Ricordo di Michoacán (16.11.13)

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Saviano racconta un Messico che non esiste

México secuestradoCi risiamo. Non resiste proprio. Non ce la fa. Non riesce ad astenersi dallo scrivere baggianate, inesattezze, strafalcioni.

Oggi Roberto Saviano ci illumina su Repubblica con un pezzo imbarazzante sul Messico. Ci racconta dell’omicidio della neo eletta sindaco di Temixco, Morelos, Gisela Mota. Uccisa sabato mattina da un commando armato nella sua casa, Saviano spiega al pubblico italiano come sono andati i fatti. E ci fa la morale.

È una perla che dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, come Roberto farebbe meglio a trovarsi un lavoro vero e come il giornalismo in Italia sia giustamente considerato morto.

Non mi dilungo sul problemino che Roberto ha con il plagio e con il non-giornalismo, tema chiarito in modo piuttosto articolato da Michael Moyniham sul DailyBeast del 24 settembre scorso.

Mi riferisco piuttosto alle inesattezze, alla sciatteria, all’approssimazione, alla superficialità di un personaggio pubblico che si spaccia per giornalista e che nel migliore dei casi si limita a copiare e incollare agenzie (per altro di bassa qualità) per confezionare opinioni grottesche.

Veniamo al succo, perché già mi dilungo troppo. Saviano afferma nel suo pezzo:

“Più volte i cartelli narcos Messicani hanno provato una via ufficiale all’accordo. A differenza delle organizzazioni mafiose italiane o colombiane che hanno cercato accordi informali e segreti, i cartelli messicani aspirano alla pubblicità. Vorrebbero essere riconosciute dallo Stato, vogliono essere trattati come un contro Stato, come alcune volte sono stati trattati i guerriglieri in America Latina.”

Questa affermazione è tirata fuori dal cappello. Chi lo dice? Dove l’ha letto Roberto Saviano? l’ha dedotto lui dai suoi zerozerozero giorni di ricerca sul campo in Messico?

Uno dei problemi principali del paese in cui vivo e in cui faccio il giornalista, il Messico appunto, è che i gruppi del crimine organizzato, chiamati in modo inesatto da Saviano e suoi simili “cartelli” o “narcos” non vogliono essere trattati come un contro Stato, semplicemente perché sono presenti all’interno dello Stato a tutti i suoi livelli, perché in Messico lo Stato e la mafia spesso sono la stessa cosa, le stesse persone. Non sono “narcos” perché non si dedicano esclusivamente alla produzione e al traffico di droga, ma sono veri e propri gruppi mafiosi, che si dedicano a una ventina di delitti tra i quali il traffico di droga.

Quello che Saviano non vuole capire, o fa finta di non capire, o proprio non capisce, è che non c’è uno Stato che lotta contro “i narcos”. Ci sono molti gruppi diversi con interessi strategici diversi (e no, Roby, non la cocaina, unica cosa che vedi, ma oro, petrolio, gas, argento, acqua, ferro, uranio, transito di armi, di persone, e mille altre cose) che si spartiscono fette di potere istituzionale, e attraverso il potere istituzionale gestiscono un paese profondamente mafioso con appalti pubblici regalati a imprese multinazionali energetiche, tra cui parecchie imprese italiane.

La lettura di Saviano di ciò che accade in Messico sarebbe sicuramente più realistica se mettesse piede qui e cominciasse a fare lavoro giornalistico, invece di copiare e incollare agenzie e pezzi altrui.

Ma tutto questo non mi avrebbe spinto a scrivere queste righe se non fosse che Roberto Saviano, nel suo pezzo, fa affermazioni pesanti su un tema che mi sta molto a cuore, a cui ho dedicato gli ultimi quattro anni della mia vita e del mio lavoro giornalistico sul campo. Le sparizioni forzate.

La leggerezza con cui Saviano scrive una frase del genere è intollerabile:

“I mandanti dei killer di Gisela forse sono gli stessi che hanno ucciso i 43 studenti a Iguala nella strage che ha attirato l’attenzione del mondo sul Messico. Studenti “desaparecidi” perché con la loro manifestazione avrebbero disturbato il comizio di María de los Ángeles Pineda Villa moglie del sindaco di Iguala e sorella di due boss del narcos. Secondo le accuse questi studenti scomparsi sono stati arrestati dalla polizia e da questa consegnata ai narcos, Guerreros Unidos.”

Saviano afferma qui che i 43 studenti fatti sparire dalla polizia municipale di Iguala il 26 settembre 2014 sono stati uccisi. Lo afferma lui e il governo messicano. Lo afferma il governo messicano senza aver dimostrato la morte di nessuno dei 43 studenti. E il governo messicano lo afferma perché la sparizione forzata di persone è un crimine di lesa umanità, comparabile al genocidio, e se si dimostrasse, come in effetti si dimostra, che si tratta di sparizione forzata (e non di omicidio), operata quindi da agenti dello Stato, si potrebbe condannare il presidente della repubblica Enrique Peña Nieto per crimini di lesa umanità. Ed è esattamente ciò che il governo messicano non vuole. Per questo motivo da più di un anno sono state create versioni “ufficiali” che parlano di uccisione e non di sparizione forzata.

Saviano dovrebbe capire che dire che sono morti, scriverlo, darlo per certo, come fa lui, è complice. Saviano sta avallando la versione del governo messicano, che è stata smontata pezzo per pezzo dal gruppo di esperti indipendenti della Commissione Interamericana per i Diritti Umani in un rapporto pubblicato qui.

Da mesi si sa che il comizio di María de los Ángeles Pineda, moglie di Abarca, non c’entrava nulla con ciò che stavano facendo gli studenti di Ayotzinapa. Saviano dovrebbe cercare fonti più attendibili da cui scopiazzare.

Avallare la versione del governo messicano e affermare che gli studenti “sono stati uccisi” è esattamente il modo per cancellare la sparizione forzata come delitto. È una presa di posizione politica, fondata su informazioni false, che riproduce la posizione criminale dello Stato messicano.

L’articolo sulla morte di Gisela Mota, oltre ad essere pieno di inesattezze e superficialità, inquadra il tema della violenza e del crimine organizzato in una lettura deforme e distorta, che è funzionale alla sopravvivenza e alla perpetrazione dello Stato mafioso che governa il Messico. Vuol dire mettersi dalla parte della mafia.

Anche se voi vi credete assolti

Sembra il figlio di tutti noi quando lo guardiamo dormire. Quando pensiamo che sia la cosa più bella che ci è capitata. Quando sentiamo che faremo l’impossibile perché non gli accada mai nulla di male. Per questo fa tanto male vederlo lì morto. Perché ci fa capire che razza di merde siamo. Che miserabili assassini siamo capaci di essere. Ci fa capire che siamo per sempre coinvolti.

Non sono i postfascisti analfabeti come Salvini e la sua schiera di pezzi di merda (perché solo così si può definirli) che lo seguono. Non sono le valanghe di stronzi che gridano alla pulizia etnica, inneggiano all’uso delle ruspe, bruciano case di rom o di migranti. Non sono loro il problema. Siamo TUTTI NOI il problema. Cittadini di un paese in cui essere fascisti e fare le cose sopra elencate è consentito. È divenuto un tema di libertà di parola, di espressione, di culto.

Bene, queste sono le conseguenze del tollerare il fascismo, considerare il razzismo un vezzo, una boutade. Non indignarsi più per nulla.

Non c’è spazio per la feccia fascista. Non si può tollerare, né giustificare, né coprire. Salvini non va invitato in tv non perché non abbia un seguito, ma perché abbiamo già visto cosa porta la gente come lui. Anche se fa audience, anche se fa ascolti. È solo feccia. È una scoria. Una scoria che cavalca i sentimenti più bassi di un paese alla deriva.

Le mani di quel bambino, la sua posizione, ci fanno svegliare momentaneamente da un sonno grottesco. Siamo scioccati perché vediamo in lui i nostri figli e ci fa orrore. Siamo incapaci di capire che “aiutiamoli a casa loro” o “rimandiamoli indietro” è la sentenza di morte che infliggiamo a migliaia di bambini come quello, a centinaia di migliaia di persone. Ma siamo così ipocriti da non volerne vedere i corpi, da non voler sentire la puzza della loro morte.

Per questo siamo tutti coinvolti.

Morte di un periodista. Hai sbagliato tu Rubén.

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Ne hanno fatto fuori un altro. Un altro di noi. Uno di quelli che ci mettono il culo per far bene il proprio lavoro. Rubén Espinosa io non l’ho conosciuto. Strano perché dopo un po’ di tempo ci si conosce tutti. Non l’ho conosciuto ma non conta un cazzo. Rubén se lo sono fatto in una casa del Distrito Federal, quella Città del Messico in cui era nato e che aveva lasciato per andare a fare il fotoreporter a Veracruz. Cazzo ci vai a fare a Veracruz? Dico, vabbè, ce nasci, e allora magari ti dispiace andare via dal tuo stato mafioso, quello dove gli Zetas governano, quello dove il governatore Javier Duarte, l’assassino, il mata periodistas, il gordo, l’ommemmerda, la scoria umana, governa a braccetto coi mafiosi.

Ma no, Rubén. Tu ci sei andato a lavorare apposta. Sei andato a fare foto. Lavoro del cazzo. Sempre là co sta cazzo di macchina fotografica. Si capisce subito che stai a rompere le palle. Mettila via, fai matrimoni. Invece no. Cocciuto. A rompere i coglioni. A documentare le proteste, i movimenti sociali, le violenze ininterrotte dello Stato messicano, del governo di Veracruz, della polizia corrotta e mafiosa di questo paese devastato, dell’esercito che sa torturare e fucilare la gente così bene. Questo andavi a fare tu Rubén. Poi è chiaro che ti sparano in faccia. A te e a quelle altre quattro ragazze. Violentate. Torturate. Sparate in faccia pure loro.

Una di loro quattro, delle quali ancora non si sanno tutti i nomi, una di loro l’aveva detto mesi fa. Era un’attivista. Aveva detto, se mi succede qualcosa a me o alla mia famiglia l’unico responsabile è Javier Duarte. Cazzo l’hai detto Nadia, ti chiamavi Nadia Vera. E infatti lui ha mantenuto la parola. Perché dovete sapere che qua un uomodimmerda come Duarte rimane impune. Fa ammazzare chi gli pare, lui. E nessuno gli dice un cazzo.

A Veracruz ci sta il petrolio, ci stanno un sacco di cose a Veracruz, ma ci sta il petrolio e il gas e le compagnie straniere, che fanno capo a paesi forti: Stati Uniti, Francia, Italia, Gran Bretagna. Loro spaccano il culo in quanto a diritti umani. Loro quando dici diritti umani subito a cazzo dritto loro. Subito lì a dire ao noi diritti umani eh. Ciarli Ebdó? Cazzo tutti in piazza dirittiumani porcoddio. Altro che oh! Poi gli dici ao guarda che il Messico, veramente… diritti umani un po’ manco per il cazzo… Ma che dici! Ma come ti permetti? Messico è IL RINASCIMENTO, ti dicono questi. MESSICO È IL FUTURO! ti rispondono loro. E infatti poi li vedi tutti a farsi i pompini a vicenda con Peña Nieto. Il presidente di questa farsa di paese. Tutti a invitare a pranzo, tutti grosse pacche sulle spalle. Perché il Messico non è l’Afganistan. Il Messico non è l’Iraq. Infatti no. Infatti pe dì, in Messico ci sono stati più morti ammazzati che in Afganistan e in Iraq dal 2007 a oggi (come si può leggere qui). In Messico ci stanno decine di migliaia di desaparecidos. Ma il Messico non è la Siria. Né l’Argentina. Né il Venezuela.

E quindi si fa pippa. E si ammazzano giornalisti e attivisti. Rubén, tu hai sbagliato caro mio. Hai fatto una cazzata. Non dovevi fare il lavoro tuo. Dovevi leccare il culo. Come insegnano i giornalisti veri. Dovevi dire che chisto è o paese do sole e o paese do mare. E via a farti vacanze pagate.

Prima Città del Messico era il posto dove ti salvavi. Prima era il posto dove non ti venivano a toccare. Invece mo ti arrivano dentro casa. Ti gonfiano. Ti stuprano. Ti sparano in testa.

Il giorno dopo un migliaio di persone in strada, all’Ángel de la Independencia (che poi è una Vittoria alata ma qua siccome devono fa per forza come cazzo gli pare dicono un angelo). Sto angelo sta sempre là. Ci si vede sempre lì. Da anni. Sempre di meno. Sempre più tristi. Sempre gli stessi. Gli stessi meno uno. Quello che hanno appena ammazzato. Quello che stiamo piangendo.

Hai sbagliato a nascere qui Rubén. Hai sbagliato a rimanerci. Hai sbagliato ad innamorarti della fotografia. Hai sbagliato ad essere onesto. Questo non è il posto per te.

Che la terra ti sia lieve carnal.

Perché La Grande Bellezza è un capolavoro

Roberto Cotroneo

Tolgo qualche ora alla scrittura di un saggio dedicato alla creatività perché ho bisogno di spiegare il motivo per cui ritengo La Grande Bellezza un film magnifico. Lo faccio dopo l’assegnazione del premio Oscar al film, e lo faccio il giorno dopo averlo visto al cinema: ormai ero determinato a capire il perché buona parte del mondo intellettuale italiano, spesso sussurando tra una cena e un aperitivo, lo ritenesse un film brutto e sbagliato, o comunque in ogni caso sopravvalutato. Volevo capire perché si ripetesse come un noioso argomento che quella era l’immagine dell’Italia che piace agli americani. E volevo vedere se fosse mai vero che si trattava di una scopiazzatura di Federico Fellini, e ancora di più se poteva avere un senso un’altra delle tante cose che ho sentito sul film di Paolo Sorrentino: che era costruito per prendere l’Oscar. Come se fosse mai possibile una cosa simile.

Non…

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La grande bellezza. un capolavoro.

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Stufo delle critiche snob alla Grande bellezza mi decido a scriverne, credo che ne valga la pena.

Perché considero il film di Sorrentino un’opera notevole, importantissima:

È un film che non parla di Roma, né dell’Italia. La grande bellezza è Roma e l’Italia. E ciò è visibile con maggiore facilità se si guarda al nostro paese e a Roma da fuori. Si critica a Sorrentino di “voler fare Fellini senza essere Fellini”. Mi sembra una posizione banalizzante e fuorviante. Sorrentino prende Fellini e lo ribalta, lo rigira come un guanto. La grande bellezza sta alla Dolce Vita come un negativo sta a una foto. È come la versione di Immagine degli A Perfect Circle.

Il vuoto italiano si riempie del suo passato. L’italianità degli ultimi decenni si alimenta del proprio passato, incapace di produrre alcunché di originale. Il nostro paese, e Roma in particolare, vivono da decenni sulle vestigia di un passato del quale le attuali generazioni non hanno alcun merito. La grandezza di Roma, così come la grandezza italiana, ci sono arrivate come eredità. E tutto ciò che abbiamo saputo fare, lungi dal proseguire il processo creativo, è stato scopiazzarne alcuni tratti, nemmeno fare un’opera neutra di conservazione, ma attribuire a noi stessi una grandezza che non ci appartiene, in quanto non abbiamo fatto nulla per rifondarla. Per questo siamo così arroganti, così presuntuosi, soprattutto noi romani, soprattutto all’estero. Presuntuosi senza alcuna ragione. Perché non siamo collegati con quella grandezza se non per ragioni anagrafiche.

E questo nel film di Sorrentino è l’elemento spiazzante. Perché anche il film di Sorrentino è arrogante e presuntuoso. In lunghi momenti è autoindulgente, si percepisce esattamente questo, un paese, una città che vivono di luce riflessa (che ormai si sta spegnendo) in modo arrogante, grazie a un passato su cui le generazioni attuali non hanno nessun merito. Il film di Sorrentino non parla di questo, la grande bellezza è questo.

Ma Sorrentino ha l’ironia sufficiente per potersi rendere conto di queste specifiche italiane, romane, e ne sorride, per questo il personaggio di Jep Gambardella è il film, è Roma, è l’italianità, mediocre, fondata sul vuoto di un passato prestigioso, paracula, approfittatrice, arrogante in modo ingiustificato, totalmente autoreferenziale.

Roma è il simbolo di tutto questo, è una città che non è in grado di produrre nulla di nuovo, di realmente creativo, men che meno di rivoluzionario. E lo era già ai tempi della Dolce Vita, ma era un momento florido per il paese, in cui si percepiva una spensieratezza posticcia ma dietro cui ci si poteva illudere. Mentre la Roma di Sorrentino è desolante nella sua decadenza, nella sua ostinazione nel non volersi o nel non potersi osservare. E la grande bellezza è tutto questo.

Persino la critica sciatta, snob, spocchiosa, arrogante e presuntuosa degli italianucci che coprono di improperi Sorrentino è già presente nel film, perché è parte del quadro, è esattamente ciò che siamo.

E da fuori è ciò che vedono gli stranieri di noi. Con quel misto di rispetto per il nostro passato e sfottò per il nostro presente. Come quando si guarda un ragazzino stronzo e coglione figlio di un grande intellettuale, e lo si rispetta perché suo padre è stato un genio.

Oggi i prodotti italiani che ci rappresentano sono la nuova Fiat 500, rivisitazione radical chic di un classico italiano, come osserva acutamente Elisa Battistini l’amaretto Disaronno, più vintage della parola vintage, la Vespa (vedi sopra).

L’immagine che si ha di noi è quella delle nostre piazze, i nostri monumenti, i nostri siti archeologici, la nostra cucina tradizionale, tutte cose su cui noi italiani non abbiamo alcun merito nel presente.

Per questi motivi considero la grande bellezza un film importantissimo, che ci rappresenta in pieno nella nostra decadenza presuntuosa.

Una gita a Michoacán. Tra comunitarios e Caballeros Templarios

IMG_0615Nella Tierra Caliente di Michoacán fa piuttosto caldo. Quasi sempre. Probabilmente da questo fatto deriva il nome della zona che sta tra Tepalcatepec e Apatzingan. Sulla strada ci sono gli autoservicios. Autoservizi. Sono come il lavaggio automatico delle macchine. Dei piccoli capannoni in cui tu passi con la macchina. Solo che non ci sono le spazzole. Dentro non c’è il lavaggio atuo. Né tanto meno ricambi o meccanici. Negli autoservicios di Michoacán ci sono degli enormi frigoriferi ripieni di ettolitri di birra e super alcolici. E delle fanciulle giunoniche con le unghie finte e lo sguardo ammiccante ti preparano bibitoni di michelada, una bevanda a base di limone, birra, sale, ghiaccio, chile, salse piccanti varie. Te la preparano in bicchieroni da un litro di plastica trasparente. Ci mettono un coperchio col buchino per mettere la cannucia. Con molta tranquillità dispongono su tutto il tappo delle fettine di cetriolo e di jícama cosparse di limone, sale, chile in polvere. Te lo passano dal finestrino. Tu paghi, esci e bevi. E guidi. E bevi. Fino all’autoservicio successivo. Ce ne sono a decine.

Nella stessa regione di Tierra Caliente c’è una guerra in corso tra caballeros templarios, un gruppo del crimine organizzato della zona, e le recenti polizie comunitarie, gruppi di cittadini che si sono rotti il cazzo di pagare il pizzo su tutto, di essere derubati, di vedersi violentare le figlie di 13 anni, di vedere gli amici ammazzati e decapitati in mezzo alla strada. Quindi si sono presi le armi e hanno detto basta. E ora vanno in giro e ripuliscono la loro terra.

Ah, va detto che da queste parti si produce parecchia marijuana e papavero da oppio. Tanto che per gentilezza qui ti può capitare che ti offrano un sacchetto d’erba come a Roma la nonna di un amico ti regala una sporta di fave colte in campagna.

Passare per di qua non è il massimo della serenità. Anche se c’è un paese che si chiama Nueva Italia, fondato da italiani finiti qui chissà come. Si sente l’aria pesante. Si sente che è meglio togliersi dai coglioni.

I bambini per strada giocano con delle miniature di AK-47. Invece di giocare a cowboy e indiani loro giocano a templarios e esercito. E tutti vogliono fare i templarios.

Poi a un certo punto cambiano le cose.

Un uomo nella comunità di Coalcomán era stato vessato per anni dai templarios. Gli avevano fatto di tutto, chiesto (e ottenuto) il pizzo sulle sue attività di venditore di vacche, derubato, violentato la moglie. Un giorno arrivano tre templarios a casa sua. Lui è abituato a subire la violenza di questa gente, che esercita il suo potere su gran parte dello stato di Michoacán. I tre uomini armati sanno che non reagirà. Lui chiede se hanno mangiato. Rispondono di no. Lui li invita ad accomodarsi, e offre loro un piatto di minestra. Loro accettano di buon grado, abituati a essere serviti e temuti. Gli dicono che sono venuti per la sua camioneta, cioè il suo pick up. Lui prende la cosa di buon grado. Dice che va a prendere le chiavi. Va nell’altra stanza. Esce con un fucile a pompa, le cartucce ficcate negli spazi tra le dita. Inizia a sparare, in casa, senza avviso. Uccide due dei tre mafiosi ricaricando rapidamente. Il terzo, ferito, riesce a scappare. L’uomo lo raggiunge. Ha finito le munizioni. Il templario è a terra. Lui prende una grossa pietra e gli fracassa il cranio.

Questo però non è un racconto. È come sono iniziate le piccole ribellioni che hanno portato alla rivolta. Una rivolta armata in un luogo in cui lo Stato è parte del nemico dei cittadini.

Lo stesso uomo amava coltivare piantine di marijuana nel suo giardino. Sua madre, che vive con lui, compró alcune galline. Una delle galline aveva preso a scavare intorno alle piante di marijuana, rovinandole tutte. Un giorno l’uomo torna a casa e ammazza la gallina.

La madre arriva, lo vede e gli grida: “Ma nooo!! cosa fai?? Mi ammazzi la gallina?!”
Lui risponde: “Mamma, la mafia non perdona”.

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