diario da Città del Messico. Ermita o dell’uomo dell’ascensore

Iztapalapa ha scombussolato un po’ le vicende di un emigrante. Sono passate le settimane, la città continua a macinare i giorni e io mi assesto.

È di notte che entro nell’edificio Ermita, su Avenida Revolución. Uno degli edifici più belli del Distrito Federal. Un palazzo di architettura premoderna disegnato dall’architetto Juan Segura nel 1929. Entrarci dentro equivale a venire scaraventati in un’altra epoca, quella della belle époque messicana. un ampio portone di metallo, il palazzo bianco. Imponente e ironico. Ma di notte questo non si nota molto. Ma poi una volta dentro. Un ascensore aspetta al pian terreno. Dentro l’ascensore un uomo. Con gli occhiali quadrati e la barba di una settimana. L’addetto all’ascensore. C’è una sedia a sdraio nell’ascensore. la manovella che viene manovrata per far muovere il montacarichi d’epoca. Appesa alla manovella una radiolina che mantiene sveglio l’anziano guardiano. Sopra la sua testa, sopra la tastiera dei bottoni, un altarino della vergine di Guadalupe, con due candele accese.

L’uomo è il guardiano dell’ascensore. Lui vive lì. Il suo lavoro consiste nel trasportare la gente da un piano all’altro, aprire le porte meccaniche, e garantire che il vecchio ascensore si mantenga funzionante.

Io sono sconvolto, ammirato, perplesso. Un uomo vive in un ascensore d’epoca, in un palazzo d’epoca, con la sua radio, la sua Virgen, le parole crociate. L’uomo bofonchia. Si addorme in piedi. Passa il piano dove devo scendere. Torna indietro con la manovella.

Sono giorni di riflessione. Di pace. Di cose semplici. Come far muovere un vecchio ascensore. Come mangiare una pizza con gli amici. È ritrovare il tempo umano e il ritmo adatto nella città del caos. Ci ho messo mesi, e ora sto prendendo il ritmo. Fin qui tutto bene.

E questo è tutto.

diario da Iztapalapa. benvenuti in Afghanistan

Iztapalapa - AfghanistanAllora decido che voglio fare un giro panoramico per la famosa Iztapalapa. Cristo ne parlano tutti, tocca che vado a farci un salto. Dice, no ma sei pazzo so tutti criminali, te spanzano, te rapinano, te fanno a pezzi a Iztapalapa. Dico vabbè dai però io so giornalista ce devo annà se no che cazzo ce sto a fa qua nel famoso Messico?
Dice vabbè allora fai come cazzo ti pare, però poi non lamentarti se fai una bruttissima fine violenta e feroce.

Vabbè allora vado. Mi accompagna nella terra di nessuno un’amica che lavora da quelle parti. Mi passa a prendere la mattina presto e mi spiega in macchina nel tragitto un po’ di cose su Iztapalapa. Io un po’ perché non sono proprio abituato a svegliarmi così presto, un po’ perché l’amica in questione è decisamente una fata, non capisco un cazzo di quello che dice e mi limito ad assentire inebetito.

Giunti sul luogo però sono pervaso dalla tranquillita. Quella tipica degli ottusi.

Accompagnato dalla jefa della delegazione (la sindachessa) faccio un tour nei quartieri alti di questo barrio di due milioni di abitanti. Un posto davvero ameno. Il colore predominante è il grigio. Un bel grigio abusivismo. Di fatto tutta la zona è abusiva. Un quartiere grande come l’Avana fatto di case abusive di cemento ammucchiate tra pianura e montagna. La prima cosa che mi dice un ragazzetto di fronte al mio sguardo basito è ti piace Iztapalapa, guero? Benvenuto in Afghanistan!

C’è una signora che racconta che qui ti rapinano ogni tre per due. Gli sbirri invece di lavorare fanno le ammucchiate con le troie dentro la centrale di polizia, gli spacciatori fanno affari d’oro. Poi se ti rubano la macchina in qualsiasi parte della città dopo mezz’ora puoi venire a ricomprarla a pezzi qui.

In compenso l’acqua arriva una volta alla settimana ed è marrone, la gran parte della gente non ha manco il telefono e i ragazzini passano le giornate a farsi di crack.

per uscire dalle zone alte ci vogliono due ore perché i microbus non passano e a piedi è un po’ come andare da Genzano a San Giovanni. Solo che a ogni angolo rischi di farti sparare da un rapinatore strafatto.

Qui però c’è gente che comincia a farsi rodere il culo. si stanno organizzando per scendere dalla montagna e fare un po’ di casino. E considerato che non hanno un cazzo da perdere è verosimile che la situazione si faccia interessante. Da ste parti si dice “En México no pasa nada hasta que pasa. Y cuando pasa…”

Vuol dire che in Messico non succede un cazzo, finché non succede. Ma quando succede sono cazzi amari.

Finisco il tour in casa di una signora che ci offre un tè che sa di paglia. Torno al mio quartiere stordito. Il toro vuole sapere tutto ma io sono stanco e non riesco nemmeno a picchiarlo a sangue. Ho appuntamento domani con un trafficante di corna che ho conosciuto a Iztapalapa. Se lo viene a prendere domani alle 7. Se tutto va bene alle 7.30 si può andare a ricomprarlo a pezzi da quelle parti.

 

diario da Città del Messico. dia de muertos

jesus malverdeDomani è il due novembre. Il giorno dei morti. Qua invece si chiama dia de muertos. Che poi tradotto è giorno dei morti.
È una festa importantissima. Popolare. In ogni parte della città si armano altari per celebrare i morti e la morte stessa, e ricordare che pure per i vivi è solo questione di tempo. E allora daje coll’addobbi floreali, offerte in frutta, dolci, sacrifici umani e vestiti da strega.

Mi reco a fare spese al famoso mercato di Sonora con un gruppetto di amici, per andare a fare un bagno di popolo. Il mercato è famoso se uno vuole comprare qualsiasi cosa riguardi da vicino o da lontano la brujeria, la stregoneria, questo è proprio il posto giusto. Io volevo comprare una gallina nera da sgozzare su un altare tra incensi in onore della santa morte, giusto per ricevere in cambio un po’ di fortuna, di denaro e di amore. Le solite cose.

Vago per i meandri del mercato che scoppia di gente. Intere famiglie che vengono a fare le ultime spese prima della festa, a comprare gli ultimi costumi, i dolci, le candele.

Mi fermo in un banco di filtri e pozioni. La padrona mi accoglie con un grande sorriso. Ti preparo un filtro d’amore? un amuleto? un olio miracoloso?

Grazie, guardi, avrei bisogno di un amuleto. Sa, per avere fortuna, soldi, amore. Sì ho proprio quello che fa per te. Devi solo scrivermi il tuo nome su un foglietto. Mi dici la tua data di nascita. Poi ti faccio un bell’amuleto e vedrai che ti cambia la vita.

Io eseguo. È così cordiale che manco mi sembra una bruja. La osservo mettere denti, pietruzze, pezzi di pelo di giaguaro, polveri, legnetti e altre diavolerie dentro una saccoccetta gialla. poi la chiude. Me la devo portare sempre in giro. Poi se si dovesse rompere o rovinare la devo bruciare. E tornare da lei.

Le allungo i 100 pesos e già mi sento più fortunato. Già ho l’impressione che pioveranno sulla mia vita migliaia di soldi. Già percepisco un cambiamento nel mio sex appeal. È come se tutte le donne desiderassero ardentemente possedermi carnalmente. E amarmi. Cazzo se funziona sto amuleto.

A fine giornata sono spossato e felice per aver dato una svolta radicale alla mia vita. In più la signora bruja mi ha regalato un porta chiavi con due immagini di santi. La vergine di Guadalupe è una. e dietro all’immagine un pezzetto di pelliccetta di qualche strano animale sintetico. L’altra immagine è Jesus Malverde. Jesus Malverde è un santo dei narcos. Una spece di Robin Hood narcotrafficante, mi spiega la bruja, che rubava un botto ai ricchi per darne un po’ ai poveri. E poi i poveri l’hanno voluto come santo. Con questi santini sarò superpotente e nessuno potrà farmi del male.

Cazzo, praticamente sono superinvincibile. Mi manca solo invisibilità e volare e spacco davvero il culo a chiunque.

Vittorio percepisce la mia potenza e intimorito si chiude da solo nell’armadio. Io intanto preparo l’altare su cui sacrificarlo alla santa muerte, visto che non sono riuscito a trovare la gallina nera.

 

Sabines

Los amorosos

Los amorosos callan.
El amor es el silencio más fino,
el más tembloroso, el más insoportable.
Los amorosos buscan,
los amorosos son los que abandonan,
son los que cambian, los que olvidan.

Su corazón les dice que nunca han de encontrar,
no encuentran, buscan.
Los amorosos andan como locos
porque están solos, solos, solos,
entregándose, dándose a cada rato,
llorando porque no salvan al amor.

Les preocupa el amor. Los amorosos
viven al día, no pueden hacer más, no saben.
Siempre se están yendo,
siempre, hacia alguna parte.
Esperan,
no esperan nada, pero esperan.

Saben que nunca han de encontrar.
El amor es la prórroga perpetua,
siempre el paso siguiente, el otro, el otro.
Los amorosos son los insaciables,
los que siempre  -¡que bueno!-  han de estar solos.
Los amorosos son la hidra del cuento.

Tienen serpientes en lugar de brazos.
Las venas del cuello se les hinchan
también como serpientes para asfixiarlos.
Los amorosos no pueden dormir
porque si se duermen se los comen los gusanos.
En la oscuridad abren los ojos
y les cae en ellos el espanto.
Encuentran alacranes bajo la sábana
y su cama flota como sobre un lago.

Los amorosos son locos, sólo locos,
sin Dios y sin diablo.
Los amorosos salen de sus cuevas
temblorosos, hambrientos,
a cazar fantasmas.
Se ríen de las gentes que lo saben todo,
de las que aman a perpetuidad, verídicamente,
de las que creen en el amor
como una lámpara de inagotable aceite.

Los amorosos juegan a coger el agua,
a tatuar el humo, a no irse.
Juegan el largo, el triste juego del amor.
Nadie ha de resignarse.
Dicen que nadie ha de resignarse.
Los amorosos se avergüenzan de toda conformación.
Vacíos, pero vacíos de una a otra costilla,
la muerte les fermenta detrás de los ojos,
y ellos caminan, lloran hasta la madrugada
en que trenes y gallos se despiden dolorosamente.

Les llega a veces un olor a tierra recién nacida,
a mujeres que duermen con la mano en el sexo,
complacidas,
a arroyos de agua tierna y a cocinas.
Los amorosos se ponen a cantar entre labios
una canción no aprendida,
y se van llorando, llorando,
la hermosa vida.

marina simao

porque el soñar siempre tiene que ser hacia delante
proyectar, disparar y luego mirar
dos sentidos siempre, pero una única dirección
estar en la profundidad y llegar hasta el sol.

con la orejas muy rojas…
llegando a ningún sitio
te mira y te parte el alma…
el amor.
palabra sobredimensionada.

diario da Necaxa. nel paese degli elettricisti

soldatino del pimpumpà

soldatino del pimpumpà

Di ritorno da Necaxa, Puebla. Ci sono andato a fare un reportage perché questa Necaxa è un posto abbastanza interessante. È la città degli elettricisti.

In mezzo alla nebbia, alle montagne, ai boschi ci sta questa città dove nel 1903 costruiscono una centrale idroelettrica, la prima in America Latina, e piano piano ecco qua che intorno alla centrale nasce un centro abitato. Ora il 90% dei necaxesi (chissà se si dice così) lavora per la compagnia Luz y Fuerza del Centro. Anzi, lavorava, perché il 12 ottobre il nano malefico (che è il presidente della repubblica anche qui, e fa schifo anche qui, ed è un figlio di mignotta anche qui, ma non è  Berlusconi) ha fatto un decreto e come per magia hanno perso il lavoro 44mila persone. Che poi moltiplicato per cinque per ogni nucleo familiare fa circa duecentocinquantamila persone finite col culo per terra.

E allora qui a Necaxa col culo per terra ci so finiti tutti, se la matematica non è un’opinione, visto che 90% elettricisti più 10% commercianti che campano co gli elettricisti fa come risultato tutti, appunto.

Diciamo che a una prima occhiata sono abbastanza incazzati. Ma è un’impressione superficiale, chissà cosa passa veramente nella testa di questa strana gente elettrica…

Prima di arrivare qui faccio una breve deviazione a Juandho, Hidalgo, il paese natale del leader sindacale degli elettricisti, Martín Esparza. Qui con dei colleghi della rivista Proceso eravamo andati a ficcanasare nelle case con cavalli, galli da pelea e amenità varie che il leader sindacale si è costruito dio solo sa come. Solo che veniamo presto raggiunti da una trentina di macchine di sindacalisti che non gradiscono l’intrusione e tentano di linciarci. Per fortuna arrivano due macchine della polizia municipale. Scendono sbirri municipali e ci chiedono i documenti. E ci fanno capire amabilmente che se non ci togliamo dai coglioni pure loro si sommeranno alla folla inferocita e contribuiranno a spaccarci il culo.

Decidiamo eroicamente di levarci dalle palle in tutta fretta. E approdiamo alla città elettrica.

Qui la gente si organizza nella sede del sindacato. Cerca di resistere alla crisi nera che si prospetta. Uno ammazza una vacca e distribuisce un po’ di ciccia per le famiglie con più figli. C’è pure il prete che canta messa nella sede del sindacato, per tirare su gli animi della gente schiantata dalle scelte di un presidente nano e corrotto.

Chi volesse sapere la vera storia di Necaxa e le ragioni politiche ed economiche della vicenda può comprare il prossimo numero di Loop. Io qui sparo solo cazzate.

Però poi a Necaxa facciamo dei giri a visitare gli impianti occupati dalla polizia federale. Che gradisce tanto la nostra presenza sul luogo da mandare a seguirci una manciata di macchine ripiene di sbirri. Così. Giusto per farci capire quanto ci vuole bene.

E noi ficcanasando scopriamo che invece che federali, nelle centrali ci stanno dei soldatini. Travestiti da poliziotti, perché non potrebbero starci loro lì a piantonare le centrali vuote. Coi fucili d’assalto militari e le divise nuove di pacco di misure sbagliate. A me mi viene da ridere e cerco di coinvolgere i militari raccontando loro battute e barzellette sconce, ma loro sono impassibili e non cedono al mio umorismo normalmente irresistibile.

Finito il giro mi rendo conto come questo paese è ridotto davvero molto male. Tutto pieno di immondizia militare, federale, parlamentare. Diciamo che mi ricorda spesso l’Italia. Però con la differenza che almeno qui non hanno la velleità di definirsi “Primo Mondo”.

Ora a Necaxa stanno davvero con le pezze al culo. È come se di punto in bianco domani chiudono le fabbriche della FIAT in Basilicata, mettiamo a Melfi. E tutta la popolazione come un sol’uomo se la piglia in culo. Sembra assurdo a dirsi ma è più o meno così.

Ora vedremo se questi elettricisti incazzati riusciranno a spuntarla con il governo bavoso. Staremo a vedere. Intanto posso dire che a Necaxa c’è molta nebbia e molta gente devvero incattivita.

Tornato nel DF il toro dichiara che a lui degli operai elettrici non glie ne frega un cazzo. L’ho messo su un autobus per Necaxa. Arriverà domani a casa del macellaro del paese. Hai visto mai st’ottuso serve a qualcosa.

diario da Città del Messico. Queremos arroz, frijoles y huevos. Muchos huevos!

revolucionDi ritorno dalle spiagge del Pacifico alla Città del Messico. Non è così traumatico in fondo. Pensavo peggio. Poi da ste parti mentre ero in spiaggia a grattarmi la pancia sono successe cose succulente.

Succede che il governo messicano un giorno si sveglia e decide che la parastatale Luz y Fuerza del Centro, che fornisce elettricità  Città del Messico e a  tutto il centro del paese, costa troppo e guadagna poco. Allora il presidente piglia e fa un decreto e la chiude. E manda a casa 66mila lavoratori. Così, perché dice che la bolletta era troppo cara. Una bolletta che per inciso il governo non paga perché molti uffici presidenziali sono “esenti”.

E dunque i lavoratori un po’ incazzati scendono in piazza e dicono oh, a brutto nano demmerda (chi vi ricorda questo appellativo?), te stai a marcà male, perché vabbè tutto, che semo poracci, un po’ sfigati e pigri, però stai esagerando (a roma si direbbe stai a cacà fori dar vaso).

E allora, siccome si avvicina il 2010 e siccome qua ogni 100 anni si deve PER FORZA fare una rivoluzione, diciamo che se stanno a scaldà le mano.

Nel tempo libero, subito prima di andare al bagno generalmente, leggo la Repubblica, giusto per vedere che livello di aberrazione si può raggiungere nella vita. Vedo su iutùb i deliri del pelato Minzolini, ma soprattutto leggo delle mobilitazioni radical chic dei giornalisti italiani.

Non lo faccio mai, ma vorrei sottoporvi un post di un compare mio, gemellato con questo blog, perché si approfondisca il livello della discussione sui media italiani, che tanto mi sta a cuore. Diciamo che mi riguarda da vicino, anche se per assenza.

Il post è il seguente e lo trovate qui . Il buon Giulioso mi sembra lucido come spesso accade. Probabilmente per la strana combinazione di incazzatura, ottimo ron e un buon sigaro cubano.

Ad ogni modo credo che faccia centro quando dice che “Questi giornalisti che dal palco oggi gridano il loro sdegno probabilmente non hanno fatto nulla durante la loro carriera per salvaguardare la libertà di stampa. Reportage cassati perché scomodi, linee editoriali ferree ed equidistanti, quello non puoi scriverlo, quello non puoi dirlo, non ci servono cose vere ma cose verosimili, mi raccomando non essere troppo duro, mi raccomando non criticare così apertamente la gestione societaria di quella persona. [...] Giornalisti d’inchiesta come Travaglio e Saviano passano per eroi quando invece si limitano a fare il loro mestiere, in un contesto in cui tutti gli altri si rifiutano di farlo. Quello che oggi muove guerra a Berlusconi non è il popolo di una nazione esausta e snervata. È un establishment, un gruppo di potere che semplicemente è stato attaccato direttamente da un altro gruppo di potere. E quelle bandiere del PD rappresentano la fazione che per affinità culturale e condizioni politiche in questo momento favorevoli può schierarsi a favore di questa lobby, di questa corporazione offesa, di questi giornalisti attaccati duramente dal proprietario di un enorme gruppo editoriale.”

Ok lungo virgolettato, che riduce il mio lavoro e arricchisce l’articolo. Il punto a cui voglio arrivare citando il buon Somazzi è che i giornalisti, la politica, la società civile, deve smetterla di frignare. Deve piantarla di lamentarsi e cominciare a tirare fuori i coglioni.

Un commento che ho sentito da un giornalista messicano sui sindacalisti incazzati riguardava il fatto che la risposta dei lavoratori alle angherie del governo è mostrare i muscoli.

È esattamente quello di cui ha bisogno il nostro paese di merda. Non di piagnoni privilegiati che frignano quando gli si tolgono i privilegi. Ma di gente che faccia paura al potere, che faccia cacare addosso l’establishment.

Il PCI faceva paura. Il PCI tirava fuori le palle e i muscoli. Per questo tanti italiani lo appoggiavano. A chi cazzo si rivolge il PD (acronimo di nota bestemmia nazionale)? Quali muscoli sfoggia? Che cazzo di appeal può mai avere su una maggioranza a cui hanno rotto e continuano a rompere il culo da ogni lato?

Alla manifestazione lunedì Jesusa Rodriguez agitava il popolo gridando: “Queremos arroz, frijoles y huevos, muchos huevos!” che suona un po’ come “vogliamo riso, fagioli e uova/coglioni, molte uova!”

Ecco diciamo che in Italia c’è carenza di uova, e di galline che le cachino.

Tornando a Somazzi, che minimo mi citerà sul suo meraviglioso blogg, Berlusconi forse non è il male, ma il termometro. E i giornalisti forse dovrebbero smettere di farsi le pugnette e cominciare a lavorare.

Ma forse è come provare a tirar fuori succo d’arancia da una pietra.

Domani vediamo quanti muscoli e quanti coglioni tirano fuori sti messicani, magari faccio un pacchetto e ne mando un po’ nella terra natia.

diario da Zihuatanejo. finalmente il mare

dalla mia terrazza

dalla mia terrazza

Ed ecco qua che dopo un po’ di giorni di riflessione ricompare il radical shock. Stavolta per rompere un po’ le palle a tutti coloro che sono costretti in una città. Dopo più di un anno di assenza, il Vostro rimette piede su una spiaggia e rivede il mare.

La sensazione di uscire dalla Città del Surrealismo è quella di togliere la testa da dentro una busta di plastica dopo parecchi minuti di asfissia.

La ricetta è semplice. Si dà fondo a gran parte dei propri risparmi, si prenota un aereo che in 45 minuti porta sulla costa del Pacifico, nella baia di Zihuatanejo, a nord di Acapulco, per capirsi. Si mischia con una bella prenotazione in un hotel a picco sul mare con terrazza, amache, buganville, ventilatore, wifi, tricchettracche e bombe a mano. Da vero pappone.

Si shakera fino ad ottenere un pomeriggio passato in spiaggia su un lettino sotto una palapa, con una birra ghiacciata nella destra e un romanzo poliziesco di un noto autore svedese che va per la maggiore nella sinistra.

Servire a temperatura ambiente.

Mi sento un vero pappone.

Nel pomeriggio il mio compare ha avvistato un coccodrillo di tre metri sulla spiaggia, ma io ero intento a farmi una pennica sotto il sole, per cui credo che dovrò aspettare domani per poter vivere queste emozionanti avventure estive di inizio ottobre.

Il godimento sta nel fatto che la gran parte di chi mi legge ora si trova all’inizio dell’autunno, in Europa, a sgobbare. Questa piccola vendetta deriva solo dal fatto che il sottoscritto ha passato l’estate appresso a golpisti in centroamerica o sotto la pioggia battente di una Città del Messico opprimente, mentre tutti godevano delle meraviglie del mediterraneo e dell’estate romana.

Lungo la spiaggia o direttamente in mare poi si viene raggiunti da sordidi figuri che di lavoro ti offrono qualsiasi cosa: allora abbiamo la barca. domani possiamo partire alle sette di mattina (ALLE SETTE DI MATTINA IN VACANZA? MA TU SEI PAZZO??) per andare a pescare. poi se ti va possiamo fare snorkeling. Ti garantisco pesca sicura. tonni, merlin. quello che ti pare. Oh poi se ti piace abbiamo dell’ottima marijuana. ti piace la marijuana? te sei uno che legge. bravo. ti ho visto che leggi. ti rilassi. una bella canna non ti va? poi abbiamo delle belle ragazze. come le vuoi? con 5000 pesos ti porto delle femmine che te le ricordi. Oh, ma se ti piacciono i ragazzi abbiamo anche quelli. basta che mi fai un fischio. tanto sto qua. c’ho la moto d’acqua, il gommone, il paracadute, il bananone, le femmine, la droga, il pesce, cena sulla spiaggia.

Stordito torno alla mia birra e mi rimetto a leggere. Oggi nun me va proprio de fa un cazzo. Me stanco pure a pensare a tutte ste possibilità.

L’aria è dolce. Il tramonto sul golfo è di quelli che vorresti condividere con tutte le donne della tua vita insieme. Invece me lo tengo tutto per me. Anzi ne metto un pezzetto su sto blog.

Mi preparo a questa settimana con l’usuale spirito critico che contraddistigue questo blog. E terrò informati tutti.

E pensando a quell’infelice di Vittorio, chiuso in una stanza in un appartamento a Città del Messico, tra smog e pioggia, a due isolati dalla Plaza de Toros il mio godimento arriva alle stelle. Gli mando sms ogni mezz’ora solo per farlo rotolare nella sua inettitudine.

Salute a tutti. Belli, e quel signore!

diario da Città del Messico. la pioggia a trent’anni

yo

yo

Mancanza di eventi degni di nota? Compiere 30 anni nella città della pioggia. Pensare tanto e combinare poco. E questo blog non si scrive da solo, cazzo!

Ho rischiato di finire di nuovo a braccetto di Zelaya, che se ne sta barricato nell’ambasciata del Brasile a Tegucigalpa, Repubblica bananera dell’Honduras. Ma era tutto chiuso, frontiere, coprifuochi. M’hanno detto, dice, mejo se te ne stai a prende l’acqua in Messico che qua nun c’è trippa pe gatti. Torna domani magari.

Io abbozzo e resto qua. E un mezzo fallimento professionale si trasforma in una benedizione.

In compenso però la vita continua a riservare sorprese strabilianti e a far coincidere persone e momenti.

Navigando tra malinconia, speranza e riflessione, affronto la quarta decade da una prospettiva distorta. Probabilmente sto impazzendo. Ma il naufragar mi è dolce in questo mare.

Oggi, per riprendere un po’ il filo di questi miei diari vorrei solo postare una poesia di un grande scrittore. Perché sì. Vediamo chi la riconosce per primo. (Mia sorella è esclusa dalla gara).

Sull’ultime soglie
ne ho cinque di voglie.
Per ultimo gusto
un vino vetusto.
Per ultima vista
un ciel d’ametista.
Per ultimo tatto
il pelo di un gatto.
Per ultimo udito
del mare il muggito.
Per ultimo odore
l’occulto di un fiore.
Infine vorrei
il cinque far sei,
e stringere al petto
avanti ch’io muoia
ignuda sul letto
la figlia del boia.

Tornerà presto il sarcasmo che caratterizza i miei post. Non sono diventato una mammoletta. Lasciatemi qualche giorno per digerire la meraviglia di alcuni fatti straordinari che mi sono successi e sarò di nuovo il solito stronzo.

Ho portato Vittorio in cantina. Non ho la minima intenzione di farmi vedere  tenero davanti a lui. Hai visto mai se dovesse fa strane idee.

“Come farai a vivere senza di me?” (Menka)

diario da Città del Messico. el grito

15 de septiembre

15 de septiembre

La metro mi rigurgita fuori alla femrata di Bellas Artes insieme a un conato di uomini e donne con le facce pitturate di tricolore.

Mi ritrovo sull’Eje central alle sette di sera, piove da ore e non ha nessuna intenzione di smettere. Nonostante questo mandrie di folla si preparano alla festa. Prendo Avenida Francisco I. Madero, che mi porta dal palazzo di Bellas Artes dritto dritto al Zócalo.

Oggi è il quince de septiembre. Oggi è il giorno del Grito.

Il 15 settembre 1810, al suono della campana del prete Miguel Hidalgo, la borghesia della colonia mesoamericana sferrava l’attacco alla corona spagnola. L’indipendenza arrivò 11 anni dopo. Undici anni di guerra che consentirono al Messico di liberarsi dal giogo dei gachupines.

Sarebbe bello credere che dopo 199 anni il collare è stato spezzato. Sarebbe bello pensare che questo paese non fosse ancora al guinzaglio. Ma accontentiamoci. Almeno adesso i messicani possono urlare nelle piazze il loro orgoglio nazionalista.

Per arrivare al Zócalo devo attraversare controlli della polizia dispiegata su tutte le arterie che portano alla piazza. Metal detector, svuotamento tasche di accendini, cellulare, chiavi, monete. Tutto sotto la pioggia battente che ci accompagna.

La piazza è gremita. C’è aria di festa, ma non c’è grosso entusiasmo. La crisi si fa sentire e la gente non compra le migliaia di puttanate che gli ambulanti cercano di rifilarti ogni due metri.

C’è una signora che porta a spasso figli e nipoti. Le chiedo se è venuta qui per sentire il suo presidente nano che grida Viva México. Lei mi guarda con la faccia sorridente e mi dice, ma pensi che ce ne freghi qualcosa di Calderon? Noi veniamo qui per dimenticare per un giorno tutti i nostri problemi. Altro che grito.

Mi aggiro per la piazza in cerca di scatti-ricordo. Vedo facce che cercano in tutti i modi di grattare alla piazza un po’ di allegria. La pioggia non aiuta.

Esco dalla bolgia. Ripercorro tutta l’Avenida Francisco I. Madero fino all’Alameda. Un altro palco. Un altro grito. C’è Jesusa Rodriguez, un’attrice satirica fenomenale, che tenta di coinvolgere la folla a partecipare. Ci sono gruppi di son che suonano insieme a cantanti rap. È l’anti grito di López Obrador, quello che nel 2006 vinse le elezioni ma che  grazie a una frode elettorale grande quanto Città del Messico fu scippato della presidenza da parte del nano Calderon.

Ogni anno dal 2006 grida Viva México anche lui, da “presidente legítimo” del paese.

Due presidenti. Due gritos. Due piazze. Un paese in crisi nera.

Continuo il mio baño de pueblo sotto il diluvio immerso nella retorica nazionalista, mentre gruppi di ragazzini si sparano in faccia schiuma e coriandoli. Un carnevale istituzionale. Un dies inversus che rinforza lo spirito e fa credere alla gente di vivere in un grande paese di rivoluzioni e di onore.

Vedo solo tanta voglia di crederci.

Finisco la serata al ballo dei 25 anni della Jornada a bere tequila e a ballare sulle note di grandi successi di cumbia e duranguera.

L’anno prossimo sono 200 anni di indipendenza e 100 di rivoluzione. Speriamo che lo spirito degli eroi di questo grande paese intervenga e porti consiglio.

Vittorio si è addobbato le corna con bandierine col tricolore. Povero ottuso.

¡Que Viva México, Cabrones!