diario da Port au Prince. il ritorno.

Giunge all’ultima puntata il racconto delle mirabolanti avventure haitiane dei quattro moschettieri freelance.

Mentre inviati speciali italiani di grandi testate nazionali vanno a scopare a Santo Domingo coi soldi del giornale, dichiarando al mondo di raccontare l’inferno di Haiti, i vostri reporter preferiti si smazzano per tirare su i soldi del biglietto aereo. Probabilmente abbiamo sbagliato noi. E del resto come si fa a resistere alle puttane ragazzine dominicane? Bisogna capirli questi anziani inviati speciali. È una vita dura, piena di stenti, sempre con la valigia pronta per partire nei luoghi più disgraziati della terra, è ovvio che uno cerchi il conforto e la tenerezza tra le cosce mercenarie di giovani minorenni di qualche paese sottosviluppato.

Ci tocca raccontare queste cose oltre alle vicende di un popolo dimenticato da dio. Anzi. Non è che dio l’abbia dimenticato, come sostiene un signore haitiano con cui mi faccio una chiacchierata. È che qui facciamo il vodoo, la magia nera, e allora dio è arrabbiato e ci punisce. Ma allora cristo, se lo sapete la volete piantare co sta cazzo di magia nera? Dico, che altro deve fare sto dio per dimostrarvi che vi odia?

Gli ultimi giorni è un accalcarsi di tende per l’arrivo di forze fresche delle varie agenzie ONU. Servono menti riposate per affrontare tutti quei briefing. Accorrono inviati speciali da tutto il mondo, dopo ormai una settimana dall’inizio della festa. Tutti in cerca di storie nuove, di angolature diverse, creative, che nessuno ha ancora raccontato.

È tempo di andarmene, di abbandonare la mia casa, il cartone sul pratino, e di tornare al Distrito Federal, con questo magone che comincia a salire, a prendere forma. Perché uno stando lì nel mezzo dell’azione non può permettersi di sentirsi male. C’è l’adrenalina, la tensione, le mille cose da fare, da scrivere. Si è lucidi, razionali, operativi. La merda arriva dopo. Arriva per esempio quando il Principe, ormai a casa, viene a sapere che sua zia è morta, e si rende conto che ognuna delle singole 200 mila vittime era una zia, una mamma, un figlio, per qualcuno. Ognuno di quei cadaveri scomposti e putrefatti era una persona. Ma quando sono così tanti, quando è così diffuso l’orrore non li vedi come cristiani. Li vedi quasi come pezzi del paesaggio.

Lascio questo paese con un nodo in gola. Con il desiderio di restare, per continuare a raccontare una terra senza speranza, vittima delle forze della natura, dell’ottusità di eserciti che cercano di spartirsela mettendosi addosso la bandiera degli aiuti. Non posso restare perché non me lo posso permettere. Perché non ho un giornale che mi paga le troie. Devo rientrare in Messico, scroccando il passaggio di un Cessna che fa avanti e indietro da santo domingo.

Lascio Cutie e il Principe a continuare a scattare foto. Immagini atroci e bellissime, se si può parlare di bellezza qui. La foto più inquietante è quella di una bambina, fatta dal Principe in un ospedale. Invece di essere frantumata, amputata e sofferente, la bambina piange, ma perché è appena nata. La foto di un parto, tra tutti questi morti, ha un effetto straniante. Senti che è bella, è potente, ma non puoi fare a meno di chiederti che cazzo c’entra la vita in questo posto.

E invece c’entra. Questo posto è pieno di vivi. Che forse si meriterebbero un po’ di attenzione pure loro.

Torno a casa e trovo Vittorio. il toro di cartapesta che ancora non ha capito un cazzo di come funziona il mondo. Lo metterò su un cargo per dar da mangiare a qualche haitiano.
Trovo gli amici, che mi chiedono com’è stato. Che mi dicono come si fa a adottare un haitiano. Io non riesco a non rispondere che, beh, è stato da paura, del resto il Caribe è pur sempre il Caribe, una favola.

Per quanto riguarda le adozioni. Ho deciso di adottare due bambine haitiane di vent’anni. Per solidarietà con il popolo fiero dell’isola e anche un po’ coi colleghi inviati speciali. Due piccioni con una fava.

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diario da Port au Prince. occupazione (o le ali della libertà).

Dell’approccio creativo dei marines alle tragedie umanitarie si è già detto. Quello su cui vorrei tornare è l’immagine che si è data del popolo haitiano negli ultimi giorni. Gente che fa sommosse, che tira fuori i machete, che minaccia la sicurezza propria e altrui. Bestie di satana che si avventano sui poveri stranieri che cercano di aiutarli. Tanto da giustificare una presenza molto massiccia di militi prevalentemente della U.S. Army.

E dunque Haiti è occupata. Mentre le Nazioni Unite fanno briefing uno appresso all’altro, ti ritrovi soldati su mezzi blindati che girano per le strade di Port au Prince come se si trattasse di Saigon, fucili spianati e sguardo molto maschio e molto cattivo.

La gente da parte sua se li rimira come se fossero matti. Ma che cazzo andate in giro armati così?

Annosa questione. Ma ste famose sommosse popolari ci sono state? Dunque per rispondere facciamo un po’ di cucina. Prendiamo centinaia di migliaia di persone rimaste senza nulla (mi pare che il concetto, a questo punto, sia abbastanza chiaro) che stentano a trovare del cibo e dell’acqua. Aggiungiamo frustrazione e risentimento verso una comunità internazionale che non è in grado di organizzare la distribuzione dei viveri che quotidianamente atterrano all’aeroporto e rimangono stipati lì. A parte aggreghiamo i marines che come tutti sanno sono esperti di distribuzione di aiuti umanitari, che senza avvertire nessuno né coordinarsi ad esempio col World Food Programme decidono di lanciare a pioggia col paracadute a casaccio (tecnicamente a cazzo di cane) razioni k, cioè quei simpatici pacchettini con dentro sorprese alimentari, senza alcun criterio. Se io sono un capo banda armata e mi vedo piovere viveri dal cielo senza nessun controllo è ovvio che mi lancio a pesce ad arraffare, e se posso a rubare anche ai miei compatrioti. E dunque lo faccio. E minaccio gli altri di morte. E se non si tolgono dalle palle li faccio proprio fuori.

Ripetere l’operazione finché non si scatena una sommossa e servire a temperatura ambiente.

Viaggiando come i cani sulla fuoriserie di Vi non ci è capitato mai di vedere le violenze raccontate e gridate dai media di tutto il mondo. Parlando con gli operatori sul campo, con i volontari, con i gendarmi francesi, che pattugliano le strade con quei loro adorabili vestitini celesti, nessuno ha confermato l’efferatezza delle violenze. Non più di quanto ci si possa aspettare in una situazione del genere.

Ma se non c’è violenza sommossa, spargimento di sangue, come si giustificano le migliaia di soldati? Come si giustifica il colpo di mano dell’esercito?

Per capirlo io e Sciacallo cogliamo l’occasione al volo e ci facciamo invitare su un Seahawke, un elicottero della U.S. Navy, che tiene parcheggiate le portaerei al largo della città.

Dopo due ore a farsi esplodere le orecchie all’aeroporto tra elicotteri cargo militari, hercules, aerei civili della American Airlines, è il nostro turno di salire su questo attrezzo cafonissimo e molto maschio.

Il marine che si occupa del rapporto coi giornalisti è amabilissimo, sorride, fa battute. Cesare Lombroso lo avrebbe sicuramente tacciato di criminale a giudicare dai suoi tratti somatici leggermente “ottusi”, ma a noi ce fa tanto ride, che sagoma!

Dunque i due moschettieri si preparano a un pomeriggio da embedded. scattiamo foto ai robusti soldatini che davanti a telecamere, instancabili, caricano razioni k e bottigliette d’acqua sui mirabolanti seahawkes che vanno e vengono sul pratino dell’aeroporto. Ci tengono proprio a far vedere che sono indispensabili.

Arriva il nostro turno dopo un’attesa interminabile. Ci forniscono di due caschi con copriorecchie e saltiamo agilmente sui potenti mezzi dell’aviazione americana. Stipati in mezzo a decine di scatoloni di cibarie che, a quanto dicono i marines, devono servire a sfamare 10mila persone per 5 giorni. me cojoni!

si sorvolano i paesaggi haitiani per 15 minuti. Montagne semi deserte, fino ad arrivare a Jacmel, a sud di Port au Prince. Va detto che sti elicotteri dentro so tutti sgarrupati e mezzo sfonnati, non è che stiamo proprio viaggiando con la tecnologia di punta. Ma in ogni caso per dei giovani freelance italiani, temporaneamente embedded, che devono essere sedotti, fa comunque la sua porca figura.

Si atterra. Si scarica la merce. Foto ricordo. Poi risalite al volo se no vi lasciamo qua. E risaliamo… Di nuovo in volo su valli e colline. Finché non arriva l’imprevisto. Regà, scusate, dice il baldo soldato, c’è finita la benzina, tocca annà a fa rifornimento un attimo alla porteaerei. Come finita la benzina? E noi qua sopra a fa gli splendidi senza benzina? E annamo su sta portaerei, che te devo dì? Dopo il rifornimento, si riparte veloci come il fulmine verso Port au Prince. Ma prima a sorpresa sorvoliamo un quartiere che dà sul mare. E da qui su lo Sciacallo riesce a scattare delle foto di centinaia di poracci che si accalcano su cinque navi stile carrette del mare di Lampedusa. Più altre centinaia di persone ammucchiate a riva in attesa di salire a bordo. E dove cazzo vanno questi? Non mi dire che stanno cercando di scappare via mare? Ma siete pazzi? Gli americani hanno detto proprio specificamente, noi ve volemo tanto bene, aiuti, tricchettracche, cotillon, però nun dovete cacà er cazzo. Rimanete qua, no che venite tutti a Miami a fa come ve pare!

Invece quelli proprio se ne vanno. Ce provano. Perché se è vero che il presidente del Senegal ha offerto un pezzo del suo paese ai fratelli haitiani per farli tornare in Africa, gli Stati Uniti stanno lì appizzati per rimpatriarli tutti.

Finito il giro ringraziamo per la gentilezza e ci ributtiamo nel marasma, felici di aver visto all’opera i veri buoni, felici di aver provato l’ebbrezza di essere embedded, ma un po’ con la sensazione sgradevole di aver vissuto sulla nostra pelle il concetto di “media asserviti”. Mo perché noi siamo vagabondi e randagi e non ci comprano co du noccioline, e quindi racconteremo per bene che porcate fanno gli americani da ste parti, però sono certo che altri si sono fatti fregare co du gomme da masticare e no specchietto.

Haiti di notte direi che è buia e di bello c’è che si vede un oceano di stelle sulla testa. Sdraiato su un cartone sul prato della base ONU, cena scroccata, con una copertina aspetto che arrivi il sonno. Qua non si sogna.

diario da Port au Prince. acqua.

Mi piacerebbe ora soffermarmi sul concetto di acqua. mi pare uno dei temi centrali della situazione. Innanzi tutto va detto che apprezzo il modo dei centomilioni di marines, atterrati tra un hercules e l’altro all’aeroporto occupato militarmente di Port au Prince, di affrontare la questione. La gente ha bisogno di damangiare e dabere e te arrivi coi carrarmati e i fucili da guerra. Un po’ come se a uno che c’ha la dissenteria, per dargli una mano, gli dai una sega a nastro. che cazzo ce fa non si sa, però è una risposta creativa, questo tocca ammetterlo. Lungi da me voler fare polemica coi “corpi di peacekeeping” che sono i buoni e vengono a portare la pace. Lo dice la parola stessa. L’unica cosa è che mi sa che non si so accorti, nella loro immensa solidarietà, che ad Haiti non ci sta la guerra, ma una tragedia umanitaria, ma ovviamente non è nemmeno il caso di spaccare il capello in quattro.

Tornando all’acqua, diciamo che già di per sé qua in Haiti non è che abbondasse l’acqua potabile pulita, dato che è pratica abbastanza comune, sciocchi selvaggi, direte voi, bere un liquido grigiastro di dubbia provenienza, che non definirei proprio potabile a una prima occhiata.

Ecco, ora con quei 40 gradi belli umidi e un terremoto sul groppone che ti ha sbragato via tutto si pone abbastanza imperativo il problema di dove cazzo andare a prendere l’acqua.

Mi pongo la questione sorseggiando acqua potabile dei lavandini del centro operativo dell’ONU, che cià pure le docce, circondato da funzionari di tutte le possibili agenzie dell’ONU che bevono il tè e fanno importantissimi briefing su come fare la distribuzione, mentre intanto i giaigió americani gli scippano l’aeroporto e fanno sbarcare miliardi di militi per dare aiuti umanitari ai disgraziati.

Dopo sei briefing viene fuori che la gente ha bisogno di acqua. è proprio un fatto accertato. Tocca fare qualcosa. Ora si prepara un briefing per capire come affrontare l’emergenza. Ieri avevamo incrociato un’autobotte anarchica che è partita nottetempo da Santo Domingo. Oh, noi non abbiamo chiesto il permesso a nessuno, dice il trasportatore, siamo partiti perché qua se morono de sete, poi se quelli dell’ONU ce dicono qualcosa sticazzi, intanto j’amo portato l’acqua, o sbaglio?

Nono non sbagli per niente. Noi moschettieri con la nostra razione d’acqua da mezzo litro in borsa ci aggiriamo come cani per le strade affollate e imbattendoci nell’autobotte ci rendiamo conto che tra qualche giorno, se gli aiuti non si sbrigano, sarà una tragedia. Tanto per cambiare.

Parlando con un’amabile e bionda dottora americana della Florida che è venuta a amputare arti ad Haiti, la pratica più comune tra i suoi colleghi che si trovano davanti fratture esposte incancrenite come se piovesse e hanno a disposizione solo cartone e garza per ingessare o le seghe circolari di prima per amputare, discuto sul problema malattie, e lei sostiene che no, non c’è un vero pericolo epidemie. Certo, a meno che la gente non si metta a bere l’acqua infetta inquinata da monnezza e liquidi corporei fuoriusciti dai cadaveri. La guardo basito. Ma cosa cazzo credi che stia facendo la gente lì fuori? Ah, dice lei, magari gli haitiani lo fanno che c’entra? Ah, scusa infatti sono una minoranza gli haitiani che stanno terremotati ad Haiti. Scusa, so stronzo io!

Proseguiamo il nostro giro turistico accompagnati dall’instancabile Vi, che guida come un forsennato suonando il clacson e dicendo cose incomprensibili. Di ritorno alla base a casa di Fiammetta  ci fermiamo a salutare la numerosa famiglia di Vi, che sta accampata al buio pesto della sera su dei materassi fuori di casa, che non è venuta giù. Loro cantano stasera. E Roberto, un parente di Vi che ha vissuto a Santo Domingo e parla spagnolo, ci invita a cantare con loro. Tira fuori una chitarra e una tastiera a batteria coi tasti che si illuminano quando li suoni. Si esibisce nei pezzi che ha scritto. Inni pop a dio e a gesù, contro satana. Ha una bella voce e ricorda un po’ un Ben Harper haitiano. Noi cantiamo insieme a lui e alla sua famiglia.

Ci viene chiesto di suonare pure noi qualcosa per loro. Sguardo fuori campo. L’unico che sa suonare è il Principe, uomo pieno di risorse. Quindi je partimo col repertorio classico dell’italiano all’estero: Battisti, De Gregori, Paolo Conte e Rino Gaetano. Io e il Cuttica ci esibiamo come duo vocale degno di Amici di mariadefilippi. Unica pecca i testi delle canzoni, mai completi, quindi daje de nananananana, ma gli haitiani sembrano non accorgersene e apprezzano lo sforzo.

La notte torna a calare sulle calde giornate haitiane e noi ci buttiamo di nuovo sul pavimento duro ma antisisma del giardino di Fiammetta. Sognamo fiumi in piena e haitiani che fanno briefing su come salvare l’anima del personale ONU e dei marines.

diario da Port au Prince. in gita.

Le giornate sono caotiche. Ti svegli sempre con la schiena incriccata, magnato dalle zanzare, roduto perché hai dormito tre ore.

Noi ci svegliamo, prepariamo la saccoccetta con le macchine fotografiche, i registratori, le mascherine, i crèc, l’acqua. E via, veloci come il vento tra le strade di Port au Prince. Mezzo di locomozione: un’altra autovettura ad assetto ribassato. Stavolta di un colore quasi viola melanzana. Alla guida Vi. Il nome è un altro, ma ogni volta che lo pronuncia suona diverso, per cui ci siamo settati su Vi e pare che vada bene pure a lui.

È il vicino di casa della nostra ospite, Fiammetta, la santa donna cooperante che ci ha accolto come dei fratelli randagi.

Vi ci scarrozza per la città per farci vedere le meraviglie del paesaggio. E dunque si parte in gita. Tra i palazzi sventrati una volta ripieni di vita e che ora “rigurgitan salme”. E le salme sono tante. Buttate in mezzo alla strada. Gonfie. Rattrappite in posizioni oscene, raccapriccianti. Con la linfa che le abbandona sotto al sole dei Caraibi. Rimaste immobili nell’ultima posa, quella protettiva che non ha potuto nulla contro la forza di gravità. Quelle che sembrano statue di sale beccate all’improvviso dalla sorprendente violenza della natura. Se uno si avventura tra le macerie, tra un quaderno, una scarpa, una foto, compare un pezzo di torace, un braccio. Lo senti un po’ prima di vederlo. Dalla puzza immonda, dolciastra, disgustosa, che si diffonde nell’aria, attraversa il filtro della mascherina, della bandana, e ti si inalbera nel cervello, nella carne. E te la porti appresso.

I primi giorni, troppi, i cadaveri non vengono portati via. O non vengono portati via tutti. Sono troppi. E poi la gente ha paura di toccarli. Ce n’è uno, immortalato dalle macchine fotografiche dei miei compari, che è stato lasciato in mezzo a un incrocio. Come la pizzarda dei vigili urbani a Piazza Venezia. Quasi una rotonda intorno a cui circolano le macchine. E nei palazzi ombre scavano per trovare qualcuno o qualcosa da portare via. Li chiamano sciacalli. Ma se pensi che questi hanno perso tutto, sono crepate duecentomila persone, non c’è acqua, non c’è da mangiare, io non mi sento di chiamare uno sciacallo perché cerca qualcosa da vendere, mangiare, scambiare, da sotto le macerie.

Intanto i potenti mezzi sanitari soccorrono. In una visita serale alla sede amministrativa di Medici Senza Frontiere, ieri sera ci siamo imbattuti in decine di anime in pena buttate per terra, all’esterno di un edificio che non è venuto giù, perché costruito per bene. Questo non è un ospedale, sono uffici, ma la gente viene soccorsa lo stesso. Sulla rampa in discesa del garage giacciono decine di coperte, cartoni e sopra persone con ossa rotte, traumi cranici, ferite. Le ossa si aggiustano coi cartoni, legati con garze. Dio bono, fallo te un gesso senza il gesso! E fanne centinaia di migliaia. Ai primi gli ha detto culo, poi vai de garza e cartone. La gente fuori dal cancello che strilla e piange. Dentro che strilla e piange. I medici che si smazzano tutti, senza fiatare, a testa bassa. Un goccio di caffè e si ricomincia.

Di nuovo per strada. Di nuovo nel delirio. La parola che rimbomba nella testa, oltre alle bestemmie, che accompagnano e descrivono ogni scena di orrore, è brulicare. Brulicare. Brulicare. Tutto si muove. Senza alcun senso apparente. Anche chi sta fermo si muove.

Noi moschettieri cerchiamo di mantenere la lucidità. I fotografi si devono avvicinare con quell’attrezzo invasivo, sembrano distaccati. Cuttica è quello che a una prima occhiata sembra avere tutto sotto controllo, sembra solido. Salvo poi sbottare con commenti disperati. Credo che fotografi in apnea mentale, ma gli schiaffi gli arrivano forte e prima o dopo fanno male.

In ogni caso è troppa la violenza visiva, olfattiva, disperante, che ci circonda. Noi dobbiamo ricordare che siamo privilegiati, che ce ne andremo, che abbiamo l’acqua, che non abbiamo perso tutto. Quindi non siamo come loro. Siamo solo occhi e orecchie e mani e bocche. Per raccontare a chi non c’è che questo posto esiste. Sento già le polemiche dei duri e puri che ricordano a tutti, sì vabbè Haiti esisteva prima e nessuno se la inculava, con tutti i suoi problemi da paesepiùppoverodellemisferooccidentale. È vero. E quindi? Siete meglio voi che lo sapevate, per quanto mi riguarda la tragedia mi dà l’opportunità di raccontare questo posto e ora che posso lo faccio.

Nell’ospedale che puzza di piscio, di merda, di vomito, di cancrena, di braccia e gambe amputate e di morte, la gente ti racconta com’era casa loro. Com’è stato vedere quelli del piano di sopra che dopo un po’ stavano tre piani sotto di te che giocavi a carte con tua moglie, che però è stata risucchiata e fatta a pezzi dal crollo. Ti raccontano che è un miracolo che hai perso sei persone nella tua famiglia ma tua figlia si è salvata, trovata da un vicino due giorni dopo il crollo. Che Dio è grande e misericordioso nel suo amore. Se lo dici te…

L’arrivo al campo base ONU è straniante. C’è un brulicare di burocrati, funzionari, militari, caschi blu, sbirri, dottori. Anche qui ci si muove molto, e anche qui tutto questo movimento sembra non avere alcun senso. E a giudicare dai risultati ottenuti dalle istituzioni internazionali, forse il senso non ce l’ha proprio.

In compenso qui gli stipendi medi di quasi tutti sono considerevolmente alti, si chiacchiera in inglese, ci si connette a internet e si beve birra fresca, compilando migliaia di moduli, facendo decine di “riunioni operative” importantissime e supersegretissime per capire come cazzo fare a consegnare dei cazzo di pacchi col da mangiare e il da bere.

Nel frattempo si mangia e si beve. E si fanno briefing. Madonna quanti briefing se fanno qua.

Vi ci aspetta in macchina mentre torniamo dalla gita ai luoghi più divertenti di Port au Prince. Noi rimontiamo in macchina. il Principe gli parla in romano. Vi capisce e risponde in creolo ridendo. Ride molto. Perché qualcosa che tutti i megagiornalisti si scordano di dire è che qui la gente è molto gentile, amabile, per nulla aggressiva e violenta. E pronta a sorriderti. Benché gli sia venuto giù gesucristo.

Quindi sorridendo e parlando in creolo (che solo il Principe capisce) torniamo alla base e ci prepariamo a ciò che segue.

diario da Port au Prince. l’arrivo.

Ed eccoci qui nell’epicentro della tragedia planetaria. La verità è che di Haiti non glie ne frega proprio un cazzo a nessuno. Proprio, la gente al mondo pensa che sia un’isola. Invece poi vedi ed è un pezzo di un’isola. Manco è intera. Quella intera, dove poi ci sta Haiti dentro, si chiama Hispaniola. Un pezzo sfigato di un’isola. Un posto povero come pochi, pieno di negri terremotati, uraganati, massacrati più o meno sempre, che manco è l’Africa!! Che sull’Africa sono tutti d’accordo nel cordoglio, negli sguardi contriti, dici Africa e tutti pensano alla faccia un po’ dispiaciuta, all’espressione da salotto, preparata da anni. Dici Haiti e tutti pensano alla Polinesia. Quella è Tahiti. C’ha pure l’acca da un’altra parte. Allora gli fai, no Haiti è quella dei negri però latinoamericani che parlano quel francese strano. Quella che per prima si è resa indipendente, un paese di schiavi. Ah. E ‘ndo rimane?

Ora il terremoto. Sbragate migliaia di vite. In un secondo. Schiacciati sotto le macerie. Invasi i mezzi di comunicazione mondiali da immagini commoventi, strappacòre. Cordoglio a breve termine. Per l’Africa è diverso. Quello è a lungo termine. Rimane. Light, ma rimane. Questo vedi quanto ce metti a scortattelo. Chi se ricorda mo, sull’unghia, do rimane l’Indonesia? Ecco. Appunto. In più questi so pure negri.

Ora. L’armata Brancaleone catapultata nelle strade. Ho bisogno di raccontare le strade perché è qui che succedono le cose. L’azione, catturata dalle immagini dei miei compari, si manifesta e si spiega da sé nella strada. Io qui non parlo solo dei miei occhi. Qui abbiamo moltiplicato i nostri occhi, i nostri nasi, perché uno dei sensi più stimolati è l’olfatto da queste parti in questi giorni. Io ho il compito di raccontare con le parole quello che i nostri quattro corpi hanno registrato in questa settimana.

Alla partenza da Santo Domingo eravamo eccitati. Ma che sarà mai sta famosa Haiti? Ma che se dovemo aspettà? Ma come se dovemo comportà di fronte alle tragedie epocali? Se ponno fa le battute? Non saremo troppo cazzoni per essere testimoni di un evento del genere? Questa è robba che scotta. È robba dell’umanità.

Juan ce guardava appoggiato col braccio sullo sportello aperto della sua Honda bianca. Non sapeva. Salendo a bordo la macchina si abbassava quasi a toccare terra. “A regà, ma secondo voi non è bassina? Me sa che co sta cosa nun arivamo manco ar casello. E ancora non è salito Juan, guarda che panza, pare che s’è magnato er fijo!” E su queste parole del Principe, che rappresentavano i sentimenti dei quattro moschettieri, ci preparavamo non solo a guardare in faccia la STORIA (tutta maiuscola), ma addirittura a raccontarla. Vabbè, un pezzetto, però comunque sempre STORIA. Se solo la STORIA sapesse…

Il primo giro panoramico, il pomeriggio del primo giorno, ci fa stare tutti zitti. La Cité du Soleil. Di passaggio. Un assaggio. Il disastro  è nelle loro vite. Sentivo qualcuno che ha detto “vabbè quelli già erano poracci, che je fa il terremoto?”. Il terremoto je fa. Se te c’hai un palazzo, milioni, 10 macchine e ti crolla tutto ti cambia la vita. Se te non c’hai un cazzo e te crolla tutto te bevi er piscio. Ed è proprio quello che usano fare qui.

Tutto intorno gente che cerca di raccattare pezzi di qualcosa per coprirsi, per vestirsi, per mangiare. E magari tua madre che prima della scossa ti mandava a comprare il riso ora è un mucchio di carne informe, gonfia che puzza che fa schifo. E non solo la tua. Pure quella del tuo vicino, la tua ragazza, il ferramenta, il pappone, la mignotta, il gatto, il rapinatore, l’ebanista, lo scultore. E tutto er condominio loro. E i parenti. E te siccome sei sfigato che sei rimasto vivo manco magni e te bevi l’acqua della fogna. Peccato che la fogna non ci sta. Infatti in questo paradiso tropicale si so dimenticati di fare le fogne. Le stavano a fa eh. Poi però all’ultimo zac! Scordati. Quindi quando tu caghi l’acqua va in certi canali di scolo un po’ così. Si mischia alla monnezza di passaggio. E visto che la città è in discesa, quando piove l’acqua se porta tutto a valle. A fa quello che gli esperti chiamano “er Mischione”. Vicino al quale è stata scattata la foto che sta qua sopra.

Allora ce le immaginiamo le signore haitiane, tesoro, mi raccomando, a mamma, lavati bene le mani quando torni a casa da fuori, che c’è la sporcizia. A mà, le mani me le lavo nel mischione, che cazzo dici?? L’acqua questa è. E poi, quale casa, mà? Ma tanto a noi ce dura un mese la tragedia. Je mannamo l’aiutiumanitari, spediamo lessemmesse da du euri, si attiva l’unità di crisi del MAE e passa la paura.

Questo passa nella mente al vostro reporter preferito e ai suoi compari silenziosi. Si sente il clic delle macchine fotografiche che devono testimoniare l’orrore.

Intorno baraccopoli improvvisate. Teloni. Noi in giro. E giunge la sera ed il buio. Si entra nel girone dantesco. Non so bene quale.  Ma uno brutto. La macchina viaggia a velocità smodata con Jean Philippe che suona come un pazzo. Qua non è che non fai le infrazioni con la macchina. Qua fai le peggio cose con la macchina e mentre le fai suoni il clacson a palla. Sfrecciamo nella notte. Luci senza senso squarciano il buio. Non lo squarciano. lo ovattano. E nella penombra anime in pena vaganti sole insieme. Ombre che camminano. Ombre che occupano la strada. Ci mettono dei sassi a delimitare le carreggiate, o ci mettono i loro corpi sdraiati. Perché dopo sta schicchera de terremoto cor cazzo che dormimo dentro casa. Ah, quale casa?

Ombre che si mettono in gruppo e cantano canzoni a dio e a gesù, che se nun j’è fregato un cazzo de salvarli dal terremoto non si capisce perché mo li dovrebbe aiutare dopo. Arrangiatevi, stronzi!

Si canta insieme inni a gesù per paura degli spiriti. Per sconfiggere la paura. Per sentire calore. Per non sentirsi soli. Ancora più abbandonati. E sta per iniziare un circo, ragazzi, che vi lascerà ancora più soli, anche se dice di aiutarvi.

E noi si continua a sfrecciare. Ora davvero basiti per quest’atmosfera irreale, opaca ma che parla e si fa capire. Ci vorrebbe una foto di Cuttica per capire in un solo istante. E a me invece servono lunghe frasi.

Nel buio intravediamo palazzi crollati schiacciati sformati esplosi in quello che sembra un ghigno sgraziati case di disgraziati.

E noi sfrecciamo.

L’arrivo nella casa della nostra ospite. Una pastasciutta. Dormire sul cemento in giardino su un materasso fatto di asciugamanini che l’Ikea ha mandato come aiuto umanitario. Rossi. Blu. Con scritto Ikea. Grazie Ikea. Ora ti dormo sopra. Sopra la terra che ha tremato. Pronto a quello che deve arrivare.

Il sonno duro alla fine arriva.

diario da Port-au-Prince. Il viaggio.

Lascia perde che la gente ridotta a cadavere sta in mezzo alla strada da giorni. Lascia perde che come te giri trovi palazzi schiacciati come dei sènduicc. Lascia perde pure che le strade brulicano di persone che non si sa che cazzo fanno, do vanno, che non si capisce che cazzo dicono, che manco loro sanno che stanno a fa. Lascia pure perde che gli ospedali che sono rimasti in piedi sono stracolmi di poveracci a pezzi, e di fuori c’è gente che aspetta. Quello che proprio non si riesce a sopportare è l’idea che il peggio comincia mo.

Arrivando dalla strada sterrata che dalla Repubblica Dominicana porta a Port-au-Prince uno arriva piano piano dall’America latina all’Africa. Le facce, le espressioni, la lingua, un creolo bastardo che ha di francese molto poco che comunque non si capisce.

Poi si arriva alla capitale. Si capisce perché ci sono i palazzi. No. Si capisce perché ci sono tutti dei mucchi di robba sfondata che se uno ci guarda bene e ha immaginazione potrebbero essere stati palazzi.

Le strade sono piene di gente che cammina cammina cammina. Loro vanno. cercano di uscire. Cercano di entrare. si spostano. E tutti hanno una faccia a punto interrogativo.

C’è un gruppo di gente ammassata al bordo della strada. non del marciapiede perché mi sa che qua marciapiede non ci sta manco sul vocabolario straniero/creolo, proprio sulla strada dove scorre un rigagnolo di acqua sporca vicino a una specie di tubo che spunta da terra. Lì si prende l’acqua. Da bere.

Tra qualche giorno una dottoressa che viene dal Cile a riconoscere i cadaveri negli hotel mi dirà che la malaria e il colera si trasmettono bevendo acqua infetta con gli umori dei cadaveri lasciati per strada. Ma questo adesso ancora non lo so. E non ho ancora visto il sorriso stanco di questa donna mentre cerca di spiegarmi l’orrore. Per cui per me sono solo persone che si procurano l’acqua in questo primo pomeriggio torrido di Haiti. Sono passati poco meno di tre giorni dal terremoto e non si cammina per la strada.

La nostra formazione, partendo alle 2 di notte accodati al convoglio CNN con una Honda ad assetto ribassato da Santo Domingo 12 ore fa è la seguente: al volante Juan, un taxista dominicano che si fa un sacco di risate fino alla frontiera, pure se gratta pesantemente l’albero motore e la coppa dell’olio ad ogni cazzo di dosso (contati almento 17mila). Dopo la frontiera capisce che ha fatto una cazzata a farsi trascinare qui. Capisce che la macchina la butterà. Se non se lo mangiano prima. Chiede informazioni in spagnolo alle donne sul ciglio della strada (che con ogni probabilità potrebbero ucciderlo a mani nude in tre mosse) rivolgendosi a loro dicendo “hola morena, como ehtá?”. Credo che pensasse che Port au Prince fosse un quartiere popolare di Santo Domingo.

A lato del pilota c’è il fotografo di Centocelle che vive nella Repubblica Dominicana, Emiliano Larizza. Capelli ricci biondastri tenuti in una coda alta. Occhio azzurro e macchina fotografica sempre in mano. Parla uno spagnolo con accento romano, poi all’improvviso parla romano con tutti. E tutti lo capiscono. Ha un cuore gigante e divide con tutti le razioni di crackers e barrette energetiche. A vederlo così non diresti che tra una settimana gli pubblicano un intero reportage sul Guardian. Soprannome: “er Principe”

sedile posteriore. Alla sinistra il Maestro Fabietto Cuttica. Uno dei membri anziani della spedizione. Fotografo raffinato noto nell’ambiente della malavita colombiana. Vive a Bogotà. è un fotografo Contrasto, riccetto, brizzolato, occhialetti e battuta sempre pronta. Grazie al fatto che è uno di quelli che piace alle donne ma anche alle loro madri, il suo soprannome di battaglia sarà: “Cutie”

Nel mezzo, buttato, accartocciato, lamentoso, alla continua ricerca di un cellulare (tanto che alcuni giorni dopo verrà accusato ingiustamente di volerne rubare uno dalle mani di una donna rimasta sotto le macerie, informazione poi smentita completamente), il mio fratello colombiano, l’ex rasta, quello che si è trasferito in Colombia per l’unica ragione che vale veramente la pena, la fauna femminile senza pari. Il fotoreporter d’assalto Simone Bruno. Nome di battaglia, a causa della storia del cellulare e di altre situazioni estreme: “lo Sciacallo” (o semplicemente “Shacky”)

Infine sul lato destro della macchina risiedo io. Il vostro reporter preferito. Che ancora non capisce cosa sta facendo qui, quando 24 ore prima era intento a trovare un buon posto per mangiare con una donna nella rutilante vita cosmopolita di Città del Messico. Nome di battaglia che mi porto appresso da avventure precedenti: “el Zopilote” (che vuol dire avvoltoio). Ma qui, dato che ho scritto un romanzo di grande successo, che ancora non è stato pubblicato mi chiamano: “er Famoso” (anche per una torbida storia di sesso di cui si racconterà nelle mie biografie)

Dunque l’ingresso in città non è affatto trionfale. Rimaniamo bloccati tra le tragedie altrui per un’ora. Prima di capire che dobbiamo cercare al più presto una base operativa.

Intorno a noi c’è la morte. Ma noi cominceremo a vederla nei prossimi giorni. Per ora cerchiamo un riparo. O magari un pavimento su cui dormire.

La giornata sarà ancora lunga. Ma qui la luna avanza e i ricordi faticano ad affiorare. Seguirà nei prossimi giorni il racconto.