveva essere andare in giro nel 1100. Allora la Chiesa ti dice, se ti comporti male bruci all’inferno per l’eternità, allora magari ce pensi un attimo prima di stuprare e ammazzare dove capita.»
«Hahahahahaha esatto!! Ma è il rapporto con la morte che è senza senso. Oggi la gente si caga addosso per la paura di morire. Davvero non capisco questa cosa folle della paura della morte. Cioè, la gran parte del tempo uno la passa a non esistere. Prima di nascere passi l’eternità a non esistere, dopo che sei morto non esisti, e quei dieci minuti che stai qua ti preoccupi e ti deprimi perché oddio quanto c’hai paura della morte. Ma che cazzo di ragionamento è?? Tra l’altro lo sai benissimo com’è quando sei morto. Lo sperimenti tutti i giorni quando dormi! Incoscienza totale. Tra l’altro la gente si prende le pillole per dormire! Per morire ogni giorno. E poi però sei terrorizzato dalla morte! Allora, cazzo, sei malato. Hai una grave malattia mentale!»
«Abbiamo eliminato la morte dalla nostra vita. Se ci fai caso è parte dell’edonismo. Che poi in realtà uno pensa alla sua vita come a qualcosa di fondamentale. Ma metti che 100 miliardi di anni fa c’era la vita su Marte. Che cazzo è rimasto? La foto panoramica di Marte. Un cazzo. Un enorme campo da tennis senza manco le strisce! Ah grande! Hai proprio lasciato il segno.»
«L’acaro non si preoccupa del proprietario del divano, se il proprietario del divano lo ha comprato, ereditato o glie l’hanno regalato. Non se lo pone proprio il problema. Sta là nel suo divano e vive.»
«E noi stiamo ancora appresso al dio dei giudei, che poi è papà. È quello che ti dice cosa puoi e non puoi fare, se è giusto o è sbagliato. Adoriamo il dio tribale di un gruppo di pastori ebrei di 5000 anni fa, cazzo!»
«Ti credo che poi la gente si iscrive a Scientology o a Percorso per un’Esistenza Migliore!»
«Oh, ma io continuo a incontrare persone che fanno parte di sette esoteriche strane… Te hai fatto un pezzo su Scientology di recente, vero?»
«Sì, su l’Unità.»
«Eh. Scientology ormai è ‘na macchina da guerra. Una multinazionale tipo Walt Disney. Invece Percorso per un’Esistenza Migliore è una setta tutta italiana dove c’è un Maestro che dice di discendere direttamente dalla tradizione sufica… Ha un’organizzazione che si sviluppa a polipo in tutto il mondo. Sono presenti in 12 paesi. In Messico hanno ventotto sedi! Di cui sei solo a Città del Messico.»
«Mmm»
«Voglio fare un’inchiesta su questa setta. Mi mette l’ansia. Non so bene perché. Cioè a parte fregare i soldi alla gente, non so se questi fanno chissà che tipo di traffici. Ma non riesco a farmi uscire dalla testa questa storia. E poi davvero ogni giorno incontro qualcuno che sta in una setta del genere».
«È un problema sociale. Lo penso pure io. Per questo sto seguendo sta cosa di Scientology. Potremmo lavorare in tandem. Fare una bella inchiesta per Mondo Oggi.»
«Facciamola. Sul serio però. Senti frate, io ho deciso me ne vado da qua. Emigro.»
«Mmm»
«C’ho pensato. Non ho più niente. Trovo solo lavoretti. Le traduzioni e gli articoli li posso scrivere pure fuori dall’Italia. Ginevra mi ha mandato affanculo. Che cazzo ci sto a fare qui?»
«Sono d’accordo. Questo paese è morto. Dove cazzo sta la gente? Dove stanno quelli incazzati?»
«Sono andati a incazzarsi fuori da qui. La fuga dei cervelli. Fuggono cervelli incazzati.»
«E quindi che hai intenzione di fare?»
«Quindi se davvero c’è la possibilità di fare qualcosa insieme per Mondo Oggi, facciamola. Io da lì e tu da qui. Per la mia parte mi sto documentando. Sto leggendo un libro che è un po’ il loro manifesto “La vera via”, di un tipo che si chiama Sagramolo. L’ho rubato da Feltrinelli l’altro giorno.»
«Perché continui a rubarti i libri? Non te li puoi comprare e basta?»
«Frate, costano troppo, e poi rubare da Feltrinelli non è come rubare in una piccola libreria a conduzione familiare. Poi non posso dare dei soldi a questi, cazzo!»
«Sì, continua a trovare scuse…»
«Parli come Ginevra! Comunque, mi so rubato ‘sto libro e lo sto leggendo. È follia pura. Soprattutto puzza di cialtroneria pure col cellophane. Comunque appena mi sono fatto un’idea più chiara ti dico.»
«Guarda, io sono sconvolto da quanto la gente si lasci abbindolare dalla religione e tutto ciò che è misticismo. Non ne posso più.»
«Quello che mi disturba non è tanto il fatto che si creda in cose tipo l’energia del cosmo, che comunque è una roba affascinante a suo modo, se ti piace la fantascienza. Piuttosto mi dà al cazzo il proselitismo, e il fatto che mentre ti vengono date delle risposte semplici il capo nuota nell’oro. Fa politica. Accumula oro. E tu non puoi più uscire, perché se esci non hai più niente. Non sei più nessuno. Sei fuori dal gruppo.»
«Comunque fai bene a emigrare. Cambia aria. Il Messico mi sembra proprio il paese adatto. Conosco un giornalista messicano. Se vuoi ti ci metto in contatto. È un grande. Un tipo strano. Cronista vero, di quelli che conoscono l’élite e i bassifondi. Genio assoluto. Sicuramente ti può dare una mano con la tua inchiesta. Si chiama Serapio.»
«Grazie frate. Lo chiamo sicuramente.»
La birra è finita. Ci guardiamo in faccia.
«Comunque gli spacchiamo il culo a tutti.»
«Glie-lo spacchiamo sì!»

Le conseguenze delle proprie azioni. IV.

La benda stringe sulla testa.
Il fazzoletto in bocca non mi fa respirare bene.
Sono pieno di moccio. La macchina corre su strade trafficate. Sento il rumore.
I due stronzi seduti accanto a me mi schiacciano e stanno zitti. Il terzo guida.
Silenzio dentro. Traffico fuori.
Un’ora. Più o meno.
Non mi avete detto un cazzo.
Uno fuma. Tabacco nero. Appesta la macchina. Finestrini chiusi e fumo che entra nel naso.
Devo andare al bagno.
Perché sempre rimandare quello che si può fare a casa? Perché sottovaluto sempre i consigli di mia madre?
«Tesoro, ti sei ricordato di fare la pipì prima di uscire?»
Un genitore non dice mai le cose a casaccio. Sa qual è il nostro bene.
Viaggiare in silenzio in un dedalo di strade infinite.
Solo Avenida Insurgentes è lunga settanta chilometri. Settanta chilometri di arteria urbana.
Come compagni di viaggio non siete proprio il massimo. Mettete un po’ di musica, no? Perfino la cumbia ascolterei adesso. Perfino il danzón.
Semaforo. Ripartenza. Con calma.
Da un’ora chiuso qui.
Puzza di fumo. Odore di brillantina economica. Odore di acqua di colonia. Non c’è puzza di ascelle. A parte le mie. Sudo nicotina.
Sudo birra.
Sudo adrenalina.
Sudo tensione.
Sudo la paura.
Loro la sentono. Per questo si riempiono di acqua di colonia. Perché la puzza della mia paura gli fa schifo. Stanno lavorando, del resto.
Chi vorrebbe lavorare in un ambiente di lavoro sgradevole? Io non lo farei mai.
Una parte di me si sente rassicurata. Questi tre sanno quello che fanno. L’hanno già fatto un sacco di volte. Sono professionisti. Professionisti mascherati.
Un conto è affidarsi a un principiante, un lavoro amatoriale.
Un conto è affidarsi alle mani esperte di un professionista.
L’auto si ferma.
Si aprono gli sportelli e vengo spinto fuori. Niente scale. Un piano terra. Siamo in una stanza e vengo seduto su una sedia.

Radical Shock. Una storia sinistra. Capitolo quattro. Distanza obbligata

Quattro. Distanza obbligata.

La riflessione davanti allo specchio delle cose inspiegabili vi darà la percezione di ciò che è mosso da invisibili fili. Amore compreso. In attesa di chiarirvi, affidate il libero arbitrio ai “lettini” terapeutici. Psicomassaggio o psicoanalisi, a scelta. PERCETTIVI.

«Mi dispiace Samuele. È che a un certo punto è cambiato tutto.»
«Cosa è cambiato, scusa? Sono la stessa persona di sempre.»
«No. Ho capito che non sei un uomo. Che non sai reagire alle avversità della vita.»
«Scusa ma chi è capace di farlo? Alle avversità si reagisce sempre male, non foss’altro perché sono avversità.»
«Ma perché ti giustifichi sempre? Perché ne fai una questione sociale? Sei tu che non sei abbastanza uomo. Smettila di nasconderti dietro alla crisi. Sei stato a casa per due mesi. Avresti potuto trovarti un lavoretto lì fuori. Che ne so… fare pacchetti nei negozi per Natale, o il cameriere. E se avessimo avuto un figlio cosa avresti fatto?»
«Amore, sono laureato! Ho delle grandi aspettative per il mio futuro luminoso! Sono un eletto! Lavoro da dieci anni… come posso fare i pacchetti?? e poi che cazzo di discorsi fai? Noi non abbiamo un figlio!!»
«Non chiamarmi amore. Ora abbiamo bisogno di allontanarci. Fidati. Io penso in modo lungimirante. Per la coppia. So come vanno queste cose. Se non ci allontaniamo non si potrà più fare niente.»

E aveva ragione lei. Non sul fatto di essere lungimirante o di lavorare per la coppia.
Quelle erano solo scuse per coprire un animo egoista. Un atteggiamento da bambina di sei anni.
No. Aveva ragione su un’unica cosa fondamentale.
IO NON SONO UN UOMO. È la verità su cui mi sono attorcigliato per settimane dopo la fine del nostro rapporto.
Non sono un uomo. Non sono socialmente desiderabile. Economicamente parlando assomiglio più a un tumore maligno che a un compagno con cui poter costruire una vita.
Ma poi da chi avrei dovuto imparare a “fare l’uomo”? Da mio padre?
Sono giorni che cerco di farmi venire in mente qualche figura maschile che nella mia vita sia stata un riferimento, un modello, un paradigma….
I miei eroi dell’infanzia: Indiana Jones, un archeologo che andava in giro a sparare ai nazisti con un cappello e una frusta, rimorchiava donne stupende e le mollava dopo averle illuse di essere l’uomo della loro vita.
L’unico altro esempio che mi viene in mente in questo momento: Ken il guerriero, che peraltro non è esattamente un intellettuale gentiluomo… per carità, incarna bene l’idea di sicurezza, anche se mi sembra eccessivo a volte pensare di poter appianare le divergenze facendo esplodere le scatole craniche degli interlocutori… che poi Ken il guerriero non era un uomo. Era un palestrato anabolizzato troppo stupido per capire che gli piaceva il cazzo.

È che io e Ginevra abbiamo categorie diverse. Una persona sana che ama davvero il suo compagno non direbbe cose del genere:
«Dovresti fare un po’ di sport, sai? Non ti curi abbastanza. Io te lo dico adesso, perché tu lo sappia, ma se ci saranno dei problemi, la panza da birra sarà un’aggravante»
«Un’aggravante rispetto a cosa??»
«Rispetto ai problemi che ci saranno.»
«…»
«Se non andremo più d’accordo, spera almeno di essere magro!»

***

Stasera ho bisogno di riconoscimento. Chiamo Pronto pagine gialle.
«Pronto pagine gialle, sono Silvia, come posso aiutarla?»
«Buonasera Silvia, vorrei sapere dove trovo un pub aperto nel quartiere Prati, a Roma.»
Sono le tre di notte ed è martedì sera. Attendo in linea la ricerca.
«Via degli Scipioni, 125.»
«Grazie.»
Ma ancora non voglio attaccare. Idea.
«Senta scusi, Silvia, un’ultima cosa. So che avete un servizio di personalizzazione. Dalla prossima volta che telefono, vorrei essere chiamato Sir George.»
Silenzio. Sconcerto. Dice che lo farà. Attacco. Richiamo.
«Pronto pagine gialle, sono Susanna, come posso aiutarla, SIR GEORGE?»
Attacco e piango da solo.

***

Torni di nuovo tu. Quando non me lo aspetto. Quando sono più fragile e penso di non averti pensato da giorni. E tu lì arrivi. La mattina appena prima che io mi svegli, quando abbasso le difese.
«Sai, avrei voluto trovare in te un uomo forte. Rassicurante. Protettivo. Sensibile. Un uomo che ti prende, ti sbatte al muro e ti bacia con passione, ma che però ti rispetti. Capisci che è una questione di ruoli? Io ho bisogno di sentirti come una figura che mi dia sicurezza. Non puoi crollare tu. La bambina sono io.»
«Ma quali ruoli? Di cosa parli? Siamo uguali. Tu lavori, guadagni in sei mesi quello che io forse guadagno in dieci anni. Come puoi pensare che la solidità sia slegata dalla stabilità socioeconomica? Sei una donna che lavora, ricca, affermata e però hai bisogno di essere l’anello debole emotivamente dentro casa? E ti metti con uno come me? Ma l’hai sempre saputo chi sono. L’uomo che cerchi tu non esiste…lo hai costruito tu. È un’immagine.»
«So che tu non lo sei. E non lo sarai mai. Io uno come te non me lo sposerei mai, non mi dai una sensazione di sicurezza. È inutile che cerchi di rimediare ora. È così e basta. Non posso farci niente.»

E io ti amo. Pensa.

***

Scendo di corsa dal 64 spingendo fuori, come in un conato improvviso, quattro preti di nuova generazione. Un africano, due latinoamericani e uno che somiglia tantissimo a Nestor, il filippino che lavora a casa del mio amico Giorgio.
Mi sono perso la fermata. Sto leggendo Il grande nulla di Ellroy. Più che leggerlo me lo mangio. Sull’autobus, nei tragitti tra un tribunale e l’altro.
E quindi poi quando arriva la mia fermata a volte me la perdo. O sono costretto a scendere di corsa con la borsa nera piena di documenti, investendo preti immigrati.
La mia fermata è su Corso Vittorio Emanuele.
Faccio tappa a piazza Campo de’ Fiori a comprare due euro di pizza bianca al forno all’angolo, e poi dritto al Consiglio di Stato.
Sono tre mesi che faccio questo lavoro, il commesso viaggiatore incravattato. Lavoro per uno studio che fa domiciliazione per avvocati di fuori Roma.
Ma che cazzo di lavoro è?? Non sapevo nemmeno che esistesse un lavoro del genere, tre mesi fa. L’ho accettato perché ero di nuovo senza un soldo in tasca.
Mi è caduto dal cielo. Me lo ha cascato dal cielo la mia amica Elvira, una donna che tira fuori spesso questi conigli dal cappello. A causa delle sue numerose e sempre risolutive svolte lavorative è soprannominata anche “l’onnipotente”.
Ero commosso di poter ricominciare a fare qualcosa.
E tutti i giorni giro tra Corte dei Conti, Corte di Cassazione, Tar e Consiglio di Stato. Deposito e ritiro atti, documenti, ricorsi, memorie.
Il bello di questo lavoro è che vado in autobus. E posso leggere tantissimo.
Non mi disturba fare il galoppino, sarebbe peggio lavorare in un archivio in un presidio della ASL ai Ponti della Laurentina, dove la gente va in giro col pezzo. Ad esempio.
E poi nei tribunali tutte le impiegate quarantenni, stanche di stronzi e ricchi avvocati che fanno i piacioni o di vecchi bacucchi incattiviti dalla vita, mi trattano con tanto amore e infinita dolcezza. Mi regalano caramelle mou e mi sorridono sempre quando entro nei loro uffici.
In certi momenti mi sento addirittura baciato dalla fortuna.
Arrivo al quarto piano. Qui c’è un dedalo di corridoi che a quanto si dice dovrebbero essere ricoperti di affreschi e stucchi antichi. Questa informazione non è mai stata verificata poiché invece su tutte le pareti campeggiano pile di faldoni, pieni di atti giudiziari, buttati per terra, appoggiati su carrelli di metallo. Ammonticchiati. Viene in mente Kafka. Sono dentro al Processo di Kafka.
In fondo all’ultimo corridoio c’è l’ultima stanza dove controllo se ci sono comunicazioni. Non voglio mai venire fino a qui.
Si sente l’odore già da qualche metro prima della porta. Odore di carne, di forfora, di ascelle non lavate. Odore di stantio. Puzze umane condivise. Odore di scoregge multiple imprigionate tra le chiappe e la sedia e da finestre chiuse.
Arrivo alla porta. Inspiro forte. Sorrido. E apro la porta. Quattro scrivanie tra le pile di documenti. Alla mia destra una donna obesa. Non deve arrivare a trentacinque anni. Ha l’espressione da ritardata. I capelli ricci e un sorriso ebete stampato in faccia. Sempre.
«Buongiorno.» dico.
Alza lo sguardo il secondo padrone di casa. Un uomo obeso. In fondo a destra. Barbona bianca. Coltre bianca di forfora sulla maglietta polo di flanella blu piena di macchie di unto. Occhialoni esagonali calati sul naso. «Buongiorno.» risponde lui astioso. Lui odia.
Giro la faccia intimorito verso l’angolo sinistro. Mi sorride una signora di età indefinita anoressica depressa. Ha l’occhio spento. Come di chi ha smesso per sempre di lottare. E vegeta. «Ciao», mi dice.
Alla sinistra estrema vive una donna apparentemente normale. Sulla cinquantina. Vestita con cura anche se trasmette sciatteria. Dietro le spalle le foto ritagliate da settimanali femminili: Richard Gere, Tom Cruise e Antonello Costa. Un comico da tv private di Roma.
Pare normale lei. Ma non lo è. Perché parla da sola. Fa dei versi. A volte mi sembra che sbavi. Ma credo che sia suggestione. È sempre seduta ed è quella che sicuramente non è qui. È altrove. Non si sa dove.
Controllo sul tavolo a disposizione se ci sono comunicazioni per il mio studio. Come al solito non c’è nulla.
Alzo una mano. «Allora buona giornata a tutti.»
Esco e mi chiudo la porta alle spalle.
La chiamo “la stanza dei geni”.

A 18 anni ho intrapreso la mia personale carriera professionale, che poi ho scoperto non essere tanto personale ma condivisa da milioni di altri giòvani. Tale carriera si compone di alcuni ingredienti base.
Essere nati alla fine degli anni ’70 o nei primissimi ’80.
Avere assorbito dai pori durante i primi anni di vita, la straordinaria sensazione di euforia e di successo che trasudava dal decennio più rampante del ‘900, attraverso pubblicità, cartoni animati e serie televisive.
Da bambino dovevi avere PER FORZA le Reebok Pump. Non si capisce il motivo per cui a 8 anni bisognava possedere scarpe inutili come le Reebok Pump.
Giunti poi, carichi di aspettative, nel decennio successivo, sensibilizzati dai movimenti che cominciavano ad articolarsi nel mondo, bisogna avere intrapreso carriere universitarie inutili e non spendibili come sociologia, antropologia, Dams, scienze della comunicazione, lettere, scienze politiche, lingue orientali… Quanto basta.
Con questo impasto si è finalmente pronti e si comincia a fare qualsiasi lavoro capiti per potersi mantenere indipendenti. Un po’ indipendenti.
Si guadagna per spendere in viaggi, in macchine fotografiche, in “esperienze di vita”, per “conoscere il mondo”.
Si evita con cura di legarsi a lavori stabili, in ufficio, “opprimenti”.
Si fanno esperienze lavorative apparentemente senza senso e senza un filo conduttore. SONO senza senso. Siamo la prima generazione davvero fluida, flessibile.
Agitare e servire a temperatura ambiente.

Sono immerso nella mia teoria sociogastronomica proprio mentre arriva il mio turno al Consiglio di Stato. Oggi devo depositare tre ricorsi e controllare all’Ufficio relazioni col pubblico se sono state depositate delle memorie.
L’impiegata mi vede e sorride. Le piazzo il malloppone di scartoffie sulla scrivania e lei comincia a mettere timbri e a fare alcune osservazioni sui ricorsi, che mi risultano completamente prive di significato.
La guardo negli occhi mentre non capisco un cazzo di quello che sta dicendo. Sfodero uno dei miei sorrisi più innocenti e lei mi lancia uno sguardo complice e comprensivo.
Mi tratta come un ragazzetto sperduto e incapace ed è contenta di potermi aiutare. Io per parte mia penso che sono un ragazzetto di trent’anni, che in un altro paese avrebbe già una famiglia e dei figli a carico, e invece non sa fare un cazzo, e ha fatto un po’ tutto.

***

Mia nonna Olga mi chiede:
«Ma tu quando xè che pensi de farte una famégia? Ti gà quasi trenta ani. Te sì un omo fatto».
Lei è nata nel 1908 a Venezia e le sue categorie sono un po’ diverse dalle mie.
Per dire, ha deciso che non può morire finché non avrà seppellito Craxi (Bettino), Andreotti e Berlusconi. Highlander!
«Sai nonna, i tempi sono cambiati… la gente non mette più su famiglia a 30 anni… non sono anormale.»
«Ti xé reción??» (Sei per caso omosessuale?) risponde lei in dialetto.
«No nonna, sono normale, ma….ora scusa devo salutarti. Ci sentiamo presto. Stammi bene!»

***

«Ginevra, tu non puoi capire quello che sento. Anche se ce la metti tutta. Non hai mai provato quella sensazione di frustrazione, di delusione, voglia di rivalsa, invidia per quelli che fanno quello che vogliono e rabbia. Rabbia enorme di quando ti devi adattare a fare qualsiasi cosa per avere una dignità…»
«Quanto sei stronzo! Pensi che io non abbia fatto fatica? Pensi che fai fatica solo tu?»
«No, penso che non sai cosa vuol dire dover fare il vago con la propria donna perché ti vergogni di dirle che non puoi pagare la tua parte di affitto questo mese. Non ti ci sei mai trovata. In più la tua donna invece di fare la vaga lei, di capire che sei in difficoltà ti dice che non sei stato ai patti…»
«Infatti non sei stato ai patti. Avevamo un accordo. Dovevamo dividere le spese e tu non sei stato in grado di farlo. E poi io la capisco la tua situazione. Che ti credi? Anche io ho delle amiche che hanno avuto difficoltà economiche e lavorative. E loro mi raccontavano proprio queste cose. E LORO andavano a fare le cameriere al pub. Non come te che stai a casa a fare le traduzioni.»
«…»
«…»
«Preparati va. Se no arriviamo tardi a casa di Roberta. Poi a via Giulia non si trova un cazzo di parcheggio. Ma quella una casa in un posto normale non se la poteva trovare?»

Si trucca nuda davanti allo specchio del bagno. In testa un cerchietto verde con le orecchie di Shrek. I piccoli piedi sul tappetino di pelo bianco. Lo sguardo corrucciato. Arrabbiato. Dispiaciuto e DELUSO.
Mi fa sangue. Da morire. È sensuale. Mi fa impazzire. Cazzo. E non posso nemmeno dirglielo, perché abbiamo litigato. Ma se io ora voglio solo smettere di essere arrabbiato e scopare con te? Se ti voglio baciare? Come faccio?
Esco dal bagno e riprendo la parte che devo recitare, del fidanzato in lite. E il momento è andato via per sempre.
Aperitivo a casa di Roberta. Attico e superattico a via Giulia, nel centro storico di Roma. Atmosfera accogliente. Volti sorridenti, bicchieri sempre pieni. Ginevra è contenta, sembra essersi ripresa. Mi guarda e sorride. È felice che io le faccia sempre fare bella figura con tutti i suoi amici. Tutti le ripetono che «si è trovata proprio un uomo come non se ne vedono più». Cazzo se valessero davvero le opinioni degli amici avrei svoltato! Per non parlare dei genitori.
«…Insomma, dovevi vedere questi tailandesi. Sorridenti! Praticamente ci siamo fatti il giro di tutte queste isolette. Ognuna un paradiso terrestre. E poi si lamentano. Ma guarda dove stanno! Comunque capisco pure che alla lunga uno si possa rompere le palle in un posto del genere. Alla fine dopo che sei stata lì due settimane ti manca tutto! Perfino il traffico di Roma! E tu che stai facendo in questo periodo Samuele?»
La solita domanda del cazzo. Perché devo sottopormi a questo tutte le volte?
Tra l’altro nel loro mondo l’espressione “cosa fai in questo momento” significa se ti trovi nei sei mesi all’anno di lavoro o nei sei mesi di non fare un cazzo.
Ginevra non lavora da qualche mese perché è estate e ha smesso di girare fiction o programmi vari.
Lei si definisce DISOCCUPATA.
Io mi sento schizofrenico. Come posso camuffarmi?
Io domani mi alzo alle sette per andare a portare memorie difensive di un avvocato di Cagliari al Consiglio di Stato. Tu sarai a casa a studiare una parte per l’ultimo film con Riccardo Scamarcio.
Io faccio colazione col maalox per poter affrontare la giornata. Tu tiri fino alle cinque di mattina a parlare delle tue vacanze in Tailandia.
Non provo invidia. Piuttosto sconcerto. Come fai a non farti toccare dal crollo del mondo? Come puoi non sentire che la nostra civiltà si sta dissolvendo?
Oddio quanto sono pallosi i miei pensieri.
E poi ‘ste tartine con la polpa di granchio stanno benissimo con il Pinot grigio.
«Beh, ora sto lavorando su un progetto legato ai temi della giustizia.»

***

Ripenso cosa mi dicevi all’inizio:

«Perché stai con me Ginevra? Cosa ti piace di me?»
«Mi piaci perché sai un sacco di cose…»
Questa è la risposta che una bambina dà a suo padre:
Perché vuoi bene a papà, tesoro?
Perché sai un sacco di cose!

E…. no, è vero. Io non sono e non potrò mai essere tuo padre.
Anche se non mi fai tagliare la barba o i capelli per assomigliargli di più.
Anche se ti fai portare in quel bar a Piazza Ungheria dove fanno gli hamburger così buoni dove ti portava sempre lui.
Anche se mi chiedi protezione e sicurezza, emotiva, sociale, economica, quando sai da sempre, da quando mi hai “preso” quella sera sul terrazzo alla festa a San Paolo, che nella migliore delle ipotesi ero uno scalzacani. Anzi, come dice proprio tuo padre “senza arte né parte”.
A malapena riesco a essere figlio di genitori per i quali sono un alieno.

Mi vedo a casa, dopo cena, dopo Un posto al sole, mentre guardo trasmissioni sataniche come Ballarò o Anno Zero o Porta a Porta. E parlo col televisore. Urlo, mi incazzo e impazzisco per l’orrore. Io ho il bisogno di urlare in faccia a questa gente la verità, di svelare le menzogne che ci raccontano.
Devo guardare in faccia Santoro, Floris, Vespa, e gridare che sono dei maledetti bugiardi. Non hanno nessuna etica. I loro salotti televisivi sono pieni di immondizia parlante.
Sono perfettamente consapevole che sto parlando con una scatola luminosa inerte. Sono lucido. Lucidissimo. Perché nei momenti di tensione sono anche troppo lucido. Ma lo devo fare. perché altrimenti IO MUOIO.
È la sindrome del cavaliere Jedi. Ovvero: perseguire la verità anche a costo della propria vita.
È esattamente la stessa sensazione che provo a volte quando parlo con te, Ginevra. So che DEVO perseguire la verità, a costo di qualsiasi cosa, a costo di vederti andare via perché non la puoi sentire, a costo della vita, appunto. Ma la devo dire, la devo urlare. E la grido a te, un interlocutore che nella migliore delle ipotesi è capace e pronto ad accettarla tanto quanto lo è il mio televisore Mivar.
Come quella volta che ti stavo finalmente spiegando i motivi della nostra crisi.
«Samuele, non ci sono motivi. Te l’ho detto, mi hai deluso. E ora non sono più attratta da te. È tutto qui».
«Cazzo non è possibile deludere una persona in modo così definitivo e fragoroso, ti rendi conto? Come è possibile? Che cazzo avrò fatto mai??»
«Non sei stato ai patti. Avevamo un accordo. Non sei stato all’altezza dell’impegno che avevi con me.»
E ora tu mi devi giustiziare senza appello, vero?
Sei sdraiata sul divano. È sabato pomeriggio, è San Valentino, e io sono venuto in quella che era casa nostra a parlare con te, a giocarmi le mie ultime cartucce. Per provare a rimettere in piedi questa storia.
Tu sei stanca. Sei stata a cavallo stamattina. E mentre ti parlo chiudi gli occhi. Mentre ti spiego che il nostro rapporto merita un’altra chance, che ci vogliamo bene, che non ho mai avuto tanta sintonia con una donna, tu ti sei addormentata.
Io sono sconvolto. E tu sei bellissima. Una bambina addormentata sul divano. Vorrei baciarti perché tutta la mia rabbia si è sciolta grazie alla tua immaturità.
Io non sono più arrabbiato. Mi stai mancando di rispetto: tu dormi mentre io ti parlo. E io invece di prenderti a ceffoni ti sorrido e ti copro con la tua copertina di pile rossa.
Quando ti svegli, un’ora dopo, è tutto finito. Hai voglia di invitare amici a cena e vedere tutti insieme il dvd di Wall-e che ti ho regalato.
La nostra discussione è stata cancellata. Sei bella e fresca come una rosa. Stasera dopo cena non dormirò con te. Perché «è sbagliato continuare a dormire insieme». Perché sono mesi che «ormai dormiamo come fratellini…»
COME FRATELLINI!?!?! Io dormo come una belva affamata. TU dormi come una sorellina, forse. Io dormo col veleno.
Ho voglia di te! E ho la frustrazione di non potermi avvicinare a te perché mi respingi. Perciò mi abbracci come una sorellina (Io non ho mai dormito abbracciato a mia sorella. Mi viene ribrezzo solo a pensarla una cosa del genere) e stai appiccicata lì. Fino al giorno in cui mi hai sbattuto fuori.

Faccio i bagagli e torno a casa dei miei genitori dopo due anni di assenza. Mi accolgono in modo affettuoso e comprensivo. Io ancora non riesco a capire bene qual è stato il momento esatto in cui il tuo amore è diventato delusione.
In compenso ho capito però che la nostra distanza non è di quelle che servono a ricucire. È di quelle che servono ad allontanarci. Tu non mi accoglierai mai più. Probabilmente troverai qualcuno che ti tratti da principessa. Qualcuno più adulto di me. O magari un artista. Un musicista. Un saltimbanco che ti faccia sentire leggera.
Non me.
È il precariato affettivo.
Tra qualche mese riuscirò a dire che tu non potevi fare altrimenti, che non sei cattiva. Che avresti tanto voluto amarmi ma non puoi. Che avresti voluto che io fossi un altro per potermi amare. Avresti voluto che fossi sicuro di me, indipendente, rassicurante. Un uomo, insomma. Non un trentenne indeciso, senza un’identità e senza prospettive. Insomma. Io.
Tra qualche migliaio di euro di psicanalista potrò assolverti per avermi scaricato e cancellato dalla tua vita, perché comprenderò l’enormità degli ostacoli che devi affrontare ogni giorno a causa della tua famiglia, di quello che ti hanno fatto passare, della tua impossibilità di crescere emotivamente.
Oggi però sei solo una stronza.

***
Cara Ginevra,
È una lettera così. Una riflessione su di me e su di te. Senza filtro.
Cerco la verità. Il confronto profondo. Con una persona che per me è stata un cardine. Tu. Per caso o per “destino”, mi hai fatto pensare, attivare sinapsi, scoprire lati oscuri.
Oggi ho capito una cosa clamorosa. Cerco di riprodurre un modello, che non ho imparato. L’ho “visto” mettere in pratica. Per anni, senza saperlo, e ho incamerato, ho costruito un’immagine che ho provato a riprodurre senza successo. Mi sono presentato a te, come a diverse altre donne della mia vita, come salvatore, come quello che ha le risposte, che sa come fare, come la roccia a cui aggrapparsi. Quello che ho capito essere mio padre nella mia famiglia. Anzi, l’immagine che di mio padre ho costruito da bambino. Tu, come le altre, avevi bisogno di questo, anche se non mi amavi. E quando, come sempre, non ce l’ho fatta, tu ti sei incazzata con me. Perché non ho rispettato le aspettative.
Io sono cresciuto fino a oggi pensando di non avere niente a che fare con mio padre. Invece volevo riprodurre un modello. Quello che mio padre è per la mia famiglia. La roccia. La sicurezza. Io vorrei essere l’uomo anni ’50 che è lui. Pensavo di poterlo essere. E invece non lo sono. Illudo le persone. Quelle come te. Quelle come tanti altri. E poi le deludo. Perché ho interiorizzato un modello, difendere la mia donna, proteggerla, essere il punto di riferimento. E poi non lo sono.
Su questo oggi inizio il mio cammino.

«Pronto!? Chi si becca il primo vaffanculo della giornata??»
«Samuele sono Giorgio. Idiota! Mi hai detto tu di chiamarti alle otto per andare al mercatino rom…»
«Ah, scusa. Sto scrivendo una lettera a Ginevra. Ero concentrato.»
«Ancora co’ Ginevra?? La vuoi smettere? Gira pagina!»
«Giorgio stavolta ci sto provando. Sta lettera è fenomenale. Vedrai che rimarrà impressionata. E tornerà strisciando. E sarò io a dirle NO stavolta…»
«Certo, certo…. sto al bar sotto casa tua tra venti minuti. Sbrigati.»

Penso continuamente a te. Chi sei, di cosa sei fatta, come ti comporti. Sei un’ossessione. Capire te mi serve a capire me. È un dovere che ho.
Io sono stato attratto da te per motivi forse patologici. Perché amo le persone “passive aggressive”. Quelle che da fuori sono socialmente vincenti, che però mostrano un lato che le mie sinapsi leggono “da salvare” ma che in realtà sono così corazzate da distruggere me.
È psicologia da autobus. Ma è così.
Ora scopro cose di me che fanno paura. Che non ho voluto mai vedere. E lo faccio anche grazie a te.

Sei una donna sola. Sola nel vuoto. Ti circondi di rumore. E non ho saputo dirtelo altrimenti, tranne che così. Di amici e situazioni “rumorose” che non facciano sentire il silenzio che ti distrugge. Feste, serate, aperitivi, eventi. Impegni, sonno e noia, film, serie televisive, giochi. Sempre qualcosa da fare, per distrarti. Persone che non ti mettono in difficoltà seria. Che non sollevano mai temi scabrosi. Forse perché ti chiami Ginevra Mischianti. Persone meno capaci di te. Tu sei sulla difensiva, impenetrabile, riservata.
La butti in caciara, rispondi alle critiche e alle difficoltà attraverso l’ironia. Per non tirare fuori i tuoi sentimenti, per non far vedere che sei umana, che sei debole, che puoi soffrire.
Invece ascolta il tuo silenzio. La tua paura, la tua timidezza.
Mi vuoi fuori dal tuo ambito di amicizia perché è il tuo unico appiglio, caldo, comodo.
Poi alzarsi, routine, cavallo, un po’ di lavoro, dormire, uscire. Per mesi. Sempre uguale e sempre vuoto. Sempre rumoroso.

Tu sei nata e cresciuta senza un padre. Hai creato una immagine di uomo ideale che nessun uomo può incarnare perché non esiste.
Tuo padre non c’è stato. Non ce l’hai avuto. Ti ha tolto qualcosa di importante. E tu non sarai soddisfatta di nessun uomo, perché in mancanza di un modello di riferimento maschile ne hai costruito uno che non c’è.
Il nostro rapporto non poteva funzionare perché io non sarei mai potuto essere sovrapponibile all’uomo che cerchi. Perché è un uomo inventato.
Oggi piangi ancora quando parli di tuo padre. Perché non ti ha mai portato in montagna, perché si sposa senza chiederlo alla sua principessa, perché fa cose coi suoi nuovi figli che a te ha sempre negato. Non recupererai mai quello che hai perso. Potresti forse instaurare un rapporto nuovo. Chi lo sa?
Questo è un punto chiave di te. Di te da sola e di te con me o con un uomo.

Eppure hai delle capacità sorprendenti. Penso a cosa amavo e amo di te. Non la tua simpatia. Non la tua bravura. Non la tua fama. Non la donna che fa le battute, e spopola in tv.
Tolgo tutti questi orpelli, questi elementi di distrazione. Amo la persona che potrebbe uscire dalla gabbia e ancora non lo ha fatto. Amo quello che sei e non che FAI. Sotto a tutto, alla noia, alle routine rassicuranti, alla ostinata volontà di non vedere e non sentire, sotto tutto questo sei luminosa.

Io amo chi c’è dietro. Ginevra quella che “può” emozionarsi per le cose piccole, quella che non si vergogna di amare, di essere triste, o debole, o dirompente. Che è una bomba perché lo è lei. E quella Ginevra non deve per forza amare me.
Siamo oltre questo.
Questa lettera non è per riconquistarti o farti ripensare a me. È perché io lo DEVO fare. Devo dirti quello che penso. Perché è la mia giustizia. Altrimenti IO MUOIO.
Magari tu non sai nemmeno se vuoi fare il tuo lavoro, se è in questo campo che vuoi costruire la tua strada. Magari sei stata buttata nella mischia troppo giovane e non lo sapevi cosa volevi fare. Se volevi questo. Dove puoi stare comoda senza metterti mai alla prova. Ma nella sofferenza.
Tu non sei felice. Di te. Di quello che fai. Godi di alcuni aspetti ma io l’ho visto e l’ho sentito. Ho visto pezzi di te che non si vedono e sono nascosti e si mimetizzano.
Io esco dalla tua vita. L’ho fatto e non rientro. Ma ti parlo e non ho paura di dirti queste cose. Le penso.

Hai pensato che io potessi essere un uomo da modellare secondo i tuoi parametri. Quando ti ho deluso mi hai semplicemente detto “Sai che c’è? Non vai proprio bene. Ciao. Ora diventiamo amici.” Non funziona così.

La nostra convivenza a me ha insegnato tanto. E il mio è un modo per restituirti qualcosa. In maniera goffa, incompleta e forse incomprensibile. Vorrei che un giorno ti confrontassi davvero con me. E te lo dico solo perché tu, non so perché, mi hai dato gli strumenti per andare a vedere giù. Nel mio fondo. E fa male, fa paura, ma è fondamentale.

Grazie a te intraprendo un viaggio lungo e difficile. Voglio dirti che lo puoi fare anche tu e che è bello e doloroso.
Magari tutto quello che ho scritto finora senza senso, senza rispetto, ti fa male o schifo. Ma lo scrivo perché tu reagisca. Perché tu sappia che è questo quello che io ti voglio lasciare.
La stima per te, che fai di tutto per essere superficiale, per non vedere il baratro. Il baratro però si può saltare oltre che essere spaventoso e buio e nero.
Probabilmente dopo questa lettera non vorrai più saperne di me. Ma tanto mi pare che a questo punto siamo.
Però io devo fare un tentativo. Anche violento. Devi sapere che qualcuno ti dice tutto. E ti tratta da persona matura, adulta, e ti stima tanto da pensare che capirai. E qualcosa ti resterà di questo.

Amore per me non vuol dire pensarti felice con qualcun altro. Vuol dire pensare che puoi essere felice con me. Ma se proprio non è possibile ti rompo il cazzo perché tu inizi a essere felice con te.
Ti amo con tutto il cuore.
Samuele.

Le conseguenze delle proprie azioni. III.

La mia faccia è un’arancia schiacciata. La mia faccia è un pallone sgonfio. La mia faccia è un gatto spiaccicato.
Dopo il terzo pugno la cartilagine del mio naso è un’eruzione di sangue.
Prima di questo. Nel mio naso passano fiumi di gas. Nel mio naso passano litri d’acqua. Un getto gasato. Litri litri e litri.
Ho gli occhi bendati. Sto annegando seduto su una sedia. Vengo investito da tutto l’Oceano Pacifico in tempesta. Le mani sono legate dietro la schiena. I piedi sono legati alle gambe della sedia.
Grido acqua di mare gasata.
Sono nelle turbine di una nave.
Annego.
Annego cosciente.
Annego.
Mentre annego mi piscio addosso.
Mentre annego provo a urlare.
Grido acqua e sangue.
Gorgoglio.
Sono un fiume strozzato che gorgoglia.
Il mio stomaco è un sacco di viscere.
Il mio stomaco è un sacco da menare.
Il mio stomaco è una busta di vomito.
Il mio stomaco è un fiotto di acido.
La mia faccia è di cartapesta.
Pesta.
I miei zigomi sono ossa di pollo.
La mia lingua è fatta di sangue e di vomito.
La mia gola una grotta di acido e di sangue.
Mangio il mio sangue.
Mangio il mio vomito.
Vomito rabbia.
Vomito bile.
Piangere.