diario da Città del Messico. fuggire dove?


Sono passati i mesi. Questo blog ha fatto la muffa, ma non è ancora morto. Sono successe cose. La Spagna ha vinto il mondiale mentre queste pagine invecchiavano. Fini è stato illuminato sulla via di Damasco, dopo anni di collusione con lo schifo. Non è il primo a ravvedersi. Si vede che la nave sta proprio per affondare.
Nel Messico sono successe tante tante cose. Allo scrivente, al paese. Oggi, dopo tanto tempo mi viene di nuovo voglia di scrivere su questo muro. Perché è successa una cosa bizzarra, una delle tante, ma non so perché questa mi piace tanto.
Insomma, ieri a Tamaulipas, lo stato del nord dove qualche settimana fa sono stati ritrovati i corpi di 72 migranti ammazzati e ammucchiati in un casolare, insomma ieri a Tamaulipas, lo stato del nord dove Cartello del Golfo e Zetas si contendono la piazza, insomma ieri a Tamaulipas, se mi fate parlare vi spiego cosa è accaduto.
Dunque, in un carcere statale c’erano stipati dentro tutti dei cattivoni, tutti ammucchiati lí, dentro questo carcere statale dello stato di Tamaulipas. A un certo punto uno dice, vabbè siamo tanti qua dentro, è ora di uscire. E allora con l’aiuto di un manipolo di guardie 89 criminali, in carcere per crimini federali, tipo narcotraffico, omicidi, sequestri, scorticamenti, torture ecc., scappano.
Scappano con una scala appoggiata al muro. Così. Con un convoglio di furgoni parcheggiati fuori ad aspettarli.
89.
89 più alcune guardie che sono “scomparse”.
E questo secondo loro è un paese normale.
Questo è un paese dove tra tre giorni, cento milioni di subnormali andranno a gridare il loro orgoglio patriottico, nel festeggiamento del bicentenario dell’indipendenza e del centenario della rivoluzione. Scrivo indipendenza e rivoluzione minuscoli perché prima di regalare maiuscole vorrei capire da cosa si sono resi indipendenti e qual è stata in fondo la rivoluzione. E soprattutto vorrei capire cosa cazzo avranno da festeggiare.
Questo paese è al tracollo. E le strade sono tappezzate di bandiere tricolori tricchettracche e bombe a mano. Soprattutto bombe a mano.
Nel frattempo al cinema esce questo film, El Infierno, di Luis Estrada, che racconta tanto del Messico di questi giorni. Di questi anni.
Ritorno al mio blog perché dopo mesi in cui non ho proprio avuto voglia di scrivere nulla, ho ritrovato l’energia, la motivazione.
E la motivazione è sempre la stessa. Sono troppe le cose da raccontare di questo paese, che ti affascina e ti seduce, che ti fa incazzare da morire, per la bontà, la grandezza e la stupidità e impotenza delle sue genti.
In questi giorni si compie la farsa suprema del bi-centenario. Si dissolvono nel patriottismo ottuso (come ogni patriottismo) le lacrime che vengono sparse ogni giorno sul martoriato suolo messicano. Si fa appello ai valori nazionali da parte di una classe politica senza vergogna, che ha solo da vergognarsi.
E cento milioni di messicani appresso a questa stupida bandiera grondante sangue.
¡Que viva México, cabrones!

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diario da Città del Messico. el grito

15 de septiembre
15 de septiembre

La metro mi rigurgita fuori alla femrata di Bellas Artes insieme a un conato di uomini e donne con le facce pitturate di tricolore.

Mi ritrovo sull’Eje central alle sette di sera, piove da ore e non ha nessuna intenzione di smettere. Nonostante questo mandrie di folla si preparano alla festa. Prendo Avenida Francisco I. Madero, che mi porta dal palazzo di Bellas Artes dritto dritto al Zócalo.

Oggi è il quince de septiembre. Oggi è il giorno del Grito.

Il 15 settembre 1810, al suono della campana del prete Miguel Hidalgo, la borghesia della colonia mesoamericana sferrava l’attacco alla corona spagnola. L’indipendenza arrivò 11 anni dopo. Undici anni di guerra che consentirono al Messico di liberarsi dal giogo dei gachupines.

Sarebbe bello credere che dopo 199 anni il collare è stato spezzato. Sarebbe bello pensare che questo paese non fosse ancora al guinzaglio. Ma accontentiamoci. Almeno adesso i messicani possono urlare nelle piazze il loro orgoglio nazionalista.

Per arrivare al Zócalo devo attraversare controlli della polizia dispiegata su tutte le arterie che portano alla piazza. Metal detector, svuotamento tasche di accendini, cellulare, chiavi, monete. Tutto sotto la pioggia battente che ci accompagna.

La piazza è gremita. C’è aria di festa, ma non c’è grosso entusiasmo. La crisi si fa sentire e la gente non compra le migliaia di puttanate che gli ambulanti cercano di rifilarti ogni due metri.

C’è una signora che porta a spasso figli e nipoti. Le chiedo se è venuta qui per sentire il suo presidente nano che grida Viva México. Lei mi guarda con la faccia sorridente e mi dice, ma pensi che ce ne freghi qualcosa di Calderon? Noi veniamo qui per dimenticare per un giorno tutti i nostri problemi. Altro che grito.

Mi aggiro per la piazza in cerca di scatti-ricordo. Vedo facce che cercano in tutti i modi di grattare alla piazza un po’ di allegria. La pioggia non aiuta.

Esco dalla bolgia. Ripercorro tutta l’Avenida Francisco I. Madero fino all’Alameda. Un altro palco. Un altro grito. C’è Jesusa Rodriguez, un’attrice satirica fenomenale, che tenta di coinvolgere la folla a partecipare. Ci sono gruppi di son che suonano insieme a cantanti rap. È l’anti grito di López Obrador, quello che nel 2006 vinse le elezioni ma che  grazie a una frode elettorale grande quanto Città del Messico fu scippato della presidenza da parte del nano Calderon.

Ogni anno dal 2006 grida Viva México anche lui, da “presidente legítimo” del paese.

Due presidenti. Due gritos. Due piazze. Un paese in crisi nera.

Continuo il mio baño de pueblo sotto il diluvio immerso nella retorica nazionalista, mentre gruppi di ragazzini si sparano in faccia schiuma e coriandoli. Un carnevale istituzionale. Un dies inversus che rinforza lo spirito e fa credere alla gente di vivere in un grande paese di rivoluzioni e di onore.

Vedo solo tanta voglia di crederci.

Finisco la serata al ballo dei 25 anni della Jornada a bere tequila e a ballare sulle note di grandi successi di cumbia e duranguera.

L’anno prossimo sono 200 anni di indipendenza e 100 di rivoluzione. Speriamo che lo spirito degli eroi di questo grande paese intervenga e porti consiglio.

Vittorio si è addobbato le corna con bandierine col tricolore. Povero ottuso.

¡Que Viva México, Cabrones!