diario da New York. Occupy Wall Street

E insomma decido che visto che è dietro l’angolo posso pure farci un salto. Mi dico che tanto sto sempre appresso a poracci, senzaddio, diseredati e morti de fame, che me po’ fa pe na volta famme un giro nel cuore dell’impero. Andare a respirare l’aria puzzolente di New York? Pe na volta fare l’italiano medio, quello che va colla cartina nella metro (puzzolente anch’essa) e si ferma imbambolato ad ascoltare un trio di negri che suonano il blues (lo so non si dice negri, soprattutto qua nell’America che è proprio brutto, ma dire afroamericani mi fa tanto ridere, vabbè dai, un trio di afroamericani e non ci pensiamo più). E dunque giungo in questa famosa grande mela che tutti accoglie e che “se non vieni qui per diventare ricco sfondato o avere successo sei nel posto sbagliato”. Un sole quasi estivo accompagna gli slogan degli occupanti. Ora vorrei spendere qualche parola sugli occupanti. Sono diversi e variegati i sentimenti che affollano il mio cuore vedendo Wall Street occupata, sentendo gli slogan, i tamburi, le risate.

All’inizio è astio. È verità. Negli anni come direbbe qualche amico mio, mi sono imborghesito, e quindi la prima zaffata de fricchettume mi investe trasportata dal suono ritmato di bonghi africani suonati (veramente, non è voluto, ma è verità, davvero, senza malizia e senza i soliti cliché) da afroamericani. Mi ritorni in mente, adolescenza spesa al mamiani, dove i bonghi e le manifestazioni erano attività didattiche e dove si aveva l’abitudine di parlare, anche a sproposito, ma anche no, dei destini del mondo. Ecco pare che questi quattro frikkabbestia giunti dai luoghi più remoti della federazione, scoprano solo ora che il re è nudo. Ti parlano con l’enfasi tipica di chi ha appena scoperto il proprio pene e ha deciso finalmente di usarlo. Ti spiegano, a te avventore, che questo sistema non è più sostenibile (ma pensa), che il pianeta ha esaurito le sue risorse (oddio, ma davero me stai a dì?), che Wall Street (qualsiasi cosa ciò voglia dire), ha preso per il collo gli americani, e QUINDI che è ora che il mondo si dia una mossa.

Ora, non voglio sembrare uno snob, ma perché se un americano capisce qualcosa che chiunque altro al mondo sia abituato a pigliarlo in culo da generazioni sa da prima ancora di essere un embrione, allora, in quel preciso istante, questo qualcosa, questa epifania, diventa non solo importante, ma rende coglioni anche gli altri che fino a quel momento all’americano quelle stesse cose glie le avevano ripetute fino allo sfinimento ma lui era troppo impegnato a disintegrare vite e economie? la frase è contorta? troppo lunga?

Bene. Ma porcaccia la miseria, ma da quanti anni è che diciamo tutte queste cose? E perché nessuno di questi giovini americani e belli e simpatici e pieni di vita ha mai alzato il culo, ha puntato il suo aIpad, la sua macchina fotograficacazzutissima, il suo piccì verso queste istanze, invece di stare a grattarsi le palle nell’america libera e bella?

Mi dicono perché non gli era mai arrivata l’acqua al culo e invece mo sì. E quindi mo capisce (capisce?) che fuori il mondo è nammerda, e pure dentro non è che sia così da paura. E vuole spezzare le regole e i gioghi, ma a Zuccotti park si porta la scopa e la paletta perché “non possiamo lasciare sporco”. E magari la tua rivoluzione è proprio questa fratello ammericano. La tua rivoluzione è parlare di cose che riguardano tutti. Scambiare idee. Suonare a squarciagola in una piazza che è pure tua e non solo degli azionisti di JPMorgan. Forse il gesto più rivoluzionario che riesci a pensare è aprirti al mondo. Non credere che esisti solo tu.

O forse c’è poco di rivoluzionario anche in tutto questo e io sono più imborghesito di quanto credessi.

Ci devo pensare. Ora però è tardi. Ci sarà altro da dire. Nel frattempo “Tell me what democracy looks like! This is what democracy looks like!”

diario da Città del Messico. ecco qua i MataZetas

diario da Città del Messico. se non ci sono trans e mignotte

Normalmente non mi metto a fare le pulci alla montagna di puttanate che si scrivono con somma ignoranza su questo povero paese già sufficientemente vessato che è il Messico. In genere è anche perché non è rilevante sottolineare la superficialità e la scarsa professionalità di “colleghi” che da comode scrivanie situate in fumose redazioni inventano e viaggiano con la fantasia, contribuendo a rendere l’informazione italiana una barzelletta che in tutto il mondo causa ilarità.

In questo caso ho deciso di dedicare qualche minuto del mio tempo a un personaggio che già in altre occasioni ha dimostrato inettitudine, scarsa professionalità ma che evidentemente gode di un certo riconoscimento da parte di un giornale italiano quale il Corriere della Sera.

Il personaggio in questione si chiama Guido Olimpio. Lui fa l’inviato speciale per il Corsera negli Stati Uniti. Non ho il piacere di conoscerlo personalmente, benché si occupi sporadicamente di pubblicare perle del giornalismo sul Messico. Già mesi fa, in febbraio, il collega e compagno di sventure Fabrizio Lorusso, sulle pagine del suo blog, descriveva con competenza e metodo le minchiate (sempre con affetto Guido!) che il buon Olimpio, con sede a Washington (è come se per parlare di Turchia si chiedesse il parere di un corrispondente in Uzbekistan) continua a pubblicare sul Messico, di cui evidentemente ha un’idea un po’ confusa.

L’ultima perla è il pezzo che il Corsera pubblica su una mattanza avvenuta il 20 settembre scorso a Boca del Río, Veracruz, sotto il monumento de los voladores de Papantla. Il pezzo si intitola Il trans Brigitte e la strage di Veracruz. Narcotraffico o squadroni della morte? con tanto di foto di trans Brigitte con zinne in primo piano.

Quello che immediatamente accende il rancore nei confronti di questa pagina è che per raccontare un paese devastato e in cui accadono cose senza precedenti nella storia moderna, massacri, esecuzioni extragiudiziali (come quella appunto di 35 morti buttati in pieno giorno a Boca del Río), decapitazioni, sequestri di massa, sparizioni, gente fatta a pezzi e attaccata a narcomantas, femminicidi e varie, l’inviato speciale negli USA del Corsera pensa che se non si parla di travestiti e mignotte non si può raccontare la storia. Se non si incasella la realtà in categorie italiche di transessuali e ballerine e bocchinare non è possibile attirare l’attenzione. La sua superficialità dell’analisi è sconcertante, ma del resto per quale diavolo di ragione uno che vive a Washington D.C. dove nessuna casa può essere più alta della Casa Bianca e dove potrebbe parlarmi delle risoluzioni del Congresso, deve avere una qualche minima consapevolezza di ciò che accade da questo lato della frontiera? Solo perché si trova in questo continente allora è affidabile? allora perché un inviato in Montenegro non parla di quello che accade nelle strade di Oslo?

Caro Guido, davvero non ce l’ho con te. Cioè, se la smettessi di scrivere stronzate potremmo pure diventare amici, ti porterei a fare un giro per questo paese, a farti vedere cos’è vivere in uno stato d’eccezione, a farti capire cosa significa fare il giornalista qui. Guido! ti prego fallo per me, fatti sentire, batti un colpo, prendi un aereo che da Washington costa pure poco, viette a fa un giro, nun dà retta a quello che ti chiedono da Milano, scrivi qualcosa di VERO, di UTILE e di ONESTO e non della puttana Brigitte, che non ha alcuna rilevanza tranne che nelle menti putrefatte dei puttanieri e analfabeti italiani che vivono contabilizzando cosa fa l’uccello di Berlusconi. Per favore Guido, diventiamo amici, così posso spiegarti che quando tu chiedi a un esperto americano cosa succede e poi scrivi “Secondo un esperto americano sarebbero almeno sei le formazioni di vigilantes attive nel paese. Alcune sono pagate da commercianti e sindaci. Altre composte da gruppi di cittadini. Altre ancora fanno da schermo agli assassini dei cartelli. Il governo, in difficoltà, ha reagito inviando diverse centinaia di agenti a Veracruz ed ha escluso che vi sia tolleranza per i giustizieri. Il procuratore locale ha invece minimizzato: “Non e’ successo nulla, tutto va bene”. Ma il mistero di Veracruz non e’ stato ancora risolto.” stai facendo un torto al nostro mestiere. Stai riducendo la complessità, non tieni conto della guerra tra Zetas e altri “cartelli”, di come agisce questo gruppo che ha stravolto le regole del gioco, dell’aria che si respira in certe zone del Messico, come ad esempio Veracruz. Guido! non mi spieghi un cazzo, perché io non sento l’odore di quello che mi racconti, sento che hai alzato il telefono e hai cercato un “esperto” di cui non fai nemmeno il nome, che magari vive nel Maine, e gli hai chiesto di pararti quattro cazzate, questo penso Guido, e davvero so che invece non è così perché te sei uno veramente forte!

Se invece si volesse fare un po’ di luce su quello che accade in questo paese, si potrebbe prestare attenzione alla violenza senza precedenti, al clima irrespirabile che si vive, ai rapporti tra gruppi criminali e istituzioni, messicane, statunitensi, in un traffico di dimensioni mostruose, di droga, di persone, di armi, che coinvolge centinaia di attori. che ha causato quasi 50mila morti in meno di 6 anni e migliaia di desaparecidos.

Guido, grazie per ascoltare questo appello accorato perché so che come professionista serio saprai illuminarci con altre perle su questo Mexico tequila sexo y mariguana mariachi baffo nero pancho villa subcomandante marcos viva mexico cancun la cucaracha!

ora che ho finito lo sfogo posso continuare a lavorare. E a cercare di capire e di spiegare che cazzo succede in questo posto.

 

diario da Città del Messico. di nuovo in sella alla Bestia [parte due]

Dov’eravamo rimasti? Ah, che stavamo cavalcando la Bestia insieme a quel gruppo di centroamericani che hanno deciso di andare a essere felici negli USA. Nel frattempo però dall’ultimo post è successa una cosa che mi piacerebbe proprio raccontare. Una di quelle cose raccapriccianti che ormai il Messico ci ha abituato a sentire e a considerare normali. E giusto per aggiungere un pizzico di hardcore (come se ve ne fosse necessità) alla già cruenta storia che stiamo raccontando.
Insomma il fatto è che l’altro giorno apro il giornale e leggo che sono state fatte fuori nove persone ad Acapulco. E fin qui nulla di nuovo. La gag è che di queste nove persone, in particolare uno ha avuto la sorte dalla sua. Lo hanno preso e lo hanno fatto a pezzi. Con il busto e la testa hanno decorato una narcomanta, cioè quello che da noi si chiama uno striscione. Un’altra narcomanta è stata stesa con le gambe e i piedi, mentre una terza veniva accompagnata da braccia e mani. Ognuna posizionata in una zona diversa della Perla del Pacifico, a deliziare il soggiorno di bagnanti e vacanzieri.
L’effetto voluto, pienamente raggiunto dagli autori dell’opera d’arte, era quello di attirare l’attenzione sui messaggi che portavano su di sé i macabri striscioni, e recitava più o meno così: Governatore dello stato di Guerrero, funzionari e sbirri, fatela finita di pigliare soldi dal Cartel Independiente de Acapulco, perché questa è la piazza del Chapo Guzmán. Qui comanda lui. Ecco come finisce chi non ubbidisce.
Ora. Noi abbiamo una storia di un viaggio, di peripezie, di avventure, da raccontare su queste pagine, e non è bene distrarsi troppo, però ho creduto opportuno accennare a questo evento, per dare una pennellata di com’è l’aria da queste parti, per far respirare quest’arietta di mare, friccicarella, perché concentrati sempre sull’italico ombelico, su nani e buffoni, si perde la visione d’insieme.

Ma torniamo di gran carriera sulla Bestia,  che mica ci aspetta a noi e alle nostre cazzate sulla gente squartata, la Bestia. Qua uno ci si squaja al sole anche per ore, ma se ha da partì e te sei sceso un attimo a comprarti una birra o una coca cola, ti attacchi al cazzo. Come è successo a quello che veniva dall’Honduras, che era simpatico, anche se era migrante, e che faceva alla perfezione il verso del cane, cioè abbaiava, e insomma tutti gli dicevano “il cane” e lui scendeva ogni volta che il treno faceva una pisciata, e la faceva pure lui. Ma in una di queste, è rimasto a terra, e noi a ripartire fischiando e sbuffando, e lui abbaiando da sotto. Da solo.

Dunque accomodati sulla cima, ci si fa beffe del caldo orrido che attanaglia la gola. Respirare aria calda di fòn, per ore. La pelle fracica di sudore appiccicosa di grumi di polvere e zella. E stare attenti ai rami. Ecco. I rami. Uno pensa che è il meno, perché a fronte di una possibile aggressione a mano armata (di pistola, di fucile, di machete) un ramo che sarà mai? Purtroppo i rami sono MILIONI, sono solo rami rami rami rami e ancora rami, che sfrecciano contro la tua faccia, le tue spalle, le tue gambe, in qualunque modo tu ti sia accomodato loro ti raggiungono e ti sferzano, ti bastonano, ti sconocchiano. A volte, se sei molto fortunato, ti buttano giù dal treno. Mentre dormi, schiacciato come meglio puoi sulla lamiera, tra corpi sudati, puzzolenti, ammucchiati e doloranti, ti arriva una bastonata in faccia a 40 all’ora. Ti svegli di soprassalto, e se non stai attento te ne arriva un’altra, già pronta a colpire. Questo dura giorni.

Il tempo lo percepisci in modo confuso da qui su. Le ore passano rapide e lente, calde e umide, bagnate, infinite. Dipende dal treno. Il tuo sentire si fa treno. In base a ciò che fa, decide, sente lui, tu percepisci il mondo. Non hai autonomia. E lo senti quando all’improvviso, senza una ragione che tu possa conoscere che non sia il puro arbitrio, il treno rallenta, in mezzo alla sterminata e florida vegetazione, stridono i freni, il caldo aumenta, le zanzare ti assalgono, e ti fermi. Il ritmo lento del pulsare del motore, lo sbuffo di fumo, il fischio pesante dell’arresto della Bestia. E rimani lì. Sospeso. Fuori dal tempo e dalla ragione. In attesa di ciò che segue. Ed è lì che sale piano piano la paura, che prende vigore, che si fa solida. È in questa attesa senza tempo che il panico si fa strada nella tranquillità posticcia che pensavi di aver costruito nelle ore di viaggio, che si apre una breccia nel tuo petto e ti invade come l’acqua nei campi irrigati.

Può succedere di tutto. Il meglio che può capitare è che dopo qualche minuto o qualche ora, la Bestia ricominci pigramente a camminare. Ma questa è una speranza su cui non puoi contare. Potrebbe essersi fermato per far salire qualcuno, perché un albero è caduto sui binari, perché un altro treno deve passare, o di permettere alla polizia federale di fare un’operazione illegale, di rubare tutti i soldi ai migranti. O peggio potrebbe essere che gli Zetas abbiano fermato il treno e che ora stiano per salire, fucili spianati, per sequestrare i migranti.

È questa incertezza che ti ammazza. E il sole ti squaglia il cervello e ti mischia le idee, la percezione, e ti sbatte nel mondo della paura.

Fin qui arriva questa parte del racconto. Perché è faticoso e doloroso.

[つづく...]

diario da Città del Messico. di nuovo in sella alla Bestia [parte uno]

Leggo le pagine onlain di Repubblica e mi accorgo che a causa di più impellenti imperativi categorici i marinaretti delle Forze Alleate della N.A.T.O. avrebbero potuto salvare un po’ di sfigati migranti a largo delle coste di Lampedusa ma hanno preferito astenersi e lasciarne crepare a mucchi (poi buttati ammare dalle bestie clandestine). La notizia mi genera gastrite. Non è sorpresa la mia, è soltanto quel rancido sentimento di schifo che provo ogni volta che accumulo notizie del genere.

E mi viene voglia di raccontare una storia, che poi capiremo che in fondo è collegata con questa notizia di mare e d’estate.

Nel Messico la situazione è molto più gradevole. Qui i migranti centroamericani (perché si da il caso che il Messico sia un paese del NordAmerica, come in molte occasioni ci ho tenuto a precisare), soprattutto provenienti da Honduras, Salvador, Guatemala e pure un po’ Nicaragua, entrano nel bellissimo e verde Messico per attraversarlo di corsa e arrivare alla frontiera con gli Stati Uniti, scavallare e vivere felici. Un po’ come pensano di fare i migranti che si ammucchiano in Libia, Algeria, Tunisia, Marocco, e cercano di scavallare il pezzetto di Mediterraneo, arrivare in Italia (porta d’Europa) e vivere felici. Come vedete già si inizia a capire che sono proprio dei disperati.

Ok, dunque entrano in Messico da indocumentados, che noi italiani diciamo clandestini, e si ammucchiano su un treno merci, la Bestia. Va detto che la Bestia è una cosa grossa, rumorosa, scomoda e vecchia. Funziona così. Tu ti metti ad aspettarla in un bucodiculo di paesino del sudest messicano (dove gli italiani che ci vanno in vacanza amano dire “ho FATTO il Chiapas, poi ho FATTO lo Yucatan, poi ho FATTO un pezzo di Guatemala e poi ho finito a Tulum”, che per carità, non ho nulla contro le vacanze, piuttosto contro l’uso del verbo fare al posto di dire “sono stato” o “ho visitato” o “sono passato superficialmente per la zona di”). Dopo che hai aspettato a tempo indefinito, sempre da clandestino, se non ti hanno già derubato, allora ti derubano. Però altro che farlo con educazione questi amabili messicani tirano fuori un machete o una pistolotta e portano via al migrante (che per definizione è un poveraccio) tutto quello che ha, scarpe, orologi, spicci, verginità anale (se si tratta di giovani uomini o giovani donne di aspetto medio). Ecco qua che a un certo punto arriva il treno, dicevamo la Bestia.

Fischia che ti rifischia arriva sto catorcio degli anni di Villa e Zapata, che trasporta ferraglia, granaglie, cemento e altre amenità di cui nulla sappiamo e di cui nulla ci interessa. Il migrante ci sale sopra e cerca di trovare una comoda posizione per le decine e decine di ore che dovrà passarci. Oh, si badi bene che il treno non è che ha degli orari definiti, fa delle fermate, o cose così. Il treno non glie ne frega un cazzo che ci sta della gente sdraiata sopra. Lui prende e parte, e tu cerchi di non cascare, perché benché viaggi a una media di 20kmh, se caschi di sotto da quei cinque sei metri, capace che finisci tra i binari e rimani mutilato, come a volte accade, oppure ti frantumi sulle migliaia di roccette che si trovano ai lati dei binari. Insomma, devi fare un po’ di attenzione, perché non è esattamente come andare a farti una settimana a Formentera.

Dunque una volta salito lì sopra, accomodato, sistemato, ecco che devi aspettare qualche minuto o qualche ora sotto il sole che parta il treno. Perché come dicevamo il treno fa come gli pare, non è che arrivi te e lui parte. Devi aspettà. E nel sud del Messico, se qualcuno si è FATTO il sud del Messico, sa che ci fa molto caldo e umido e il sole ti brucia.

Allora tutti pronti per partire, fatta la pipì prima di salire sulla Bestia, preso qualcosa da bere e da mangiare al doppio o al triplo del suo prezzo normale, perché siccome sei migrante clandestino e non hai potere contrattuale ti attacchi al cazzo e se vuoi mangiare paghi quello che ti dico io, ecco che la Bestia si mette in moto e parte per il suo lungo e lento viaggio verso torture, sequestri, mutilazioni, violenze sessuali, ammazzamenti e poi dopo tutto questo verso il sogno americano.

[つづく...] (che se vi ricordate alla fine dei cartoni giapponesi voleva dire “continua”. se non ve lo ricordate ora lo sapete.

p.s. sì, il pezzo finisce a cazzo di cane, perché mi va così. se vi è venuta curiosità proseguiamo tra qualche giorno.

 

diario da Città del Messico. ti spacco il quorum

Mancano poche ore alla chiusura dei seggi elettorali. Secondo le informazioni a mia disposizione, in piena notte in Messico, a quanto pare il Referendum sull’acqua, il nucleare e il legittimo impedimento sta andando a buon fine, e tutti quei democratici che hanno incitato all’astensionismo pare stiano per prendersi una batosta memorabile, un ceffone scagliato da 25milioni di italiani e spicci.
Io sono italiano all’estero. Me ne sono fatto una ragione. Risiedo nel paese del narcotraffico e delle stragi per scelta e per necessità, sono regolarmente iscritto all’AIRE (Associazione Italiani Residenti all’Estero) e ammetto che è stata forte l’emozione quando mi sono visto recapitare a casa le schede elettorali per il Referendum.
Certo, visto che non abito in Spagna o in Francia, dove le schede sono arrivate il 25 maggio, ho ricevuto il plico con le istruzioni il 7 giugno. Data ultima di consegna al corriere: 8 giugno. Me sarà venuto un po’ il dubbio che non c’avessero tutta `sta voglia di farmi votare… Soprattutto dopo il flash mob come si chiama adesso, all’ambasciata italiana in Messico durante la festa del 2 giugno, quando insieme ad un gruppo di arditi abbiamo avuto la sovversiva idea di sparigliare la festa imbellettata e incartapecorita della comunità di italiani in Messico, organizzata dall’ambasciatore Spinelli (che da buon patriota non ha speso nemmeno mezza parola per ricordare ai cittadini come poter adempiere al loro diritto di voto) indossando magliette che dicevano IO VOTO SÌ e srotolando uno striscione di sensibilizzazione tra le coppe di champagne e le tartine.
Forse il mio voto non ci è nemmeno arrivato al Consolato italiano, dove ti trattano sempre come il Marchese del Grillo trattava i questuanti sotto la sua finestra, ma io ho pensato, beh, che bello sapere che io ho gli stessi diritti di tutti quanti gli altri.
Col cazzo! Mi pareva troppo bello, emozionante, irreale potermi esprimere come un cittadino di un qualsiasi paese europeo su temi così rilevanti, attraverso banali procedure amministrative standard. No, perché invece mi sono subito dovuto scontrare con l’essere italiano. E non solo italiano. Pure più stronzo degli altri, perché abito in Messico (all’estero, in generale) e quindi tutti i soldi delle tasse di tutti noi, che vengono investiti per organizzare banchetti nelle sedi consolari, che rappresentano il nostro principale ostacolo a una vita normale, non possono essere investiti nel buon funzionamento democratico.
Il mio voto, come quello di altri 3,2 milioni circa di italiani all’estero, nella migliore delle ipotesi non verrà conteggiato per il quorum. Nella peggiore verrà conteggiato ma non varrà un cazzo, perché ci hanno sottoposto un quesito, stampato a maggio, che il 2 giugno è cambiato, senza poter ristampare le nostre schede elettorali.
Allora uno dice, vabbè, ma chissene frega di Federico Mastrogiovanni, che sta a mangiare tortillas in Messico. E in effetti non fa una piega. Il problema è che siamo più di TRE MILIONI di stronzi sparsi per il mondo (in molti casi perché in Italia si respira un’aria così pesante che uno preferisce emigrare nel paese dove ammazzano 40mila persone in 4 anni mozzando teste e appiccicandogli narco-messaggi ai testicoli piuttosto che stare nella fogna italiana). Tre milioni di voti, che se non vado errato, e facendo i conti con la sega a nastro (perché qua so sempre le sei di mattina), sui 47 milioni di aventi diritto, rappresentano il 6%. IL SEI PER CENTO CAZZO!
Ora, non so se è chiaro che il sei per cento è un botto di gente, trattata letteralmente a merda in faccia. Già viviamo spesso in situazioni di precarietà, come del resto tutti gli italiani, in più lontani da famiglie anche svariate decine di migliaia di chilometri, senza la mozzarella, senza l’olio, senza il salame, senza poter vedere la Roma allo stadio. Oltre a tutti questi inconvenienti logistici ci manca pure qualche testa di cazzo (non meglio identificata peraltro) che rende nullo il voto del sei per cento degli aventi diritto. Mi pare che la questione, a prescindere dall’esito del voto, che spero dia un bel calcio nel culo (virtuale e democratico) a una buona quantità di persone, sia di una certa rilevanza.
Lasciamo stare l’ovvia l’indignazione personale e il fatto che manco in Messico, paese che se ci fosse una gara di corrotti arriverebbe secondo, per aver pagato i giudici, succedono cose del genere. Io vorrei solo sapere con chi me la devo prendere, per andare a citofonargli sotto casa e chiedere spiegazioni. Perché l’unica risposta a questo atteggiamento da democrazia “a cazzo di cane” è alzare il culo e farsi sentire.
Nelle prossime ore spero di godermi con un bel bicchiere di tequila la vittoria al Referendum che è anche mia!

diario da Città del Messico. benvenuti a sti frocioni

- Pronto buongiorno, chiamo dal Messico, dovrei fare l’esame all’ordine, mi hanno detto luglio, vorrei sapere una data precisa, devo fare il biglietto apposta.

- Ah però no, guardi una data precisa nun glie la posso dare.

- Come? Non ho capito. Scusi, ho fatto domanda sei mesi fa, è l’8 giugno.

- Eh, vabbè però noi gli esami li facciamo settimanalmente. A seconda degli impegni del presidente.

- Non ha capito, io devo comprare il biglietto dell’aereo apposta. Sono 10mila chilometri.

- Ho capito. Senta guardi lei faccia ‘na cosa. Fa sto bijetto, ariva a Roma e quanno ariva a Roma me fa na telefonata e vediamo si se po’ fissà st’appuntamento.

- Che però non è sicuro.

- Ennò. Si magari viene a settembre capace che è più facile. Dica un po’ come se chiama?

- Eulalio. Eulalio Caroddi.

- Eh Eulalio. Bravo. Sta qua.

- Lo so…

- SìSì. Ha fatto domanda a febbraio. È venuto su padre a portare tutti i documenti. Me ricordo. Ecco Guarda Eulà, fai ‘na cosa. Te vieni a Roma, tanto ce dovrai passà ogni tanto da Roma no? Ecco te quando arivi fai ‘na telefonta e vedemo si se po’ fa o no l’esame.

 

Dov’è che volevamo annà noi? dice il futuro dell’Italia… ecco.

Da qui non si esce. Racconto

- Forse dovremmo ripensarci.
- Non dire sciocchezze. E poi cosa vuoi ripensare arrivato a questo punto?
- Non so. Mi stanno venendo tanti dubbi.
- Ossignore. Ma sono mesi che stiamo lavorando a questa cosa, non potevi tirarli fuori prima questi dubbi? Guarda Miguel, non mi sembra proprio il momento. Sei fuori tempo massimo. E poi cosa vorresti fare? Continuare a vivere dentro questo incubo? Continuare a illuderti che sia vita la nostra? Le prove sono dappertutto. Questo posto è l’inferno. Dobbiamo andare via. Lo sai.

Miguel osserva la Linea dalla penombra, con determinazione e un improvviso senso di panico. Ha ragione Raúl. Non è proprio il momento di fare la mammoletta.
In lontananza le luci che illuminano la Linea sono bianche e fisse. Spaccano a metà il freddo gelido del deserto.
Tutti pensano che nel deserto faccia sempre caldo. Oddio non è che non ci fa caldo qui, però certe notti di gennaio, col vento che arriva da ovest, dal mare, che taglia l’aria e porta un gelo smisurato, antico, ecco in notti così il deserto si trasforma in un inferno.
Chi l’aveva detta questa cosa che l’inferno non è infuocato ma è un’eternità di freddo inimmaginabile? Miguel non lo ricorda più in che programma l’aveva sentito. Ma adesso lo capisce sotto alla felpa e al cappuccio, sotto a quel cappelletto da baseball che non copre un cazzo. Dentro a quei jeans troppo larghi che gli lasciano risalire su per le gambe dei rivoli di ghiaccio fuso su fino all’inguine e gli fanno raggrinzire l’uccello. “Pare una lumaca, hai visto?” e giù a ridere come matti con Raúl, dopo un bagno di ore nell’acqua brodosa di San Blas, “ti si fa l’uccello raggrinzito come una lumaca”. Adesso uguale. Però è anche la paura. La voglia di tornare indietro.
- Ok, dai lo facciamo. Ora lo facciamo. È stato un momento, così.
- Lo spero bene hermano, che qua se no si fa giorno. Ci becca la migra e sono cazzi nostri.

La migra. L’incubo di ogni migrante. Quelli che ti beccano e ti paralizzano col teaser. Quelli che ti riempiono di mazzate. L’ha già assaggiati Miguel i manganelli della migra. Gli sputi, gli insulti. “Mangiatacos del cazzo. Te la facciamo passare noi la voglia di fare il furbo” gli hanno gridato mentre qualcuno lo riempiva di mazzate. “Siete dei fottuti scarafaggi siete. Ma adesso te la do io una bella raddrizzata. Dov’è adesso la tua vergine di Guadalupe?” questo gli diceva la migra mentre qualcuno gli ammanettava mani e piedi con catene.
Il silenzio avvolge la Linea illuminata di bianco. Non si vede nessuno e le piccole siepi del deserto hanno smesso per un momento di frusciare.
Raúl a pochi metri è concentrato e teso. Miguel nasconde un panico che non riesce proprio a togliersi di dosso. Forse sarebbe meglio rinunciare ma è troppo tardi. È l’occasione della vita. Al di là di quella barriera c’è un mondo diverso. C’è un mondo di opportunità, di felicità, di balocchi. Al di là di quel muro si può tornare a vivere.
Il rischio è molto grande, è vero, e Miguel fino a poco fa era disposto a correrlo con più coraggio di Raúl, ma chissà cosa gli gira in quel cervello matto. Da piccolo una volta una maestra aveva detto ai suoi genitori che aveva un cervello, com’è che era il suo cervello? “Immaturo. Vostro figlio ha un cervello immaturo. Di sicuro non farà molta strada nella vita” aveva detto quella troia della maestra.
E lui invece di strada ne aveva già fatta tanta. A suo modo. Certo però che ogni tanto quel suo cervello gli faceva strani scherzi. Come adesso per esempio.

Raúl si muove leeeeeeentameeeeeente come un bradipo che si arrampica sull’albero. Quello sì che se lo ricorda dove l’ha visto. Il bradipo. Dentro uno speciale su discòvericiannel. O forse su nètgio. Ora proprio non gli viene in mente esattamente dove, perché questa cosa di dover saltare sul muro e buttarsi a pesce dall’altra parte comincia a sembrargli una gran cazzata.
Gli sembra la più grossa cazzata della storia. Probabilmente peggio di quando aveva rubato quei soldi dalla giacca di suo padre, a quattordici anni, per andare a farsi un tatuaggio come i suoi amici tamarri del barrio. Quella Santa Muerte tatuata sull’avambraccio sinistro. Enorme. Faceva paura. I suoi amici del barrio erano così soddisfatti di lui. Non era una mammoletta come pensavano. Strano che suo padre l’avesse preso a cinghiate per ore. Sulle gambe le cinghiate gli avevano fatto uscire le piaghe. Forse perché si era accorto che gli aveva rubato i soldi. Sulla schiena le cinghiate gli avevano fatto uscire il sangue. O forse non gli era piaciuto il tatuaggio. Sulla faccia le cinghiate gli avevano fatto una specie di sorriso sinistro che tuttora giustificava quel soprannome buffo. “El Joker” gli dicevano. Miguel “El Joker” Ramírez. Forse aveva solo bevuto un po’ troppo quel vecchio stronzo di suo padre e aveva voglia di scaricare un po’ la tensione ecco tutto.
Adesso però quella cazzata lì di tanti anni fa sembra una sciocchezza senza importanza. Perché qui si paga con la tortura, e poi dopo la tortura con la vita. Se ti va bene ti ammazzano in fretta. Se no è roba anche di qualche settimana. Qualche settimana di inferno. Quell’inferno di sangue e dolore che prelude al gelo eterno.

Raúl è pronto. Gli fa il segnale concordato. Non c’è più tempo per discutere.
Raúl è un’ombra nella notte, un ninja, un fulmine.
Miguel arranca qualche secondo di troppo. Poi si alza e inizia a correre. Il muro gli corre incontro nella sua luce di latte. Miguel non sente più il freddo. Il cappuccio scopre la testa di capelli neri, facendo volare il cappellino dei Padres di San Diego.
Raúl è scomparso dal campo visivo. La notte di ghiaccio è un ricordo. Il presente è correre. Il presente è solo un muro che si fa enorme. Il presente è terra secca sotto i piedi.
Afferrare l’acciaio ghiacciato. Le mani si appiccicano sul metallo per il freddo intenso. Solo due secondi. Sembrano anni. Miguel inizia a scalare il muro. Dall’altro lato la gioia. Dall’altro lato il giardino dell’Eden. Sente da qualche parte ansimare Raúl. Null’altro. Sente il suo cuore impazzire. Sente le dita acchiappare l’acciaio rosso del muro. Pochi metri pochi metri pochi metri. Sembra non finire mai. Lamiere che si usavano in guerra, come piste di atterraggio per gli elicotteri in Iraq, per gli aerei in Afghanistan. Riusate per costruire questo muro. Che separa il nord dal sud. Che lo separa dalla sua nuova vita.
Pochi centimetri pochi centimetri pochi centimetri. Si vede già l’altro lato. Si vede già il mondo nuovo.

Il morso lacera la carne. Il morso è una tenaglia. Il morso è una scarica elettrica.
Miguel grida ma non sente la sua voce gridare. Non sente i cani latrare intorno a lui. Miguel vede solo la luce di latte che illumina il muro illuminare il suo viso. Benevola. La luce sorridente.
Miguel cade sulla schiena. Lo schianto al suolo lo tramortisce ma non gli fa perdere i sensi. Tutto diventa distante. I cani che lo annusano, i volti della migra, i fucili spianati, il ghigno delle facce avvolte nei giacconi neri. Parole senza senso lo circondano. Da qui non si esce. E sulla faccia stampato quel sorriso da Joker.

Raúl non è con lui. Raúl è riuscito a passare. Raúl è saltato a pesce dall’altro lato. Non si è guardato indietro. Non era previsto.
Raúl ha raggiunto la meta. È riuscito a scappare. A uscire da quel mondo violento, impossibile, da quel controllo assoluto, da quella dittatura mascherata.
Raúl è riuscito a lasciarsi alle spalle quell’orrore. San Diego è ormai alle sue spalle. Gli Stati Uniti sono solo un ricordo. Di fronte a Raúl la calma, la possibilità di una vita. Davanti a Raúl l’amata Tijuana.

diario da Città del Messico. Figli della lupa

Ok sì, ho latitato per mesi, e questo non è nemmeno un rientro in grande stile. Ma sono successe tante cose che ora non è proprio il momento adatto a recriminare.
Mi rimetto a cavallo di Radical Shock perché ho l’urgenza di fare una riflessione su una questione che mi tocca da vicino.
È che a un certo punto uno si ritrova ad essere padre e vede le cose in modo diverso. Non parlo delle frociate tipo ah che meraviglia, ora la vita ha acquisito senso che prima non aveva, ora tutto cambierà per sempre (una delle frasi più odiose e prive di significato che si possa dire a qualcuno che sta per avere o ha appena avuto un figlio. Specifico: anche un incidente che ti trancia le gambe ti cambia la vita per sempre, anche vincere 100milioni di euri al superenalotto, anche perdere tutto quello che hai in un combattimento di galli, anche essere eletto presidente della Fiat, certo ora tutti diranno eh va be ma che c’entra, è un’altra cosa. E invece non è un’altra cosa per niente, se uno prende la paternità o la maternità come una delle tante cose che ti succedono nella vita, non più straordinaria, di per sé, della caduta dei capelli o di una relazione amorosa), che sono vuote frasi che non riesco a credere ripiene di vero significato. No, parlo di qualcosa che ti aiuta a vedere il mondo in un altro modo come le brutte esperienze, come quando ti rapinano per la prima volta, come quando ti accorgi che il tuo rappresentante politico di zona è corrotto come un politico messicano.
Quando diventi padre (o madre) scopri improvvisamente che tutti, e parlo veramente di tutti, sanno tutto su come essere dei genitori perfetti e hanno il buon cuore di erudirti sull’argomento. Non c’è una persona che non solo non senta l’impulso, ma che non si senta in dovere di dirti cosa è giusto fare per tuo figlio, per il suo benessere, la sua salute, la sua felicità.
Ogni persona che incontri, vicina o lontana, ha dei consigli quasi obbligatori da darti, partendo dal presupposto che tu sei un testa di cazzo, che siccome non hai nessuna esperienza sei un pivello, che i suoi consigli sono di vitale importanza per il tuo erede.
Non c’è verso di evitare questo meccanismo a quanto pare. Devi subire suggerimenti, consigli, piccoli o grandi ricatti, intrusioni, sensi di colpa, veri e propri insulti, nenie, tiritere, pipponi, rimproveri, umiliazioni al pubblico ludibrio da parte di chiunque, che abbia un figlio o no.
Tutti sono bravissimi. Tutti se hanno sbagliato, grazie ai loro errori hanno esperienza, arti divinatorie, invisibilità e volare, e a te, siccome sei fortunato, è preclusa la possibilità di farti le ossa, eventualmente di sbagliare a tua volta, di imparare dai tuoi errori. Eh ma così i tuoi errori li paga tuo figlio, ti dicono, sì, come tutti i genitori, esatto, i miei errori li pagherà mio figlio, e sarà così finché mio figlio, stufo di pagare le colpe del padre lo uccide e si scopa sua madre, oppure a sua volta farà errori che pagherà suo figlio e via dicendo.
Il presente post è fatto per riflettere su un argomento scabroso, il rapporto con una creatura che hai fatto te, di cui sei responsabile, che rappresenta il banco di prova della tua capacità di mettere in pratica al meglio ciò che hai imparato nella vita. E forse è il tema più delicato da trattare con qualcun altro, soprattutto quando l’aiuto altrui non lo stai proprio chiedendo. Si tratta di uno di quei rari casi in cui tutti sono pronti a darti appoggio, sostegno e consigli senza che tu li abbia minimamente interpellati. Contrariamente a quando tu hai bisogno di tutti e ti trovi intorno solo grosse balle di fieno che rotolano nella desolazione della tua vita, quando ti nasce un figlio sei circondato di gente berciante che ti impara a vivere e a occuparti della prole.
Ma uno cosa deve fare per allevare suo figlio secondo le sue regole? Nessuno trova nulla di perverso nell’imporre alla propria discendenza aberrazioni e imposizioni come il battesimo, però è fuori dal mondo pensare di calmare un bambino facendogli ascoltare il rock.
Penso allora a situazioni difficili nella storia dell’uomo, in cui pargoli sono stati tolti all’umano coinvolgimento e sono stati affidati ad animali. Due casi su tutti: Mowgli del Libro della giungla e Romolo e Remo, allevati dalla lupa.
Allora queste bestiole che crescevano, sfamavano e educavano creature figlie dell’uomo non avevano nessuno che gli rompesse il cazzo con raccomandazioni e rimproveri. Forse sono venuti fuori figli un po’ così, ragazzi un po’ difficili, ma tutto sommato manco troppo male.

La morale di questa breve parabola è che forse uno può imparare piano piano a fare il genitore, può sbagliare, può trovare le risposte e le domande giuste, senza sostenere il peso molesto di intrusioni e ramanzine. Forse per ricevere l’aiuto di chi ti vuole bene si può accettare un abbraccio e rifiutare una lezione di genitoraggio.  In altre parole: persone che mi volete bene, vi prego, con tutto l’amore che ho per voi: non mi scassate il cazzo!

Radical Shock. Una storia sinistra. Titoli di coda

Titoli di coda.

È il momento di pensare in termini quantitativi e di chiedere “la giusta mercede” per il ruolo che ricoprite. Gli avversari in agguato non riusciranno a organizzare una reazione: avete la fiducia dei superiori, l’amore degli amici e l’intimo convincimento. PROMOSSI.

Giorgio.
Circondato da diciannovenni vogliose e dalle tette inusitate continua a combattere con i suoi vicini filippini per il controllo del territorio. Le donne amano il suo cinismo, il suo odio nei loro confronti e i suoi tatuaggi. Continuano a dirgli che è un pischello perché ha solo ventisette anni.
Ha pubblicato un reportage su Scientology che gli è valso grandi lodi e riconoscimenti da parte di molti intellettuali di sinistra.
Non ha ancora un contratto a Mondo Oggi. Tifa Roma.
PISCHELLO.

Ginevra.
Va a cavallo. Fa serie televisive di successo. Qualche film. Ama le feste, il rumore, i giochi. Parla del suo cavallo, dei suoi sogni da adolescente trentenne. Piange ancora quando si parla di suo padre e non ha mai risposto alla lettera di Samuele. Forse non l’ha mai letta. Ancora nessuno è risultato abbastanza uomo. Né abbastanza pitbull.
CONTENTA LEI…

Serapio.
Scrive su la Jornada feroci articoli contro il presidente, continua a frequentare i peggiori locali di Città del Messico, litigando con gli uomini e facendo la corte alle donne. Le ama tutte. Scrive un romanzo da diciotto anni. È un capolavoro.
INNAMORATO.

Antonella.
Si è trasferita in Thailandia, dove insegna all’università di Bangkok. Tiene corsi di antropologia visuale attraverso l’autorappresentazione. Continua a fare il grillo parlante. Ora però ha una bimba che si chiama in tailandese e il suo nome vuol dire Luce.
FELICE.

Veronica.
Ha aperto una scuola di danze etniche e cura un programma televisivo. Continua ad avere una pazienza infinita e un corpo da urlo. Sorride spesso.
BUDDICA.

Paolo.
È diventato un tassello importante dell’organizzazione. Si è sposato. Ha abbandonato molti dei suoi ideali. Ha più soldi di prima. Uno è quando non pensa.
SOLDATINO.

Akira.
Esercita la professione di architetto con discreto successo. Si cura con i fiori di Bach e sogna di arredare una catena di ristoranti giapponesi in Messico.
RASSERENATO.

Massimiliano.
Ha inciso il suo secondo disco. Ogni giorno aumenta il suo successo. Anche grazie ad alcuni film a cui ha preso parte. Fa ancora un’ottima pasta coi broccoletti romani.
POETA.

Margherita.
È riuscita a diventare regista. Pensa, scrive e realizza spot pubblicitari per una tv satellitare. Non si è ancora mai fatta pisciare addosso da nessuno. Non ha mai scopato con Samuele.
ROSCIA.

Filippo Rossi.
In quanto uno dei migliori autori satirici in Italia è stato scelto per guidare youdem.tv. Ha rifiutato. Vende castagne insieme agli indiani a piazza Navona.
GENIO.

Fernando.
Ha ampliato la sua attività. Indossa solo abiti e scarpe italiani. Forse entrerà in politica, appena riuscirà a mettersi d’accordo coi narcotrafficanti. Vuole diventare presidente.
DETERMINATO.

Tintan.
Da qualche mese non se ne hanno più notizie. Né di lui, né del suo suv.
DESAPARECIDO.

Groucho.
È stato avvistato dalle parti del Bosque di Chapultepec. Con un freesbie in bocca.
CANE.

Giancarlo.
Dopo che hanno abbattuto il ponte in cui aveva occupato una casa è emigrato con la famiglia in Australia. Lì fa il postino. Ha un giardino.
EMIGRATO.

Sottopanza. (A due a due come i carabinieri).
Hanno scalato rapidamente le tappe verso il successo nel partito. Ora guidano una corrente di giòvani. Hanno cravatte di seta e completi su misura. Continuano a molestare le donne ma con epiteti più grevi. Vanno a trans sulla Cristoforo Colombo.
DEGENERATI.

Xavier.
Ha venduto metà de Los Arrecifes per dieci milioni di dollari. Beve, fuma e abborda donne meravigliose nell’altra metà. Indossa sempre occhiali da sole. Ogni mattina nuota per mezz’ora nel mar dei Caraibi.
CHI LO AMMAZZA.

Silvia.
Continua a vivere a Città del Messico. Nessuno sa molto di lei. È taciturna, sexy e la sua casa è sempre aperta per Samuele. Importa scarpe di lusso dall’Italia.
SURREALE.

Luchadores. (aka i fratelli Cabrera).
Partecipano a lotte amatoriali per bambini il sabato pomeriggio all’Ajusco. Nessuno li ha mai visti in faccia.
MASCHERATI.

Shirin.
Fa composizioni floreali dalla mattina alla sera. Non ha più fatto ammucchiate. Crea felicità attraverso i fiori. Ha capito che la differenza è nei dettagli. Nel suo lavoro è più evidente perché non “serve” a nulla. Crea solo bellezza.
LEGGIADRA.

Pagliaccio.
Porta allegria nel cuore della gente del Messico e del mondo attraverso il cuore rosso che porta sul naso.
ALLEGRO.

Vittorio.
Esso fissa il vuoto e tace.
TORO.

Lauréda.
Ha trovato lavoro all’Alliance Francaise come insegnante di francese. Nella sede di La Paz, Baja California Sur. Ama il canto delle balene.
Notalo.
Radical Shock è un’opera di finzione, quindi ogni riferimento a fatti, persone, cose, animali, situazioni, è esclusivamente frutto della fantasia malata dell’autore.
Se qualcuno avesse riscontrato qualche somiglianza con la realtà è puramente casuale.
Per la realizzazione di questo romanzo non è stato maltrattato alcun cane né alcun toro di cartapesta.

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